Anonimo.

STORIA DEI PALADINI DI FRANCIA.


DA CARLO MAGNO IMPERATORE FINO ALLA SUA MORTE, COMPRESAVI LA BATTAGLIA DI RONCISVALLE.
1909 Adriano Salani Editore, Firenze.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PARTE PRIMA.
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CAPITOLO PRIMO.
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Carlo Magno imperatore di Francia. - Giostra a Parigi. - Storia di Milone. - Amori di Milone con Berta. - Loro fuga dalla Corte. - Nascita d'Orlando.
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Correva l'anno 781 dell'era cristiana.
Regnava in Francia Carlo Magno, figlio del re Pipino e da poco sposo della bella Galerana figlia a Galafrone re di Toledo.
A Parigi si facevano grandi preparativi per festeggiare i sovrani; e corrieri di Carlo venivano spediti in tutto il reame per bandire il torneo che doveva farsi in suo onore.
Accorrevano all'invito le migliori lance del regno, i pi valorosi e nobili cavalieri.
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Nella famiglia di Carlo, brillava come fulgida stella la sua sorella Berta, promessa sposa a Costantino imperatore di Grecia, ma innamorata invece di Milone, conte d'Anglante, il pi bel cavaliere della corte di Francia. Per Milone conoscendo che sarebbe stata follia sperare diventar cognato, di Carlo, decise, in un momento di dolore, por fine ai suoi giorni col lasciarsi morire di fame.
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Gi pronto era il torneo e varii cavalieri avevano spezzato pi lancie per ottenere dalle mani della vezzosa Berta l'agognata corona, come premio al loro valore.
Amone franco cavaliere aveva scavalcato tutti i rivali e gi da ognuno ritenevasi come il vincitore del torneo, allorch presentasi il superbo e valoroso Falserone che abbatte Amone e con arrogante baldanza insulta Carlo e i paladini dichiarandoli gente di poco valore.
Carlo volge gli occhi attorno e non vedendo il suo fido Milone, che solo poteva far fronte al superbo vincitore, invia Rambaldo, suo scudiero, a farne ricerca.
Trovatolo, tanto lo esorta per amore del suo re, che Milone, cinte le armi, si presenta nel torneo ove l'arrogante Falserone comincia ad insultarlo, dicendo: Ecco l'eroe, avanti l'eroe di Troja.
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Milone punto a tai detti, volge uno sguardo d'amore alla sua diletta, abbassa la lancia, sprona il destriero e si avventa su Falserone. Questi a sua volta si avanza ad incontrarlo. Tutto il popolo volge ansioso gli sguardi su loro:  un momento di grande trepidazione; i due guerrieri gi sono vicini. Milone schiva il colpo di Falserone, ma questi non pu resistere all'urto dell'avversario e viene sbalzato da cavallo. Il popolo grida: - Viva Milone, viva l'eroe!
Berta, lieta della vittoria. riportata dal suo adorato, lo incorona, proclamandolo vincitore del torneo e gli si pone a fianco insieme a Carlo, che non si stanca mai dall'elogiarne il valore.
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Ma il conte d'Anglante ad onta degli onori ricevuti  mesto e pensoso e l'amor suo confida a Fresina, fida ancella di Berta e la prega volergli procurare un abboccamento da solo a sola, con l'oggetto amato. Fresina lo conduce nelle camere di Berta, la quale sul principio rimprover acerbamente la cameriera della licenza presasi, ma vistosi il conte ginocchioni ai suoi piedi, pregarla di corrispondere al suo amore, non seppe resistere al dolce sentimento che la dominava e rialzatolo si slanci fra le sue braccia.
Lieta la cameriera del resultato ottenuto, prudentemente si allontan lasciandoli in libert.
Faceva appena giorno quando Fresina entr nella camera di Berta e preg il conte a ritirarsi, usando lo strattagemma di travestirsi da donna per non esser riconosciuto.
Tale strattagemma permise pi volte a Milone di portarsi dalla sua bella, la quale un bel giorno svelogli che trovavasi incinta.
Non restava che la fuga, per salvarsi dall'ira che tal notizia avrebbe suscitato nel cuore di Carlo, e a questa ricorsero.
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Di notte tempo lasciarono Parigi e travestiti da pellegrini si recarono in Italia.
Ivi molte avventure loro incolsero; soffrirono il freddo e la fame, finch, dopo un lungo viaggio, giunsero in un bosco situato vicino alla citt di Sutri, distante otto leghe da Roma; quivi Milone pens di far sosta per dare riposo alla cara Berta gi avanti nella gravidanza. Appena fermatisi, videro venir loro incontro un eremita con lunga barba e macilento in volto; guard fisso Milone e gli disse:
- Questa notte l'eterno Iddio, cui tutto  noto, rivelommi che uno dei Chiaromonti, esule dalla Francia, sarebbe passato per questo bosco; sei tu quel desso. Mi disse i tuoi tormenti, e se ora la sorte ti  avversa verr giorno che sarai felice, e Carlo nel perdonarti ti far il primo paladino di Francia. Avrai un figlio che chiamerai Orlando valido difensore della fede di Cristo; bello e forte di membra, nessun ferro potr mai offendere le sue carni.
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E qui si tacque. Milone e Berta pregarono il santo eremita di unirli in matrimonio, alla qual cosa acconsent di buon grado e da quell'ora i due profughi furono marito e moglie.
Dopo pochi giorni Berta diede alla luce un vago bambino a cui fu posto nome Orlando.
Trascorsero cos cinque anni. Il piccolo Orlando era forte e robusto e gi in grado di difendere la madre all'occorrenza. Milone e per la sicurezza di ci, e stanco dell'inerzia in cui passava la vita, preg Berta lasciarlo partire onde trovar fortuna in altri regni. Abbracciato il figlio e raccomandatolo alla madre, dirige i suoi passi verso Roma, ove giunto non trovando nessun ajuto, pensa di recarsi in Africa ove il re Agolante formava una grande armata.
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CAPITOLO SECONDO.
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Amone sposa la bella Beatrice e Buovo la regina d'Oristania. - Guerre e vittorie di Milone sotto il nome di cavaliere Sventura.
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Torniamo per poco in Francia onde narrare quello che si faceva alla corte di Carlo nel tempo dell'esilio del prode Milone.
La notizia della fuga di Berta col conte d'Anglante suscit in re Carlo ira tremenda. Eman un editto con cui Milone conte d'Anglante e Berta erano banditi per sempre dal regno e tutti i principi vassalli erano obbligati arrestarli e condurli vivi o morti a Parigi per subire degno gastigo.
Girardo di Bossignone e Buovo d'Agramonte, fratelli di Milone, si recarono a Parigi presso re Carlo onde intercedere grazia per il fratello, ma tutto quello che poterono ottenere dalla magnanimit del re, fu di ridurre la pena ad un perpetuo esilio. In questo frattempo Amone preso d'amore per la bella Beatrice figlia al duca di Namo, la ottenne in sposa scavalcando in torneo il suo rivale Ginamo.
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Le nozze furono splendide, ma il traditore Ginamo, mal soffrendo d'aver perduta la figlia di Namo, fece rubare da una cameriera l'anello che Amone aveva dato a Beatrice, la quale afflittisima ne fece consapevole il proprio marito che la confort assicurandola che gliene avrebbe regalato un altro di maggior valore.
Tutti i cavalieri intanto si erano allontanati da Parigi tornando ognuno nel proprio feudo, non cos Buovo che giur d'andare in giro per il mondo, fino a che non avesse ritrovato l'amato fratello. Giunto in Oristania fu invitato dalla regina Lucietta ad una giostra. Riesc vittorioso e n'ebbe in premio, oltre una ricca armatura ed un bellissimo cavallo, il cuore della regina che si invagh del valore e delle bellezze di lui. Seguirono le nozze e Buovo condusse la sposa alla corte di Carlo ove furono lietamente accolti. Passati ivi varii mesi ed essendo Lucietta omai prossima a sgravarsi, preg Buovo di ricondurla in mezzo al suo popolo, ma gli strapazzi e le fatiche del viaggio recarono danno alla poveretta, come si vedr nel seguito di questa storia.
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Milone, lasciata Roma, dirige i suoi passi verso l'Africa ove il re Agolante radunava grandi armate per punire un suo vassallo ribelle.
In Arcanoro, Milone trov l'esercito moro attendato. Presentatosi sotto il nome di cavaliere Sventura al generale Balante, chiese di essere assoldato ed ebbe armi e cavallo. Non sto a ripetere gli atti di valore che esegu durante la guerra contro il ribelle Salatiello di Libia. Assalt fortezze, vinse giganti, e migliaia di nemici caddero sotto l'invincibile sua spada.
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Ritornato Balante col suo esercito a Biserta, narr al suo re il gran valore del cavaliere Sventura, assicurandolo che se l'impresa era riescita e Salatiello sottomesso, ci si doveva a lui. Il re gli fu largo di doni e lo nomin primo capitano del suo esercito. Milone ringrazi il magnanimo signore e pose tutto il suo impegno a servirlo, soddisfatto e contento di aver trovato un possente protettore ed un amico cos generoso.
Ma era scritto che la spada del paladino cristiano non dovesse stare in ozio per molto tempo.
Agolante, superbo della vittoria riportata contro Salatiello e spinto dall'ambizione di estendere il proprio impero, decise fare la conquista dell'Asia. Radunati grossi eserciti con a capo invitti capitani, fra cui primissimo Milone, Agolante passa i confini dal suo regno, si fa padrone della Soria, e come folgore investe il regno dei Persiani.
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Grande, terribile fu lo scontro fra i due eserciti; atti di valore inauditi si fecero in questa memorabile battaglia, e gi la sorte pareva favorevole ai Persiani, allorch Agolante visto da lungi il gigante Manadoro, che faceva stragi inaudite e tutto metteva in rovina ove passava, si avanza verso di esso e con la lancia in resta lo percuote nel petto. Rest saldo il gigante e men s terribile colpo al re, che stordito lo fa cadere di sella, come morto, cinque passi lontano. Non contento del colpo, Manadoro lo raccoglie da terra e ponendolo sul davanti della sella lo trasporta come bagaglio verso la tenda. Caduto Agolante, la sua gente si pone in fuga.
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Non molto lungi Milone con la sua schiera faceva strage di Persiani, allorch scorge Manadoro che trasporta semivivo il suo re. Scagliarsi contro di esso, provocarlo e rompere la sua lancia contro l'usbergo del gigante, fu un punto solo. Non aveva mai quel crudele provato simile tormento, quanto ne prov al colpo di Milone, e pieno di furore lasci Agolante e con gagliardia si volse al conte menandogli tale orribile fendente, che se non fosse stato in tempo a schivarlo l'avrebbe tagliato in due parti.
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Il conte, non aspettando d'essere assalito una seconda volta, gli vibra un colpo tale che una gamba gli taglia di netto e, prima che il gigante si sia riavuto dal dolore, gli caccia la spada nel fianco e lo passa da parte a parte. I Persiani visto cadere Manadoro si diedero a precipitosa fuga, gettando armi, bandiere e lasciando tutto in potere dell'esercito africano vittorioso, il quale fece un ricco bottino.
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La vittoria riportata dagli Africani contro i Persiani fu nella maggior parte dovuta al valore di Milone. Dopo molti giorni di riposo dato all'esercito, il re Agolante vittorioso percorse la conquistata Persia. Nello stesso tempo il di lui figlio Trojano, eseguendo gli ordini del padre, con altro esercito invadeva la Turchia ed il coraggioso Almonte di lui fratello faceva la conquista dell'Assiria. La fama delle gesta e del valore di Milone in breve si sparse da per tutto. Agolante non sapeva staccarsi dal fianco del cavaliere Sventura, al quale impart lodi ed onori. Al re africano non fu mestieri spingersi pi oltre nelle sue conquiste, poich ogni signore fece atto di sottomissione e divenne suo tributario. Milone per non era d'animo lieto pensando all'infelice consorte e desiderava il giorno in cui poter tornare alla corte di Parigi, insieme alla moglie e al figlio, giusta i detti dell'eremita.
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CAPITOLO TERZO.
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Prime imprese di Orlandino. - Fermata di Carlo Magno in Sutri - Riconoscimento e perdono di Berta e Milone.
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Intanto Orlandino crescendo mostrava segni non dubbi di grande ardimento e di forza prodigiosa. Vagando nei folti boschi, ora in lotta con un velenoso serpente. ora con qualche orso, sapea sempre trarsi d'impaccio uccidendo l'uno e l'altro. Giunto ormai all'et di dieci anni, vestito di pelli di capra, armato d'un nodoso bastone, era il terrore dei giovanetti della citt di Sutri.
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Berta sempre in affanno per l'assenza del suo Milone, era vieppi addolorata perch il piccolo Orlandino non sentiva le materne riprensioni, e non poteva ridurlo ad una condotta meno audace n con le preghiere, n con le minacce.
Un giorno che Orlandino era andato in citt per accattare il cibo per s e sua madre, dalla piet dei passanti, nel tornare alla grotta scorge una tana ove stavano quattro orsacchiotti.
Parve al giovanetto una strana avventura l'aver trovato quegli animali, e simile al piacere che prova una gentil donzella nel raccogliere fiori, o l'umile contadinello nello scoprire sopra un albero un nido d'uccelli, Orlandino con gioia fanciullesca s'impossessa di quegli animali e frettoloso e contento si dirige verso la sua grotta; ma fatti pochi passi si presenta a lui con le fauci spalancate l'orsa, madre dei piccoli, e furiosamente si avventa contro Orlandino. Non si disanima esso per, ma lasciati a terra gli orsacchiotti, abbranca l'orsa per il collo e talmente la stringe da lasciarla morta sul terreno. Come se nulla avesse fatto ripiglia la sua preda e con gioja infantile giunge alla madre. Questa si spaventa e lo rimprovera per la troppa arditezza.
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Erano soliti i fanciulli di Sutri, ogni estate, far mostra delle loro forze, e divisi in partiti simulare battaglie, or con sassi ora con bastoni. Capo d'uno dei partiti, per le sue prodezze, era divenuto Orlandino; capitanava l'altro Oliviero, garzone di quindici anni e figlio di Raniere, governatore di Sutri. Avvenne un giorno che le due piccole schiere si incontrarono. Oliviero sfida a singolar tenzone il piccolo Orlando, ma questi riconoscendo nell'avversario il figlio del governatore, per rispetto non vuole accettare la sfida; Oliviero lo incita, lo insulta, lo schiaffeggia. La piccola fiera allora si esalta e scagliatasi contro il nemico a calci e a pugni lo stende malconcio al suolo.
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Per tal fatto viene arrestato e condotto alla presenza del governatore, al quale in atto fiero e dignitoso racconta l'avventura.
Raniere, che era uomo giusto ed onesto, assolve il piccolo Orlando, ne ammira il valore e regalatolo di vesti e di denari ordina che sia messo in libert.
Carlo Magno, da Papa Adriano I coronato imperatore, faceva ritorno in Francia allorch giunto a Sutri una leggera indisposizione lo costrinse a fermarvisi. Ivi tenne corte degna di s, ed ordin che tutti i poveri che si presentavano fossero regalati di vesti e di cibi.
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Fra gli altri presentossi anche il giovanetto Orlando di cui le avventure erano state dal buon Raniere narrate all'imperatore.
Nacque in esso il desiderio di conoscerlo, e fattolo condurre a s, lo preg volesse narrargli la sua storia. Essa fu breve e commovente. Orlando disse non conoscere suo padre, che bandito dalla patria trovavasi in lontane regioni. La madre sua poveretta, abitava in una caverna, soffrendo bene spesso la fame e piangente per la lontananza dell'amato sposo. A tai detti, nell'animo di Carlo nacque il presentimento che Orlando fosse il figlio di sua sorella e di Milone. Il tempo che sana ogni piaga aveva dissipato il rancore per l'oltraggio sofferto, ed in cuor suo desiderava poter ritrovare e abbracciare l'amata sorella. Attrasse a s Orlando con amorosa cura, e di ordine al duca di Namo di far ricerca e condurre a lui la madre del giovanetto.
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Quando Berta giunse innanzi al fratello, gli si gett ai piedi domandando perdono, e Carlo versando lacrime di gioia la ricev nelle sue braccia insieme al caro nipote di cui non poteva saziarsi di ammirare le nobili e belle sembianze.
Saputo poi che non avevano pi notizie di Milone, mand messi in giro per tutto il mondo, acci venisse a sapere che Carlo aveva perdonato ed era pronto a restituirlo al primiero suo posto.
Or mentre il perdono di Carlo da varii corrieri veniva fatto sapere in tutte le Corti del mondo, Ruggiero di Risa, figlio di Rampaldo e amico di Milone, volle da s stesso portarne a lui la notizia, sapendo da fonte sicura, che trovavasi in Africa presso il re Agolante.
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CAPITOLO QUARTO.
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Ruggiero di Risa in Africa e sue avventure. - Salva da morte certa Milone. - Rapisce la bella Claudiana e la perde in mare.
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Trenta leghe lungi da Biserta regnava in una bella ed ampia citt Guarniere, fratello maggiore di Agolante, il quale aveva una figlia molto bella chiamata Claudiana che il padre gelosissimo teneva custodita nel suo palazzo in mezzo a damigelle, non lasciandola parlare con anima viva.
Avvenne che Ruggiero ignaro della via che doveva calcare, dopo sbarcato in Africa si condusse nella citt di Guarniere e pervenuto al reale palazzo fu dall'imperatore accolto con gran festa, tanto per la sua rara bellezza quanto per vedere in esso un giovane s forte e robusto di corpo che sembrava un Ercole, e lo preg di onorare la sua corte col trattenervisi alquanti giorni, e superando la sua gelosia ordin alla figlia di presiedere alla mensa.
Vedersi e innamorarsi fu per i due giovani un sol punto. Non passarono molti giorni che il vedersi soltanto non bast e nacque in essi il desiderio di trovarsi soli insieme. In uno di questi appuntamenti si giurarono amore eterno dandosi la mano di sposi. Fu allora che Ruggiero le promise di condurla in Risa.
Milone intanto avendo saputo che la sua cara sposa era a Parigi insieme a suo figlio, e che Carlo avevagli perdonato, stabil di partire dall'Africa e portarsi in Francia. Subrino, a cui egli aveva confidato questo suo divisamento, ne avvis Agolante che montato in furore e temendo sotto questa fuga un tradimento, dimentico di tutti i servigi ricevuti, lo fece arrestare e lo condann a morte.
La notizia di tale condanna giunse alle orecchie di Ruggiero, che da quell'istante volse la mente a liberare il conte di Anglante e la notte, di nascosto, part per Biserta malgrado l'amore che portava alla bella Claudiana, malgrado il saperla incinta e la promessa che le aveva fatto di rapirla e condurla in Risa.
Gi Milone preso per le braccia da varii sgherri veniva condotto al capestro, gi il boja, pronta la corda, cercava avvincere col laccio il capo del condannato, allorch si vide giungere un guerriero che al portamento sembrava il famoso Achille. Armato dal capo ai piedi, con la lancia in resta, si scaglia sul boja e con un colpo lo trafigge.
Accorrono Subrino, lo stesso Agolante, ma Ruggiero tutti ferisce, tutti fa trabalzare da cavallo, quindi taglia le corde che tenevano avvinto Milone e con esso fugge al porto, sale sopra una nave e lascia il lido africano.
Sembr un sogno ad Agolante ed a Subrino, quando si furono riavuti dai colpi, il non veder pi n il cavaliero, n Milone, ma invece la piazza piena di morti e di feriti.
La notizia di tal disfatta giunse veloce alle orecchie di Guarniere il quale, scoperta la fuga di Ruggiero, dubit fosse stato lui stesso a fare il colpo, e radunato consiglio coi suoi ministri, decret recarsi in Biserta in aiuto del fratello, supponendo che Milone sarebbe ivi tornato per fare aspra vendetta degli oltraggi ricevuti.
Intanto la nave, favorita da gagliardi venti, trasportava Ruggiero e Milone sulle coste della Calabria, da dove quest'ultimo, fornitosi di armi e cavallo, part alla volta di Parigi. Ruggiero, sempre invaghito della sua Claudiana fece ritorno in Africa. Sotto mentite spoglie si rec nella citt ove stava la sua bella, e profittando dell'assenza di Guarniere, di notte tempo la condusse alla nave. Il viaggio non fu felice, poich in alto mare scontrossi con un bastimento carico di pirati, coi quali attacc gran battaglia, uccidendo due Circassi giganti e massacrando tutta quella canaglia.
Ma ohime! La bella Claudiana non trovavasi pi al suo fianco. Sorpresa da un colpo di mare, era caduta nelle acque. Grande fu il duolo di Ruggiero: maledisse al rio destino, e stracciandosi le vesti chiam pi volte la sua adorata... ma solo il muggire della tempesta gli. Rispose. La nave in balia di s stessa, e trasportata da impetuosi venti fu sbalzata sulle coste della Sicilia, ove fortunatamente Ruggiero pot prender terra. Ivi calmata la tempesta, e noleggiata altra nave, si fe' portare in Risa, piangendo sempre in cuor suo la sventurata Claudiana.
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CAPITOLO QUINTO.
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Milone giunge a Parigi ove  ricevuto, con grandi onori. - Claudiana  salvata da un capitano di mare. - Guarniere viene ucciso. - Assedio di Risa - Ruggiero abbatte Almonte e Galliacella di cui s'innamora.
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Milone, giunto a Parigi, si gett ai piedi dell'imperatore ringraziandolo dell'alta clemenza usata. Carlo, commosso, lo rialz e lo spinse fra le braccia della moglie e del figlio, che non vedevano il momento di stringersi al cuore il loro amato.
Grandi furono le feste bandite da Carlo per onorare il cognato, che fu eletto con gran pompa primo capitano di tutto l'impero.
Ma lasciamo Milone e Berta in mezzo alle feste, e torniamo alla bella Claudiana, che come si disse era caduta in mare durante la fiera battaglia sostenuta contro i pirati.
La poveretta nuot finch le forze le mancarono. Gi le braccia delicate avevano perduto il vigore necessario, gi il mare, sedotto da tanta bellezza, era per rapire agli sguardi umani la seducente fanciulla, allorch il capitano d'una nave, che casualmente passava di l, visto il caso miserando, soccorse prontamente l'infelice; la salv e la condusse seco nell'alta Armenia.
Durante il viaggio, la sventurata narr tutte le sue disgrazie, tacendo per l'esser suo, ed il capitano, buono ed onest'uomo, le propose prenderla come cameriera di sua moglie. Claudiana accett riconoscente, con la speranza di poter presto dar nuove di s al suo fido Ruggiero. Fu accolta con molta festa dalla moglie del capitano, e dopo poco tempo diede alla luce un bellissimo fanciullo cui fu posto nome Cladinoro. Agolante intanto, unito al fratello Guarniere, mal soffrendo l'ingiuria ricevuta da un paladino cristiano, che aveva loro rapito la figlia e nipote, radunato un formidabile esercito, si condusse sotto le mura di Roma per assaltare la citt; ma ivi sbaragliato dalle truppe di Carlo chiamate dal Papa in aiuto, si ebbe morti il fratello Guarniere e var paladini Saraceni, per cui fu costretto a fare una pronta ritirata.
Con giuochi ed allegria fu festeggiata in Francia la vittoria riportata contro le truppe di Agolante, vittoria dovuta specialmente ai fratelli Milone ed Amone.
Tal cosa fece rinascere in cuore di Ginamo di Bajona l'odio che nutriva contro Amone, odio che fu causa del rapimento dell'anello nuziale di Beatrice, come il lettore deve ricordarsi. Dominato da questa vile passione, Ginamo, per fare scorno ad Amone, pens di andare da Carlo e dirgli che i figli di Amone erano il frutto dei suoi clandestini amori con la bella Beatrice, ed in prova di ci gli fece vedere l'anello. Amone, presente, non pot soffrire l'onta ricevuta, e tratto il brando, cos disse:
- Tu menti, infame traditore! E ti prover con la spada che sei un iniquo, uno scellerato.
Carlo e il duca di Namo fecero chiamare Beatrice, la quale udendo l'odiosa calunnia protest e giur su tutti i santi di non essersi mai data a Ginamo, e che Amone era il suo legittimo sposo e vero padre dei figli suoi.
Questo giuramento proferito con la sicurezza d'un'anima innocente fe' tutti sicuri che Ginamo era un calunniatore, ma ci non pot provarsi splendidamente a causa dell'anello che Ginamo sosteneva avere avuto da Beatrice, per cui Namo, vedendo sempre conquiso dall'incertezza il marito di sua figlia, consigli questa rifugiarsi in Ardenna con i figli Rinaldo e Bradamante.
Ma torniamo ad Agolante che impaziente di vendicare la morte del fratello e non abbattuto da una prima disfatta, riunito il grosso dell'esercito e messivi a capo i suoi tre figli Almonte, Trojano e la invitta Galliacella, mosse alla volta di Risa per cominciare con Ruggiero l'aspra vendetta.
Non appena Ruggiero fu consapevole che un grosso esercito si era accampato in vicinanza della sua citt sped un messo il quale recatosi da Almonte ammir la vaga e guerresca donzella e domand lo scopo della loro venuta a cui Almonte rispose:
- Lo scopo della nostra venuta si  quello di entrare nella vostra citt senza spargere sangue, e questo potremo ottenere quando avrai detto a Ruggiero che io sono Almonte figlio del re Agolante; quando esso non tremi al mio nome, digli che io lo aspetto a singolar tenzone, con elmo in testa e con la lancia in pugno.
L'ambasciatore tornato al suo signore rifer le parole del saraceno, che Ruggiero ascolt con un sorriso di sdegno, e armatosi di tutto punto si accomiat dal padre e dal fratello Beltramo per recarsi nel campo nemico.
Almonte, come lo vide da lungi, mossegli incontro e gli disse:
- Sappi, gentil cavaliero, che se io son venuto a combattere teco  solo per desiderio di togliere una macchia che oscura la nostra gloria e vendicare mio zio. Se tu vuoi abbandonare la tua fede di cristiano, io non solo lascer il tuo regno, ma te ne doner un altro in Africa pi grande e pi potente del tuo.
A cui Ruggiero, alzandosi la visiera, rispose:
- Almonte, il tuo dire  da franco e gentil cavaliero, ma in quanto al lasciar la mia fede non posso perch essa  la vera e seguace di tutte le dottrine di Cristo, mentre il tuo Maometto fu un fellone triste e bugiardo.
Galliacella, presente a questo colloquio e visto il soave volto di Ruggiero, fu presa d'immenso amore per lui, e tenendo fissi gli occhi sul giovanetto le sembrava vedere Marte in persona. Stabiliti i patti dello scontro voltarono i due guerrieri i generosi destrieri e impugnata la lancia ed imbracciati gli scudi corsero ad incontrarsi. Mai fu visto una cosa simile; i due scudi mandarono faville ed in minutissime schegge volarono al cielo; il rumore prodotto dall'urto fu tale che si sent nella vicina citt. Saldo rimase Ruggiero, ma Almonte, dall'urto potente sbalzato di sella, and a baciare la polvere.
A tanta vergogna inorridirono la forte Galliacella e tutti gli astanti, mentre Ruggiero, ridendo disse:
- Or vedi, Almonte, come io ti abbia fatto toccare la terra, e certo non potevi offrirmi soddisfazione pi bella che di vederti umiliato davanti a me. Tieni per te la tua corona e i tuoi regni e parti in pace sotto il peso della tua vergogna.
Mentre Ruggiero cos favellava, Almonte vinto in forza e cortesia, col capo basso e tinta di fuoco la faccia, avrebbe voluto che la terra lo inghiottisse.
Galliacella vedendo ci, con animo risoluto ma con teneri accenti voltasi a Ruggiero, disse:
- Se hai abbattuto il mio germano, non devi insuperbirtene tanto, poich io che son donna, - e in ci dire alsossi la visiera e fe' vedere il bel volto, - e se il mio Dio mi d forza, spero bene provarti che val pi una donzella che il fiero Almonte.
Ruggiero gentile e cortese come sempre, e preso d'amore per l'invitta donna, rifiut di combattere seco; ma tanto ella seppe dire che dov accettare lo scontro. Prese le dovute distanze si slanciarono a gran carriera l'una sull'altro, e la donzella percosse Ruggiero con tal forza che poco manc non lo facesse scavalcare di sella. Il cristiano da parte sua colp la bella donna in mezzo allo scudo con tal furore che cred d'averla uccisa e ne era afflitto, ma solo le lance andarono in mille scheggie e i due campioni trovaronsi sempre forti in sella. Al secondo scontro un colpo tremendo abbatt la bella Galliacella che lasciate le staffe cadde al suolo tramortita. A s inttesa disgrazia Almonte si morse le labbra, vedendo omai ogni speranza di vittoria perduta.
Intanto la donzella, rialzatasi, disse a Ruggiero:
- Io sono doppiamente tua prigione, e perch vinta dalla tua prodezza e da un immenso amore per te. Conducimi teco e fai di me ci che vuoi.
Ruggiero a tali parole, che la facevano ai suoi occhi pi bella e pi leggiadra, le giur eterno amore e condottala in Risa ed ivi saputosi il valore della donzella, fu ricevuta qual figlia dal padre di Ruggiero.
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CAPITOLO SESTO.
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Presa di Risa per tradimento di Beltramo. - Morte di Ruggiero e Galliacella. - Nascite di Bernardo e Onofrio. - Prime imprese di Rinaldo. - Morte di Milone.
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Non pass molto tempo che Beltramo fratello di Ruggiero, vinto dalle virt e dai vezzi di Galliacella, si accese d'immenso amore per essa e le dichiar la sua infame passione, che dalla cognata fu respinta con orrore.
Allora l'iniquo Beltramo immagin il pi nero tradimento. Si condusse nel campo d'Almonte che scorazzava sempre in quei dintorni e gli propose di farlo entrare con le sue truppe di notte nella citt e trucidare tutti gli abitanti compresi il fratello e il padre.
Almonte dapprima fu per ricusare l'infame proposta, ma consigliato altrimenti dai suoi ministri, accett e condotto da quel vile entr in Risa nel colmo della notte mise tutta la citt a ferro e a fuoco, mentre Beltramo a tradimento uccideva il proprio padre e l'inerme e valoroso Ruggiero.
Galliacella, dal fratello risparmiata a tanto eccidio, gli narr la cagione che aveva mosso quel mostro alla rovina dei suoi. Fremette Almonte e pentito dell'infamia a cui lo aveva fatto partecipe Beltramo, lo condann a essere squartato vivo e fece pasto ai cani delle sue carni. Galliacella consunta dal dispiacere per la morte del suo caro Ruggiero non pot sopravvivergli lungamente, e condottasi in un folto bosco ed ivi assalita dai dolori del parto, dopo aver dato alla luce due figli maschio e femmina, mor.
 tempo omai di narrare cosa avvenne di Buovo e Lucietta che lasciammo in viaggio per Oristania.
Lucietta, assalita dai dolori del parto, dov fermarsi in mezzo ad un bosco ed ivi diede vita a due bellissimi bambini a cui fu posto il nome di Bernardo e Onofrio.
Mentre si aspettava che la regina potesse reggersi a cavallo per seguitare il viaggio, Abalante re di Portogallo signore crudele e nemico dei cristiani e padrone di quelle terre per cui passavano, con una schiera di ventimila uomini gli assal nel bosco.
Sanguinosa fu la pugna e mortale per tutti i cavalieri di Buovo, il quale pot solo con la fuga salvare s e Lucietta. Il piccolo Bernardo fu ritrovato da Abalante sotto la tenda dei miseri sposi e mosso a compassione del fanciullo seco lo condusse e lo fe' chiamare Viviano.
Onofrio ritrovato dal vecchio mago Merlino in un bosco, ove lo aveva abbandonato la sua balia per sfuggire pi facilmente alla strage, fu da esso raccolto ed affidato alle cure d'una sua figlia, maga anche essa, acciocch lo istruisse nella scienza del futuro, e fu chiamato Malagigi. Non and molto che divenne maestro nell'arte magica, ed allora conosciuto a chi era figlio e parente, si adopr a tutta possa, come vedremo, per il bene dei suoi congiunti.
Intanto Namo, vedendo Carlo afflittissimo per la morte di Ruggiero, lo esort a farsi animo, riunire nuovi eserciti per vendicarlo e punire il superbo Almonte.
Egli scrisse a Beatrice di portarsi in Brava per col soggiornare in compagnia di Berta e non ritrovarsi con lo sposo, che in Ardenna dovea recarsi per arruolare gente.
Non tard la casta donna a partire, e fattosi un seguito di damigelle e di armati, incamminossi insieme a Rinaldo suo figlio, alla volta di Brava.
Giunti in una folta selva, furono assaliti da un grosso leone e Rinaldo avendolo preso per un cane, senza alcun timore e con una agilit straordinaria l'abbatt a forza di legnate. Con lo stesso ardire di morte a tre giganti pirati e a tutta la gente che volea tagliar loro la strada. Finalmente giunti in un vasto e verdeggiante prato, trovarono una ricca tenda con sotto imbandita una lauta mensa.
Una bella signora gli ricev, forn di nuove vesti Beatrice e d'un'armatura completa Rinaldo, a cui disse:
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- La spada sola manca per completarla e questa sar tua cura conquistare al gigante Atlante che tiene la migliore che sia nel mondo, chiamata Frusberta.
Allorch Rinaldo fu per mettersi l'elmo in testa, l'incognita signora gli disse:
- Amico, quest'elmo, come tutta l'armatura,  incantato. Se tua madre  stata infedele al marito, col portelo in testa, resterai ucciso.
Rinaldo non ebbe nessuna difficolt; sicuro dell'onest di sua madre, si cuopr con l'elmo che non gli fece alcun male.
La dama volle quindi che giurasse di vendicare l'ingiuria fatta a sua madre, e Rinaldo tutto acceso in volto, giur di vendicare Beatrice con lo sfidare ad egual battaglia l'infame Ginamo.
Non aveva ancora pronunziata l'ultima parola, che una forte scossa si fece udire, la luce scomparve per qualche minuto e dissipatesi che furono le tenebre, si ritrovarono tutti in Brava.
Quell'incanto era stato fatto dal giovanetto Malagigi gi abbastanza iniziato nell'arte magica e che non voleva ancora svelarsi alla zia e al cugino.
Nel tempo che tali cose seguivano a Beatrice, l'esercito di Carlo si era gi riunito e trovavasi pronto a dare aspra battaglia ai Saraceni, guidati dal re Agolante e da suo figlio Almonte.
I due grossi eserciti si scontrarono presso i dintorni di Aspromonte. Orribile fu la pugna, e il sangue di migliaja e migliaja di morti, fece rosse tutte le campagne e convert i placidi ruscelli in sanguinosi torrenti. Fu in questa battaglia che il prode Milone, vinto pi dalle armi incantate, che dal valore di Almonte, perd la vita.
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CAPITOLO SETTIMO.
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Fuga di Orlando e Astolfo. - Uccisione di Almonte per mano di Orlando. - Avventure di Astolfo. - Morte di Agolante e Trojano. - Avventure di Rinaldo. - Suo incontro con Clarice. - Rinaldo conquista il cavallo Bajardo. - Morte di Atlante.
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Mentre tali fatti succedevano nel campo, Orlando e suo cugino Astolfo d'Inghilterra, trovavansi in un castello sotto la tutela d'un pedagogo che oltre ad istruirli nella scienza, doveva ammaestrarli nel maneggio delle armi.
Essi per d'indole focosa e guerresca mal sopportando la privazione della loro libert, eludendo la vigilanza del maestro, riescirono a fuggire dal castello e armatisi di bastoni giunsero presso al campo di battaglia in luogo appartato, ove Carlo desideroso di vendicare la morte del prode Milone, aveva sfidato Almonte. Ivi, non visti, ammiravano i micidiali colpi dei due valorosi, allorch Orlando, da alcune parole sfuggite a Carlo durante la mischia, conobbe la triste notizia della morte di suo padre; dolore e sdegno lo assalsero e calpestando ogni regola di cavalleria, intromessosi fra i combattenti:
- Cane d'un saraceno! - grid ad Almonte - sono io, il figlio di Milone, che debbo ucciderti e mandare all'inferno l'anima tua infame!
A questi detti Almonte ebbe come un triste ed ultimo presentimento, che quel fanciullo armato solo d'un bastone, dovesse essere il Dio della vendetta, e rimase un momento come estatico a mirarlo. Intanto Orlando, ai detti, unendo l'azione, menava sulla testa di Almonte un colpo tale, che l'elmo incantato slacciatosi ruzzolava ai suoi piedi.
Non ebbe tempo il figlio di Agolante di ricuperare l'elmo, che un altro colpo pi potente gli fracassava la testa.
Estinto in tal modo il primo campione del Saraceni, Orlando si vest delle sue armi e da tutti i capitani festeggiato, fu da Carlo eletto cavaliere di Cristo.
Saputo Agolante la triste novella della morte di suo figlio, fu per impazzirne dal dolore, ma fattosi animo riordin l'esercito per marciare alla volta di Carlo.
Intanto Astolfo amante di gloria e voglioso di combattere, andava scorrendo la pianura, allorch incontrossi in un'eremita che gli disse:
- Franco giovanetto, se gli occhi tuoi non smentiscono il desio di gloria che in essi rifulge, corri a liberare in una vicina grotta non lungi da qui, - e indicogli la strada, - una vaga e leggiadra donzella che un perfido gigante tiene in suo potere.
Ci detto spar. Astolfo seguendo la via indicata si ritrov all'ingresso di una spelonca, le cui mura interne erano tappezzate d'oro e d'argento. Sceso da cavallo vi entr, ed in una stanza ricca di gemme e pietre preziose, vide stesa sopra un letto una vezzosa fanciulla dagli occhi celesti e dalle chiome d'oro.
Astolfo a tal vista rimase attonito, ma la donzella voltasi a lui, con soavi accenti gli disse:
- Perch qua venisti, o infelice garzone? Non sai che un fiero gigante  il custode di questa grotta, e tiene me prigioniera uccidendo tutti i cavalieri che si attentano salvarmi? Vanne lungi da qui, se ti  cara la vita.
- Or che ti ho veduta, - rispose Astolfo, - non so come meglio potrei disporre della mia vita, che per salvarti, o divina fanciulla. Lascia che io resti teco, e mi terr appieno ricompensato dei miei servigi, se un poco d'amore vorrai addimostrarmi.
La donzella volentieri lo accolse fra le sue braccia assicurandolo che finch fosse stato con essa, il gigante non si sarebbe mostrato.
Mentre Astolfo stavasene occupato nelle guerre d'amore, altre guerre faceva il prode Orlando contro gli Africani, uccidendo il loro re Agolante e il figlio Trojano corso a soccorrerlo, liberando in tal modo la Francia dai suoi pi valorosi ed accaniti nemici.
A queste vittorie prese parte pure Rinaldo che incognito a Carlo, combatteva al suo fianco contro i Saraceni, con valore pari a quello di Marte.
Non  a dire quanto onore fece la Corte di Francia ai due paladini, e Carlo Magno, rivolto a Rinaldo cos gli parl:
- Nobile cavaliere, che tale devi essere, mentre pari al sole risplende il valor tuo: se coronare vuoi la mia vittoria, in molta parte a te dovuta, devi svelarmi il nome tuo perch io possa onorarti come meriti.
- Invitto Carlo, - rispose Rinaldo - se vuoi che io ti sveli il mio nome, promettimi prima di non opporti a che io possa vendicare una donna oltraggiata da un cavaliere che trovasi nella tua Corte.
Carlo meravigliato fece il giuramento e allora Rinaldo alzandosi la visiera, disse:
- Io sono Rinaldo legittimo figlio del duca Amone e di Beatrice ingiustamente calunniata da Ginamo di Bajona.
E in ci dire toltosi il guanto lo gett a Ginamo in segno di sfida. Il traditore non pot esimersi dal combattere ed essendo di valore assai inferiore a Rinaldo, dopo il primo scontro fu da esso ferito mortalmente, ma prima di morire confess la commessa vilt e come Beatrice era sempre stata una moglie onesta e fedele ad Amone. Questi con gran gioia abbracci il figlio e fatta tornare da Brava la moglie si fece da essa perdonare gl'ingiuriosi sospetti, e la felicit torn nei loro cuori.
Ma prima di seguitare il racconto converr narrare come Rinaldo giungesse ad acquistare tanto valore e trovarsi tanto opportunamente nel campo di battaglia in ajuto di Carlo.
Rinaldo lasciata la madre in Brava and ramingo in cerca di avventure per conquistare la famosa spada Frusberta e guadagnarsi con essa gloria e onore; giunto in un prato vide scaturire dal bosco vicino una cervia che ferita da uno strale, cadde morta al suolo, pochi passi da lui distante. Voltosi dove era partito il colpo, gli si present alla vista una vaga giovinetta che tutta giuliva corse alla cervia da essa uccisa.
Rinaldo, al gentile portamento della fanciulla, alla chioma dorata che mollemente ondeggiavale sulle candide spalle, ai grandi e begli occhi cerulei che fissi e dubbiosi lo riguardavano, fu preso da immenso e irresistibile amore per essa, ed essendo d'animo pronto e audace, avvicinossi a quella angelica creatura e gentilmente salutandola, cos le disse:
- Vi apporti il Cielo salute e pace, bella fanciulla, e se troppo non sono indiscreto vorrei sapere se siete donna, ovvero una dea, mentre non ho mai visto stella come voi risplendente, e se nel vostro cuore  tanta virt, quanta bellezza nel volto, ardisco dire che mai natura cre essere pi perfetto, onde mi terrei felice impiegare i miei giorni ai vostri servigi.
La donzella, con le gote tinte d'un pudico rossore, soavemente disse al giovanetto:
- Io non sono una dea, ma una semplice mortale, damigella d'onore della sposa di Carlo Magno. Mio fratello tiene il governo di Guascogna e combatte a favore dei cristiani, mentre in un castello qui vicino io meno vita felice e solitaria insieme alla mia cara madre. Clarice  il mio nome.
Rinaldo riprese:
- Io sono figlio di Amone, cugino di Orlando, di cui avrete udito la gloria ed il valore, e mi chiamo Rinaldo.
- Del vostro cugino - replic la donzella - ho inteso lodare l'immenso valore, tanto che bene a ragione pu chiamarsi Marte in terra, di voi per nulla ho udito e credo non abbiate ancor data prova alcuna del vostro coraggio.
Rinaldo, a quei detti, arse tutto di vergogna, e preg la donzella fornirgli occasione di metter a prova la sua spada. In questo tempo erasi avvicinata la nobile compagnia di Clarice, formata di damigelle e cavalieri, fra cui Alcasto di Tessaglia, che udite le ultime parole di Rinaldo si fece avanti e disse:
- Gentil cavaliere, se tanto sei desioso di far prova del valer tuo, miglior competitore non puoi ritrovare di me, che a questo tuo valore non crede, e son pronto con la mia lancia a provartelo.
Non  a dire se Rinaldo accettasse l'occasione, e indovinando in costui un rivale in amore, fu pronto ad accettare la sfida. Terribile fu lo scontro e la lancia di Alcasto si ruppe in mille pezzi, senza che Rinaldo piegasse sul suo cavallo; lo stesso non fu per Alcasto, che sebbene riparato dallo scudo, ricev un colpo s violento che l'acciaro si ruppe ed il misero giovane ferito mortalmente sbalz di sella.
Bast a Clarice la prova di valore data dal paladino e porgendogli la mano si fece accompagnare da esso al proprio castello, intrattenendosi durante la via in amorosi discorsi. L giunto, Rinaldo prese comiato dalla bella fanciulla e promettendo in cuor suo di tornare a chiederle amore coperto di gloria, volse la briglia verso il bosco. Abbandon le redini sul collo del cavallo e lasciandosi guidare da esse, in balia di amorosi pensieri, tutti rivolti a colei che si era impadronita del suo cuore, ritrovossi sopra un fiorito monticello ove erano assisi due cavalieri che con cibi davano ristoro alle stanche membra. Costoro con parole cortesi invitarono Rinaldo a prendere parte alla loro mensa e gli raccontarono che insieme andavano alla conquista di Bajardo, cavallo incantato da un mago e che doveva esser premio a quel cavaliere che per il primo avrebbe saputo abbatterlo. Si un ad essi il figlio d'Amone e dopo essersi confortato con alquanti cibi, si recarono presso la grotta abitata dal famoso cavallo, che uscito fuori menando salti e calci, e sbuffando fuoco dalle narici, movea l'orecchio e scoteva la superba criniera mandando in aria sassi, sterpi e piante, fracassando tutto e minacciando coi forti nitriti il nemico.
Rinaldo, in vederlo, si sent tutto ardere dal desiderio di possedere s nobil bestia, e guardandolo attentamente s'accorse che aveva una stella d'argento in fronte ed era s ben formato che nessun'altro cavallo poteva paragonarsi a lui.
Secondo i patti stabiliti, i due cavalieri furono i primi ad assaltare la nobile bestia, ma da essa furono abbattuti e malamente calpestati. Rinaldo, alla sua volta, vedendo che le armi a nulla valevano contro la pelle incantata di Bajardo, lo assalt corpo a corpo e tanto fu il prodigio di sua forza che riesc gettarlo a terra. Allora, come per incanto, il cavallo si fe' mansueto e lasciandosi tastare e petto e collo, si sottomise di buona voglia al freno, e nitrendo di giubbilo mostrossi lieto di s nobile padrone.
Rinaldo, lasciati i due cavalieri compresi di alta meraviglia per la forza da esso dimostrata, si diresse verso il luogo ove Carlo combatteva contro i Saraceni.
Mentre la spada del forte giovanetto faceva rosseggiare di sangue il campo nemico, ecco il superbo gigante Atlante il quale tenea al fianco la fine Frusberta, e voglioso di gloria con grande ardire punse l'elefante che cavalcava e and contro Rinaldo con tanto impeto sicch parve che la terra ne tremasse.
Scorselo in tempo Rinaldo e dato di sprone a Bajardo, i due combattenti urtaronsi s fortemente che sembr un terremoto avesse scosso la terra, e ognuno dei presenti cessando di combattere volse verso loro gli sguardi. Fu il primo colpo di tal forza, che ambedue fecero segno di lasciare la sella, e Atlante dov lasciarla forzatamente poich Bajardo men un calcio tale all'elefante che lo fece cadere morto al suolo. Per Atlante alzossi subito, e Rinaldo non volendo trar vantaggio da tale accidente, prontamente scese da cavallo.
Rise il pagano a tal atto, e vedendo che quel fanciullo alla pedona voleva seco lui contendere, lo minacci con voce irata, indi traendo dal fodero la fina Frusberta ne and incontro furibondo di vendetta.
Rinaldo rapido scans il colpo e impugnando la lancia a mezz'asta, ferocemente si slanci contro l'africano e percotendolo nel centro dello scudo tutto glie lo infranse.
A tal valore, a tanto ardimento, lo stuolo dei cristiani esult. Frem di rabbia il gigante e con rabbiosa fiamma scagliossi col brando contro Rinaldo e calando un terribile colpo gli mand la sua lancia in pezzi; indi accendendosi di maggior furore alz di nuovo la fiera Frusberta e gi era per colpire il paladino e dividerlo in due pezzi, allorch questi con lieve salto si sottrasse all'impeto di quel colpo, sicch il ferro and ad immergersi nel terreno per circa due palmi, e nel mentre con ira tremenda il gigante volea alzare la spada, Rinaldo ratto gli si fece sotto impugnando un affilato stile e lo colp si acerbamente, che dal dolore la spada gli fugg di mano, onde il pagano vedendo vicina la sua morte, fremette orribilmente.
Credeva ognuno spento l'ardire del giovane cavaliere, quando lo vide contendere senza brando coll'ardito gigante; ma presto tutti ne ammirarono la destrezza ed il valore e non sapendo quegli essere Rinaldo lo giudicarono per il primo guerriero del mondo.
Rinaldo, intanto, volendo finire il nemico, lo percosse pi volte laddove il capo termina col busto, finch rovesciandolo a terra, lasciollo ivi morto immerso nel proprio sangue; indi raccolta la Frusberta, degnamente se ne cinse il fianco.
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CAPITOLO OTTAVO.
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Orlando s'invaghisce di Alda bella. - Sponsali di Gano e Berta. - Rinaldo e Florindo abbattono i cavalieri di Floriana. - Brevi amori di Rinaldo e Floriana. - Costei vuole uccidersi, ma la maga Medea la salva. - Rinaldo ravveduto torna a Parigi.
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La vittoria di Carlo portata dal rimbombante eco, aveva fatto sentire la sua voce per molti regni dell'Europa, onde le belle donne che trovavansi assenti dalle patrie mura, con volto sereno riedevano al natio suolo.
Fra queste Alda la bella, prima di recarsi all'avito castello volle fare una visita alla Corte di Carlo, ove con sommo onore fu ricevuta. Orlando non sapea togliere gli occhi da quelli belli della fanciulla, e da essi suggea l'amorosa fiamma che con pi strali gli feriva il cuore.
La donzella che stava immobile ammirandolo, tinse le gote candide di vergineo pudore e si sent tutta avvampare d'amoroso fuoco.
Nello stesso tempo Cupido con altri dardi feriva i cuori del conte Gano di Magonza e della bella Berta, che stata fino allora fedele alla memoria di Milone, non seppe resistere ai nuovi strali d'amore, e col consenso del fratello Carlo e del figlio Orlando, cedette ai desideri di Gano che volle farla sua moglie. Allo sposalizio della sorella, Carlo mostrossi generoso e la citt fu in festa ed allegria per var giorni.
Rinaldo ed un suo fido e valoroso amico a nome Florindo non volendo pi stare neghittosi alla Corte, terminate le feste degli sponsali, si misero a scorrere quelle pianure per rintracciare qualche avventura e dopo tre giorni d'inutile cammino si ritrovarono presso una fonte adorna di lauri e mirti che con la loro ombra formavano quel soggiorno incantevole.
Or mentre stavano i due amici ammirando s delizioso loco, videro apparire due vaghe e leggiadre donzelle. Erano vestite di purpurea seta, tempestata di gigli d'oro e d'argento e cavalcavano due candidi cavalli. Seguivano molti scudieri e ancelle. Giunte ove i due paladini rimiravanle estatici, fatto un inchino li richiesero gentilmente che volessero onorare di loro presenza il palazzo da esse abitato, lungi da l solo una mezza lega.
I cavalieri ringraziaronle e seguirono le belle fanciulle. Giunti al castello trovarono imbandita una lauta mensa fornita di squisiti e delicati cibi.
Erano tutti intenti a fare onore alle gustose vivande, allorch furono interrotti dal suono d'un'orribile tromba, al rimbombo della quale ogni donzella, tremando da capo a piedi, si fe' pallida in viso.
Rinaldo domand la cagione di tale spavento, e la pi anziana di esse cos prese a parlare:
- Dovete sapere che un'eccellente maga chiamata Arbettina fece costruire questo castello a cui pose il nome di Castello della cortesia e vi radun tutte le donzelle d'animo puro e di verginale candore, facendo loro giurare di non invaghirsi di nessun cavaliere per quanto bello potesse essere.
"L'incanto  stato fatto in modo che qualora un cavaliere s'invaghisse d'una di noi e tendesse a macchiarne l'onore, da forza invisibile vien cacciato fuori. Or son due giorni che uno smisurato gigante venne qui albergato con tutta la cortesia, ma avendo ardito parlare d'amore ad una donzella, trovossi fuori delle nostre stanze. La tromba ora ci annunzia il suo ritorno e temo che sar tanto vile da minacciarci.
Udito ci Rinaldo chiese il suo cavallo e le sue armi, ed escito contro il gigante fe' con lui aspra battaglia e feritolo con pi colpi lo stese morto al suolo. Tutte le dame lodarono il valore del franco giovanetto, il quale preso comiato da esse, esc dal castello insieme al suo Florindo.
Var e magnanimi atti di valore fecero Rinaldo ed il suo amico durante il loro avventuroso cammino; uccisero Francardo ed i terribili Chiarello e Costantino fratelli di Mambrino, indi incontratisi con Brunamonte, parente anche esso di Mambrino, Rinaldo liber pi di trenta fanciulle tenute da quel gigante prigioni e uccisolo in singolare battaglia, ne mand l'anima all'inferno e liber la terra da cos orribile mostro. Non contenti di tali atti di valore e della fama omai per il mondo acquistata, andarono in cerca ancora di altre avventure.
E gi l'astro maggiore della natura avea due volte fatto ritorno sul nostro globo, dopo gli ultimi fatti narrati, allorch il figlio di Amone e il franco Florindo giunsero in un verdeggiante piano ove pi donzelle, vaghe di aspetto, danzavano attorno ad una, che per bellezza le superava tutte.
Quando le nobili danzatrici si avvidero dei due guerrieri che all'aspetto sembravano avere molto pregio, nacque in esse il desio di sperimentarne il valore e la pi bella di loro sped subito un valletto a pregare i due campioni di voler provarsi coi loro cavalieri. Appena fatta la domanda e saputo Rinaldo che la dama era Floriana regina di Media, fu pronto a rispondere che accettava la giostra.
Molti furono i cavalieri che vollero provarsi con l'invitto paladino, ma tutti doverono lasciare la sella ai primi colpi e gi la bella regina invaghita dei pregi e dell'alto valore di Rinaldo, sentiva serpeggiare nel seno le prime fiamme d'amore, allorch il superbo Caldiso, che non era stato anco abbattuto, preg Rinaldo che volesse seco lui provare la lancia. Nell'aspro incontro il pagano dov lasciare la sella, mentre con un tremendo colpo appena raggiunse il nemico, tanto da tagliargli i lacci dell'elmo, che cadendo fe' scuoprire il bel volto a Rinaldo.
La bella Floriana vinta gi dal valore, fu soggiogata dalla chioma bionda e dagli occhi neri del franco paladino, e fatta cessare ogni tenzone seco lo condusse insieme a Florindo in citt, ove ad ambedue furono fatti grandi onori.
Ma omai la regina presa da ardente amore per il giovane, lo fe' interrogare, per mezzo di fida ancella, se volesse farsi seguace della pagana fede, offrendogli in dono tutto il reame e facendolo suo sposo. Ma il saggio Rinaldo, vero soldato di Cristo e fedele alla sua cara Clarice, tutto rifiut. Vedendo Floriana che a nulla valevano le suo offerte, omai cieca d'amore, un giorno trovando Rinaldo solo, fra le sue braccia gettandosi disse:
- Ah! quando, o mio gentile Rinaldo, appagare vorrai le mie brame?
Amore che tenea teso l'arco, scocc uno strale al giovanetto, e le belle forme e il gentile sembiante di Floriana non prima mirati, fecero nascere nel cuore di esso un arcana fiamma; valoroso nella giostra delle armi non lo fu meno nella giostra d'amore, del che Floriana fu molto contenta e Venere ne rise coll'insolente figlio.
Obliava Rinaldo la sua bella Clarice, e tutto l'affetto riponea nella vezzosa Floriana, quando una notte gli apparve in sogno una damigella, dolente negli atti e mesta nel volto, la quale cos parl:
- Ahi! lassa!  questo il sincero amore, questa la fede d'un cavaliero qual tu ti vanti? Mi hai affatto obliata? Non riconosci pi in me la tua Clarice a cui giurasti eterna fede? Deh! torna, dolce mia vita, mentre per te ognor languisco, e se il mio duolo non curi, dell'onor tuo ti sovvenga, mentre dovunque si dir che Rinaldo ha abbracciata altra fede per amore d'una pagana, e l'onore della spada poco gli cale.
E ci detto spar.
Svegliossi Rinaldo e volgendo gli occhi intorno, gli parve sentire ancora il pianto della sua amata; pieno di vergogna si alz e senza fare alcun rumore, senza nemmeno avvisare Florindo, armatosi e salito sul suo cavallo fugg ratto dalla citt.
Quando Floriana la mattina mand in cerca del suo bene e seppe che se ne era partito, fu per morirne dal dolore.
Volle togliersi la vita, e con un pugnale gi stava per ferirsi, allorch si sent inalzare sopra un carro tirato da due cigni che ratti volando la condussero nel padiglione della maga Medea, zia di Floriana.
Rinaldo intanto fuggiva, fuggiva, trasportato dal suo nobile corsiero; vergognoso d'aver dimenticato per pi giorni la fede giurata alla religione di Cristo e alla sua Clarice, travers valli e monti fino a che trovossi alle mura di Parigi e portatosi alla reggia fu da Carlo, dal padre suo e da tutta la Corte ricevuto con gran festa.
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CAPITOLO NONO.
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Girardo re di Frata si rivolta contro il re di Francia. - Incontro di Bradamante con Berlinghiero. - Pugna fra Orlando e Don Chiaro. - Fuga di Girardo.
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Girardo re di Frata, nobile e potente signore cristiano, mal soffriva dipendere dall'imperatore, e pens mandare Don Buoso a Parigi per manifestare a Carlo il suo intendimento e vivere indipendente nel regno suo. Ma Gano di Magonza che per ragioni particolari odiava Buoso, vilmente e segretamente lo fece uccidere, del che indignato Girardo, giur aspra vendetta e radunato un grosso esercito insieme a suo fratello Don Chiaro, si mosse alla volta di Parigi devastando casali e castella e tutto ci che trovava sul suo cammino.
Fu intanto portato avviso a Carlo dei danni recati dall'esercito di Girardo. L'imperatore rest molto afflitto quando seppe che un re suo vassallo si era posto in aperta ribellione, e ordin a Berlinghiero di condursi da Girardo, ed ove questi si mostrasse pentito di quanto aveva operato e giurasse fedelt all'imperatore, lo avrebbe perdonato.
Fu l'ambasciatore malamente accolto dal ribelle duce, talmentech irato tornavasene a Parigi, ma nel traversare un bosco s'incontr con un cavaliere che portava una candida e dorata sopravvesta. Giunto a lui vicino, dall'incognito fu pregato gentilmente di volere insieme rompere una lancia per provare chi di essi fosse il pi valoroso.
Accett Berlinghiero, ma al primo colpo fu dal cavaliere sbalzato di sella. Maravigliato della rara forza di costui, benignamente gli chiese il suo nome, al che esso rispose:
- Il mio nome  Bradamante; sono sorella di Rinaldo e figlia del Duca Amone e di Beatrice, e vado in cerca del mio cugino Orlando.
E s dicendo si lev l'elmetto e fece vedere il volto, che per belt sembrava quello d'un angelo delle celesti sfere.
Berlinghiero fu lieto dell'incontro, e insieme seguitarono la strada per Parigi, quando giunti in una foresta, videro un cavaliere che portava in groppa una vaga e bellissima donzella che alla loro vista cominci a gridare.
Bradamante mossa a compassione di quella infelice, si slanci contro il vile rapitore, ed invitatolo a singolare battaglia lo uccise, e salv la bella fanciulla dal disonore; indi tutti uniti si avviarono alla volta di Parigi, ove Bradamante fu amorosamente accolta da tutta la Corte e pi specialmente da Carlo, dal padre suo e dai valorosi Orlando e Rinaldo.
Feroce e formidabile fu la battaglia intrapresa fra gli eserciti di Carlo Magno e di Girardo. Molta strage fu fatta, e Bradamante si mostr degna sorella di Rinaldo e cugina d'Orlando. Ma Don Chiaro vedendo s gran numero di morti e feriti, come colui che di mite animo era, si sent tutto compreso di compassione, e desideroso di far cessare tanta carneficina invit Orlando, con beneplacito di Carlo, a terminare la pugna fra loro due, a patto che il vinto dovesse restare ubbidiente al vincitore.
Stabilite in tal modo le condizioni dello scontro, e consenzienti i due capi, vennero i valorosi con grande impeto ad incontrarsi, talmentech le due lance volarono in minutissimi pezzi e i due forti campioni doverono piegarsi sulla sella, ma pronti furono ad impugnare le spade, e Don Chiaro men un gran colpo al paladino percotendolo nello scudo, che se non fosse stato incantato, glie lo avrebbe tutto infranto.
Orlando con lo sua Durlindana, si scagli sul nemico e tagliando lo scudo e la fine armatura, sarebbe arrivato il colpo alla carne, se pronto non fosse stato Don Chiaro a piegarsi, ma tanto furore lo assalse, che impugnata la fine spada a due mani mir all'elmo del nemico Orlando che sapea quanto il braccio di lui fosse pesante, scherm il colpo, quindi con grande ira, impugnata anch'esso la spada a due mani, tir un fendente tale sull'elmo di Don Chiaro che lo divise dal capo fino al petto e morto lo fe' cadere di sella.
Girardo saputo l'esito del combattimento, entr in citt e presa la moglie e quante gioie pot raccogliere, piuttosto che sottomettersi a Carlo, fugg in Africa, e rinunziando alla nostra santa religione, si abbandon alla protezione d'un Dio falso e bugiardo.
Il nipote Oliviero fratello di Aldabella, fece atto di sommissione a Carlo, che ne prov il massimo contento e lo tenne in sua Corte con grande onore.
 CAPITOLO DECIMO.
Orlando ottiene Aldabella in moglie. - Giostra dei paladini a Parigi. - Rinaldo uccide Anselmo di Magonza. - Esilio di Rinaldo. - Clarice viene rapita da Mambrino, quindi liberata da Rinaldo e Floriano, aiutati da Malagigi.
Orlando, ognora pi preso d'amore per Aldabella, la chiese in sposa ad Oliviero, che avendola gi fidanzata a Fieramonte re di Boemia, non pot appagare i suoi desiderii, ma replicatamente pregato, accondiscese a che la sorella fosse sposa a colui che mostravasi pi forte in un singolare combattimento.
Giunse Fieramonte a reclamare la mano di Aldabella, ma dov combattere con Orlando, da cui abbattuto e vinto, con grande scorno, fu costretto allontanarsi dalla Corte e cedere al vittorioso paladino la bella fanciulla.
Nessun'altro ostacolo si opponeva alle nozze dei due giovani amanti e queste furono celebrate con gran pompa. Indi l'imperatore per far pi lieta la festa, che band per otto giorni, fe' venire da tutti i suoi regni quante nobili donzelle e cavalieri vi erano, pensando di assegnare un grado a ciascun paladino secondo il proprio valore.
Il d seguente Carlo fece inalzare nella gran piazza un torneo in cui il vincitore sarebbe nominato il primo paladino di Francia.
Rinaldo aveva pi volte vista fra le damigelle della regina, la sua amata Clarice e le aveva gi palesato il suo amore, per cui la vaga donzella era gi sicura di portare la corona di quella giostra.
Trovavasi nella corte Grifone di Magonza che da molto tempo bramava la mano di Clarice e portava il vanto di franco campione.
Orlando, per non far contesa con Rinaldo, non volle prender parte alla giostra e gli fu dato l'incarico di giudice di campo. Seguirono parecchi assalti in cui molti paladini si fecero onore proclamando la loro donna la pi bella fra tutte. Era giunta la volta di Grifone, che sceso nel torneo e fattosi campione della bella Clarice, avea gi abbattuto dieci cavalieri, quando Rinaldo, ingelositosi di sentir vantare la sua amante da un Magonzese, lo and ad affrontare, sostenendo che la pi bella era la donna del suo cuore e con un colpo di lancia Grifone trovasi in terra.
Clarice ud le parole di Rinaldo, e male interpetrandole, fu assalita da aspra gelosia, per lo che struggendosi in lacrime and a rinchiudersi nella sua camera.
Giunse la sera e le vaste sale della reggia risuonavano di soave armonia, e ciascuno tenendo da presso la sua donna., inebriavasi di volutt e di piacere. I piedi di tutti fremevano impazienti per la danza, e Clarice, spinta da insano dispetto, si pose a danzare con Grifone di Magonza.
Rinaldo si sent struggere l'anima e maledisse quella festa, ma volendo rispondere all'onta che gli faceva Clarice, si propose di far sua compagna Aldabella e la preg di danzar seco, nel tempo stesso che veniva invitata dal forte Anselmo di Magonza.
Aldabella, al doppio invito, chin incerta lo sguardo al suolo. Il magonzese, volgendosi allora a Rinaldo, gli disse:
- Garzone, per tuo meglio ti consiglio a cedermi questa donna.
Rinaldo rispose con sdegno:
- Sarebbe pi utile consiglio per te, che volgessi altrove il tuo pensiero per risparmiarti dispiaceri.
A tal risposta, Anselmo replic:
- Se tanto osa un vile bastardo, cosa farebbe se fosse un mio pari?
Non aveva terminate queste parole, che Rinaldo, come leone che rugge, si slanci su Anselmo, e presolo per la gola, lo strinse con tal forza che lo rovesci morto in mezzo alla sala.
Gano, che si vide trarre di vita il proprio fratello, si pose a gridare alle armi, e pi di cento Magonzesi corsero per vendicare l'ucciso signore.
Bradamante, deposte le donnesche vesti, si arm di corazza e fu la prima a difendere i fratelli, che circondati dai nemici sostenevano con ardire la ineguale pugna.
Giunse poi Orlando, Oliviero, ed in ultimo Rinaldo, che era uscito dalla sala per armarsi. Il suo arrivo fu funesto ai Magonzesi, e Gano che volle affrontarlo, per sfogare la vendetta che nutriva in cuore verso di lui, fu ferito alla faccia, e intriso di sangue si rifugi nelle camere di Carlo. Questi, consigliato dal traditore, band per sempre Rinaldo da Parigi, indi corso l ove la pugna ferveva pi accanita, con preghiere e con minaccie plac gli esacerbati animi, e impose a Rinaldo di lasciare subito la citt.
Il paladino, dolente della punizione inflittagli fece sellare il suo cavallo ed esc dalle mura. Errando per incerto e disastroso cammino, giunse in una vasta pianura denominata la valle del dolore. Or mentre ivi stava col cuore affranto, disperato di aver perduto l'affezione di Carlo e l'amore della sua diletta Clarice, un cavaliere, tutto chiuso nelle armi, avvicinossi a Bajardo che pascolava l vicino e presolo per la briglia, esclam:
- Vieni meco, mio buon destriero, poich il tuo signore  indegno di te, mentre se ne giace immerso nel suo dolore qual debole femmina.
E s dicendo e montato in groppa al cavallo, a gran carriera si allontan.
A quell'atto indegno, Rinaldo pieno di furore corse ratto verso colui, ma non pot mai raggiungerlo sebbene la luce che egli tramandava dalle armi permettesse di non perderlo di vista.
Giunto in un bivio di strade quell'uomo spar ed il cavallo rest libero e solo. Non fu tardo Rinaldo a cavalcarlo e stavasi incerto per qual via inseguire il rapitore, allorch uno strepito d'armi si fece udire non lungi, e mosso a quella volta, vide un cavaliere il quale sostenea fiera pugna con varia gente armata, e gi dieci ne aveva posti a terra, altri uccisi, e molti feriti.
A tanto valore, il paladino stupefatto, non pot che lodare quello straniero, quindi vedendo che il numero degli assalitori cresceva, acceso di sdegno, spron Bajardo, trasse la Frusberta e seagliatosi in mezzo alla pugna molte teste e busti fe' andare per aria, fino a che lo stuolo dei nemici fu tutto disfatto e posto in fuga.
Rimasti soli i due cavalieri e richiestisi del loro essere, l'uno nell'altro riconobbe l'amato e fido amico, poch il valoroso giovane altri non era che Florindo.
Scambiatisi fraterni abbracciamenti, Florindo raccont che abbandonato il castello di Floriana, dopo lunghe vicende ebbe la fortuna di ritrovare il suo genitore nel duca di Ostia che lo accolse con sommo affetto e per amor suo si fece seguace della religione di Cristo. Gli narr ancora che spinto da un fatale amore per la figlia di un re, si era indotto a lasciare il padre, e giunto in quel piano, molti cavalieri lo avevano assalito senza motivo alcuno.
Rinaldo allora si volse ad uno dei cavalieri feriti, e seppe da esso che Mambrino invaghitosi della bella Clarice e sotto mentite spoglie si era recato alla corte di Francia, ne aveva rapito la donzella e per far vendetta dei fratelli uccisi aveva ordinato che tutti i cristiani, che per caso passassero presso i suoi attendamenti, dovessero avere cruda morte.
Rinaldo a tali notizie si sent trafiggere il cuore, e poco manc non cadesse da cavallo, ma sorretto dall'amico, spronarono i loro destrieri, e ben presto si trovarono sopra un poggio da cui poterono vedere gli accampamenti di Mambrino.
Innanzi ad uno di essi, sfarzosamente addobbato stavasi la bella Clarice mesta e pensosa; a lei d'accanto sedevasi Mambrino circondato da tutti i suoi e avente in capo l'imperiale diadema.
Eravi il grande Arcastro, il signore degli Assiri, il valoroso re Artuso, il forte e famoso Atteone, il feroce gigante Oldauro e mille altri duchi e baroni i quali tutti attorniavano il superbo imperatore.
Rinaldo non stette troppo ad osservare l'accampamento nemico, ma spinto da gelosa cura, e seguito dal fido Florindo si fece in mezzo all'esercito avversario e vi apport strage e morte.
Il feroce Mambrino, a tal vista, fattasi recare da uno scudiero la sua lancia, e montato sopra un focoso destriero, si slanci alla volta di Rinaldo, mentre il gigante Oldauro si movea verso Florindo che gi aveva abbattuto vari cavalieri pagani.
Terribile fu l'incontro fra i valorosi guerrieri, ma finalmente Rinaldo, profittando di un istante propizio, presa la Frusberta con ambe le mani, calando un terribile fendente, raggiunse nell'elmo il feroce pagano che stordito si abbandon sul cavallo.
Il paladino corse allora alla volta di Clarice e pregandola di accettare il suo aiuto, la pose in groppa di Bajardo, e si accingeva a portarla via allorch tutto l'esercito in massa assal il valoroso.
Allora avvenne una cosa strana: lo stesso guerriero che avea rapito Bajardo comparve con la sua armatura luccicante nel campo, e fece cadere al suolo tutti i nemici.
Egli era Malagigi che per salvare Rinaldo avea tolto quell'effige e dello stesso mezzo si era servito prima, perch il paladino potesse liberare la sua Clarice dalle mani di Mambrino.
Per mezzo d'incanti convert il campo saraceno in un forte castello, ove i due cavalieri cristiani ritrovaronsi insieme alla bella Clarice. Pochi d appresso capit re Carlo con Orlando e altri paladini della Corte, che andavano in cerca della rapita donzella. Il magno imperatore, dietro preghiera di Malagigi, perdon a Rinaldo, e per farlo degno sposo della vezzosa Clarice, lo invest del principato di Montalbano.
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CAPITOLO DECIMOPRIMO.
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Buovo muove guerra ad Abalante. - Riconoscimento di Malagigi e Viviano. - Giostra in Numinzia. - Florindo, vincitore, si sposa alla bella Olinda.
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Ma  ormai giunto il tempo di condurre i nostri lettori nella corte di Abalante, re di Portogallo, il quale, superbo del valore di suo figlio adottivo Viviano, lo riteneva il primo guerriero del mondo. Buovo, non dimentico dell'ingiuria ricevuta da cotale re, col permesso di Carlo radun la sua gente, e mosse alla volta del Portogallo. Giunto in Oristania, decise ivi fermarsi qualche giorno, per aspettare altro esercito, che Astolfo d'Inghilterra dovea condurgli.
Abalante, a cui giunse la notizia di tali preparativi di guerra, se ne adont, e nulla sospettando che Viviano fosse figlio di Buovo e Lucietta, ordin al giovanetto di marciare con grosso esercito alla volta di Oristania, assediarla e farsene padrone, nel tempo che egli con la retroguardia non tarderebbe a raggiungerlo. La nuova che un'armata saracena avvicinavasi alla citt, indusse Buovo a fortificarla. In questo frattempo giunse Viviano, che fatta sonare la tromba da un araldo, sfid Buovo a singolar tenzone.
Nel mentre che i due valorosi scambiavansi colpi tremendi, e che il campione cristiano era per soccombere ai colpi del giovane saraceno, un gigante stese le lunghe braccia e rap il giovanetto, conducendolo via con la celerit del vento. Giunto in mezzo ad un bosco, ivi lasci Viviano, e prendendo le sembianze di un bel giovane negromante, gli raccont non esser egli figlio di Abalante, ma sibbene di Buovo di Agramonte e di Lucietta di Oristania. Gli raccont l'assalto avvenuto nel bosco, l'abbandono dei due pargoli, e finalmente si diede a conoscere per Malagigi suo fratello.
A tal racconto, Viviano non pot trattenere la gioia, e corse ad abbracciarlo, quindi si recarono al campo, ove gi Abalante era stato vinto e fatto prigione da Buovo.
I due giovanetti non ebbero a penar molto per farsi riconoscere dai genitori, poich la voce del sangue gi parlava in loro favore.
Non  a dire quanta amorosa accoglienza ne ebbero; il caso strano ed improvviso intener il cuore di tutti gli astanti e di Abalante pure, che amava Viviano di verace affetto e voleva farlo suo erede.
- Io ti perdo, o mio diletto Viviano - gli disse - e vivr sempre in duolo senza di te, e la tua religione sar quella del padre tuo; ma ora che sono convinto essere la migliore e la vera, prometto farmene seguace e mi dichiaro pronto ad esser suddito di Carlo, purch teco possa vivere il resto dei miei giorni.
Viviano corse ad abbracciare il buon vecchio; le sue catene furono sciolte, ed i vinti guerrieri, imitando l'esempio del loro re, abiurarono la falsa religione per seguire quella di Cristo.
Mentre in Oristania accadevano tali fatti, Rinaldo e Florindo, dovendo da Parigi recarsi in Grecia per commissione di Carlo, si abbatterono in un corriere che accelerava i passi onde recarsi in varie citt, annunziando che la bella Olinda, figlia del re di Numinzia, sarebbe stata concessa sposa a colui che avesse dimostrato maggior valore in una giostra da tenersi di l a qualche giorno. Florindo, a tal notizia, fu per cadere in terra dal dolore, e sorretto da Rinaldo gli confid che la bella Olinda era quella per cui sospirava. Formarono subito il divisamento di recarsi al torneo, e giunto il giorno per quello stabilito, Florindo dimostr tal valore e tale ardimento, che nessun cavaliere pot stare al suo confronto, sicch con somma gioia di Olinda, che molto lo amava, e di re Sarillo suo padre, fu dichiarato vincitore della giostra e sposo della vezzosa Olinda, la quale insieme al padre e a molti cavalieri pagani, abiurarono la religione di Maometto e seguirono quella del nostro Redentore.
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CAPITOLO DECIMOSECONDO.
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Nascita di Guidone e Carinda. - Guerra fra l'esercito di Carlo e quello di Mambrino. - Mambrino viene ucciso da Rinaldo che si impossessa dell'elmo incantato. - Costruzione del castello di Montalbano.
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Le feste nuziali terminate, Rinaldo prese comiato dagli sposi, che molto fecero per trattenerlo, e abbracciatolo e versando lacrime di tenerezza, lo fornirono di denari e di tutto ci che poteva abbisognargli in viaggio.
Era venuto intanto il momento del parto per la mesta Floriana, che assistita dalla maga Medea diede alla luce due gemelli, maschio e femmina, ai quali furono posti i nomi di Guidone e Carinda.
Rinaldo intanto addolorato per la mancanza dell'amico suo, e per esser lontano dalla vezzosa Clarice, s'indirizzava solingo verso la Grecia.
Il feroce Mambrino, furioso per essere stato vinto da un paladino cristiano, e per la perdita della sua bella fanciulla, moveva l'esercito suo ai danni di Carlo.
Questi, a sua volta, non vedeva l'ora di umiliare con una segnalata vittoria l'acerrimo suo nemico, e liberare tutta la cristianit da un pagano tanto potente e temuto.
Malagigi gustate le carezze paterne, portossi a spiare i movimenti del pagano Mambrino, desideroso altres di farlo incontrare con Rinaldo e far ottenere a questo il tanto decantato elmo del pagano.
Carlo seguendo il cammino per la Guascogna giunse a Oristania, ove da Buovo ud l'esito della guerra con Abalante ed il riconoscimento dei due figli Viviano e Malagigi, e come questo trovavasi assente dalla sua Corte, ma che nutriva amichevoli sentimenti verso il re di Francia.
Dopo due o tre giorni che Carlo trovavasi nella Corte di Oristania volle partire, e Buovo lo segu con un esercito di ventimila uomini.
Capitano di esso fece Viviano.
Non tard molto a giungere la notizia a Mambrino che Carlo marciava contro lui con potente oste, del che soddisfatto, andava dicendo ai suoi capitani che presto avrebbero veduta la Francia e l'Italia a lui soggette e l'orgoglio dei paladini sottomesso.
Carlo intanto era entrato nelle terre di Guascogna e con segreto messo, fe' sentire a quella regina, sposa di Iuvone, che si stesse avvertita per aprire le porte all'arrivo dell'imperatore.
Mentre queste cose accadevano, Rinaldo affranto da un lungo viaggio, erasi assiso all'ombra di verdeggianti castagni, e gi si accingeva con un placido sonno a dar ristoro alle stanche membra, quando a lui si par davanti un cavaliere dalle armi lucenti, che non volendo altrimenti celarsi, si di a conoscere per suo cugino Malagigi, figlio di Buovo d'Agramante, e l'oggetto di sua venuta disse esser quella di fargli acquistare l'elmo incantato di Mambrino.
Rinaldo non pot saziarsi di baciare il cugino e di ringraziarlo, chiedendo a lui consiglio del come condursi.
Malagigi allora gli fece noto che il giorno veniente Mambrino doveva andare a sfidare i paladini e col suo valore farli tutti prigioni, tranne Orlando che negherebbe battersi con lui.
L'avvert ancora che Mambrino condurrebbe seco un suo nipote, nomato Alceo del Monte; forte e valoroso nelle armi.
- Io - soggiunse - far teco pugnare Mambrino, e Bradamante sar degna avversaria di Alceo.
Ci detto postisi ambedue in groppa a Bajardo furono da invisibili spiriti, che ubbidivano a Malagigi, trasportati in luogo appartato presso il campo di Carlo.
Mambrino, poich fu giorno, vestito della dura e incantata armatura, in compagnia di Alceo si port sotto le mura di Guascogna, ove Carlo di notte tempo era entrato, e facendo squillare la sua tromba, sfid i paladini cristiani.
Il magno imperatore, preg Orlando acciocch andasse a punire il nemico, ma il conte rifiut, adducendo per scusa il giuramento, da lui fatto in un caso strano accadutogli, di non combattere con Mambrino sino a che la sacra persona dell'imperatore di Francia non fosse in imminente pericolo.
Carlo dov appagarsi di ci, e diede incarico ad altri paladini di affrontare il nemico.
Mambrino tutti abbatt e fece prigioni, e teneasi ormai sicuro della vittoria, quando Carlo fattosi recare le armi, volle uscire lui stesso a combattere.
Mambrino intanto fremea di rabbia non avendo trovato fra i cavalieri fatti prigioni n Orlando, n Rinaldo, n Bradamante.
Cruda fu la battaglia che dur pi di un'ora, e Carlo adoprando la sua destrezza, non lasciavasi mai cogliere appieno dalla fulminante spada del pagano, ed ora coprendosi con lo scudo, ora deviando la spada nemica con la propria, rendea vani i terribili colpi, ma volendo omai finirla con s valoroso campione men un gran fendente, che fu dal pagano riparato. Carlo a sua volta ricev sull'elmo un colpo tale, che tramortito fu per cadere a terra, e sarebbe stato fatto certamente prigione, se Rinaldo, che nascosto avea osservato l'andamento della pugna, qual fulmine non si fosse scagliato su Mambrino, gridando:
- Difenditi, rapitore di fanciulle.
Fu pronto il pagano a voltarsi, e certo omai d'essere di fronte al principe di Montalbano e non ignorandone il valore, si pose a combattere.
Bradamante frattanto incontrato il fiero Alceo che muoveasi in soccorso di Mambrino, gli diceva:
- Ben comprendo, cavaliere, dalla fretta che hai, quanto l'ozio ti annoia, e giacch io pure vo cercando lavoro, meco ti apparecchia alla battaglia, perch devi sapere che questo  il giorno segnato per la tua morte, e per quella di Mambrino.
Non pot sopportare Alceo quel parlare superbo, e senza proferire accento, impugn la lancia contro Bradamante.
Al furore delle percosse piegaronsi i cavalli, ma i cavalieri rimasero saldi in arcione. Allora traendo le spade diedero luogo a un terribile assalto.
In altra parte del campo Rinaldo e Mambrino sembravano due eroi. I colpi succedevansi ai colpi senza vantaggio per alcuno, finch il paladino, menando un rovescio con la Frusberta, colse nel fianco il pagano, e rotta la fina armatura lo fer fortemente.
Quando Mambrino si vide macchiato del proprio sangue, inferocendo men un tal colpo a Rinaldo, che sebbene molto destro, non si pot schivare, e fu duopo porre le mani in terra per non cadere, ma subito si riebbe, e calato un fendente a Mambrino gli aperse un'altra ferita sulla spalla.
Con la perdita del sangue, il pagano s'inferoc sempre pi, ed urlando a guisa di leone, gett lo scudo, e presa la terribile spada con ambe le mani, con tutte le sue forze mir all'elmo di Rinaldo.
Questi, spiccando un salto, mand a vuoto il colpo, ed il pagano condotto dalla stessa sua forza dov piegarsi al suolo.
Il paladino profittando del momento propizio, cal la Frusberta a due mani, e colpendo il nemico ove l'elmo  congiunto con l'armatura, gli tronc il capo; indi rendendo grazie a Dio dell'ottenuta vittoria, s'impossess del fino elmo, e saltato sul cavallo and verso la sorella che combatteva con Alceo.
Questi vedendo rilucere sul capo di Rinaldo l'elmo di Mambrino e supponendo perci estinto il gran pagano, lasci Bradamante e si fece contro il campione dei cristiani, il quale calando un colpo da maestro divise Alceo fino al petto, e spento lo fe' cadere al suolo.
Caduti in tal modo i pi formidabili nemici, l'esercito pagano fu presto messo in rotta.
I paladini prigionieri furono liberati da Orlando che uccise tutti i soldati messi a loro custodia.
Il magno Carlo colm di onori Rinaldo e la forte e bella Bradamante.
Clarice pianse di gioia fra le braccia del valoroso suo sposo e riconosciuta ingiusta la sua gelosia, andava orgogliosa dell'amore del secondo paladino di Francia.
Col tesoro di Mambrino fu ricostruito il castello di Montalbano, della cui signoria Carlo aveva investito Rinaldo.
Malagigi, per mezzo dei suoi spiriti, lo fe' adorno di tutte le pi belle sculture e pitture di quei tempi. Arazzi di squisito lavoro tappezzavano tutte le stanze, ricchi baldacchini tempestati di pietre preziose sormontavano letti intarsiati d'avorio e di madreperla.
Carlo, che ancora non aveva veduto l'interno del castello, si rec con tutta la Corte a visitare Rinaldo. Questi gli and incontro e smontato da Bajardo umilmente baci le mani al gran monarca, mentre la bella Clarice con ricche vesti era ad aspettarlo sulla grande scalinata d'ingresso.
Tutti restarono sorpresi della magnificenza e ricchezza del castello e trattenutisi ivi qualche giorno, fecero poi ritorno a Parigi.
Amone e Beatrice andarono a stabilirsi con Rinaldo, visitando rare volte il loro ducato d'Ardenna.
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CAPITOLO DECIMOTERZO.
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Rovenza muove guerra a CarloMagno. - Fiera battaglia fra essa e Orlando. - Rinaldo sfida Rovenza e l'uccide.
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La nuova della morte di Mambrino si sparse veloce per tutto il mondo, giungendo fino in Soria e ponendo in lutto quel reame.
Rovenza, valorosa e bella fanciulla, figlia del re di Soria, dolente per la morte d'un suo fratello ucciso insieme a Mambrino, chiese ed ottenne dal padre che un grosso esercito fosse posto sotto i suoi ordini per andare contro Carlo, conquistare la Francia ed aggiungerla al suo diadema regale. Nel suo furore giur di abbattere Orlando e Rinaldo e dare i loro cadaveri per pasto ai cani Il re suo padre, che ben conosceva l'insuperabile valore di Rovenza, accondiscese alla sua domanda e radunato un potente esercito ed immenso tesoro, lasci che la figlia si imbarcasse alla volta di Francia.
Le numerose navi presero terra a Marsilia e la notizia dello sbarco di s grossa armata giunse al re Carlo, che riuniti tutti i suoi soldati e quelli dipendenti dai suoi paladini, fe' fortificare Parigi e si prepar a ricevere il formidabile nemico. Donna Rovenza giunta alle porte della grande citt, sped un messo a Carlo, dicendogli:
- Vanne da mia parte a colui, che dei cristiani porta la corona, e digli che mi sono maravigliata perch non sia venuto ad incontrarmi per cedermi quella corona che egli tiene sul capo e che alla mia testa meglio conviensi; gli dirai che venga al mio cospetto con abito di penitenza, o che mandi Orlando e tutti i suoi paladini a cui confermer che nessuno  degno del diadema di Francia eccetto me.
Fu l'ambasciatore ricevuto da Carlo come conveniasi, e colmo di doni ne ritorn a Rovenza, con risposta che un solo dei paladini sarebbe bastato per rintuzzare il suo orgoglio.
Gi la notte aveva compiuto il suo corso e i primi raggi del sole illuminavano il campo nemico, allorch la bella Rovenza si vest della sua incantata armatura e squillato il corno, fe' sentire che sfidava Carlo con tutti i paladini.
Astolfo che era d'animo ardito, presentossi per il primo, ma fu dall'invitta donna scavalcato. Successero ad esso ed ebbero la stessa sorte Uggiero ed Oliviero. Rinaldo e Bradamante non trovavansi a Parigi, e ci per tradimento di Gano, che invidioso del gran valore di Rinaldo, intercett le lettere con cui l'imperatore lo faceva avvisato dell'avvicinarsi del nemico.
Orlando non volle che altri si esponesse al furore dell'invincibile guerriera e inforcato Brigliadoro and incontro a Rovenza. Seppe costei esser quegli il primo paladino di Francia e con gentilezza gli disse:
Conosco per fama il tuo valore, ma ti avverto, che non sar bastante da farti restare in arcione, per cui puoi fin d'ora darti per vinto.
Rispose il conte che aveva assoluta fidanza nella sua Durlindana e che le avrebbe mostrato quanto essa valeva.
Ci detto volsero i loro cavalli e con le lance in pugno andarono ad incontrarsi. Orlando non pot resistere all'urto e cadde, ma lo stesso avvenne di Rovenza, per cui si di mano alle spade.
Ma che far potevasi fra due campioni, uno invulnerabile, l'altra vestita d'armi incantate? Fieri e tremendi furono i colpi, fino a che Rovenza, usa portare in guerra un forte martello, di un colpo tale sull'elmo del paladino, che stordito cadde e dai suoi famigli fu condotto in citt.
Quando il conte si fu riavuto ebbe a gran vergogna l'esser fuggito, ma Carlo, confortandolo, lo condusse alla reggia. Rovenza, gloriosa del valor suo, torn ai suoi attendamenti.
Al castello di Montalbano tutti erano in festa per la nascita di Giovone partorito da Clarice, e Rinaldo, superbo di tal figlio, gli prodigava le pi calde carezze, allorch, per mezzo di Malagigi, ebbe notizia della guerra portata al suo re e delle lettere intercettate dal traditore Gano. Furioso per tanta nequizia ed impaziente di recare soccorso all'imperatore, fatto sellare Bajardo, si accinse a partire unitamente a Bradamante. Salut gli amici e la diletta consorte, e insieme alla sorella e al cugino, si avvi alla volta di Parigi. Prima di giungere alla citt, Malagigi cos gli disse:
- Sappi, o Rinaldo, che le armi che veste Rovenza sono incantate e da esse, pi che dal valor suo, questa regina vien resa invincibile. Se vuoi aver vantaggio su lei, colpisci con la tua forte spada l dove piegasi il ginocchio, che solo ivi l'incanto delle armi  nullo.
Rinaldo ringrazi il cugino dell'avviso, e fattosi avanti, poich erano omai giunti presso gli accampamenti nemici, e dato fiato al corno, chiam Rovenza a battaglia.
Non fu tarda a presentarsi l'invitta donzella, ed impugnata una forte lancia and incontro al paladino.
Fiero fu l'assalto, e l'eco fe' risonare nelle vallate circostanti il rumore dei colpi; mandarono scintille gli scudi e le lance in minutissimi pezzi volarono al cielo; i due forti guerrieri non resistettero e insieme caddero di sella; furono pronti per a rialzarsi, e Rovenza, impugnato il suo martello a due mani, cal un colpo sull'elmo di Rinaldo, che, se lo avesse preso in pieno, a nulla sarebbe valso l'essere incantato: la spada del paladino, ch troppo fiero per profittarsi di quanto avea saputo da Malagigi, mirava alla testa, fu, per un movimento di Rovenza, deviata, ma con tanta forza era stata tratta, che strisciando lungo l'armatura, and a ferire il ginocchio della donna e tutto lo tagli.
Cadde Rovenza, mentre Rinaldo tramortito per un colpo ricevuto, rotolava ai suoi piedi; fortuna per lui che tosto si riebbe, perch la pagana guerriera gi stava per vibrare un secondo e pi fiero colpo che il paladino pot ratto scansare, e scagliatosi allora su Rovenza, che faceva erculei sforzi per reggersi sulla gamba ferita, slegando l'elmo le spicc il capo dal busto, e saltato su Bajardo fugg in citt.
Ivi fu ricevuto da Carlo, e da tutta la Corte con sommi onori, e dichiarato il primo eroe del mondo.
Appena il campo nemico si accorse della morte di Rovenza furono tolti gli accampamenti e l'esercito pagano si diede a precipitosa fuga, lasciando buona parte del tesoro, che il re volle diviso fra Orlando e Rinaldo.
Questi, terminate le feste in onore della vittoria riportata, chiese commiato per restituirsi a Montalbano.
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CAPITOLO DECIMOQUARTO.
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Giostra per la bella Rosetta. - Cladinoro vince lo Scapigliato, ma creduto traditore dal monarca di Russia  costretto a fuggire. - Morte di Buovo e Lucietta. - Assedio di Parigi. - Rinaldo sconfigge l'esercito nemico e libera la citt.
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Buovo di Agramente che trovavasi alla Corte di Carlo, ebbe notizia da un fido servo che il vinto esercito dei pagani, riordinato, con a capo il re Grattamogliere, avviavasi verso le terre di Oristania. Chiese perci commiato all'imperatore e senza avvertire suo figlio Viviano, part alla volta del suo regno.
Ma prima di narrare ci che avvenne all'infelice Buovo di Agramonte conviene portarsi in Russia, ove il gran Barbassore avea una figlia molto bella, chiamata Rosetta, alla quale volendo dar marito, stabil che lo sposo esser dovea colui che sarebbe stato vincitore in una giostra.
Tal bando si seppe in tutti i regni, e molti cavalieri si presentarono in Russia fra cui un terribile gigante, per nome Scapigliato, signore dell'isola piovosa e da gran tempo amante della bella Rosetta, e un nobile giovanetto, il quale bramava acquistare tanta gloria, quanta ne aveva posseduta il suo morto genitore.
Non so se vi ricordate, o cortesi lettori, della bella Claudiana, figlia al superbo Guarniere fratello di Agolante, la quale invaghitas di Ruggiero di Risa, abbandonati i falsi idoli, fugg con esso e caduta in mare, fu salvata da un capitano di nave; condotta in Asia al servizio della di lui moglie, vi di alla luce un figlio che chiam Cladinoro e che fin dalla fanciullezza mostr impareggiabile forza e coraggio.
Il giovane avea raggiunta l'et di venti anni, quando, vicino alla citt di Soldanella, comparve un terribile mostro che divorava tutto il bestiame e molte persone.
Il vecchio re di quei stati promise adottare come figlio e far succedere al trono colui che avesse ucciso il mostro.
Il figlio di Claudiana si present a quel re, n'ebbe una armatura e cavallo, and incontro al mostro e seppe lottare s bene con esso, da stenderlo morto ai suoi piedi.
Non  a dire quanta festa fecegli il buon vecchio re, e lieto lo accolse in sua Corte insieme alla madre.
Il giovanetto presentatosi al torneo bandito dal Barbassore di Russia, era Cladinoro.
La bella Rosetta, appena lo vide, fu subito presa d'amore per lui, ed a mezzo di fida ancella, i due giovani poterono avere frequenti e segreti colloquii.
Giunto il d stabilito al gran torneo, cominciarono ad udirsi suoni di strumenti armonici che percorrendo la citt, annunziavano agli arditi cavalieri che la giostra era pronta.
Quando le dame si furono assise nel distinto palchetto, arriv il Barbassore che ordin di squillare le trombe per dar principio al grande spettacolo.
Lo Scapigliato si fe' subito innanzi, gridando:
- Chiunque abbia intenzione di sposare Rosetta, che in questo d splende fra noi qual fulgida stella, venga meco al paragone e se il suo valore supera il mio, l'otterr in sposa.
Si presentarono il re Milionte, il re Ballais, il visir di Saldanopoli e molti altri che avevano fama di valorosi cavalieri, ma tutti furono dallo Scapigliato abbattuti.
Allora Cladinoro cred giunto il momento di farsi avanti, e spronato il nobile destriero entr nello steccato.
La leggiadria del giovanetto, le lucide armi, attrassero l'attenzione di tutti gli astanti, e la bella Rosetta pallida per l'emozione e con gli occhi pieni di lacrime, poteva a stento frenarsi.
Cladinoro, con quella gentilezza di cui era sempre uso, and contro allo Scapigliato e salutatolo cortesemente, disse che la bella Rosetta non si addiceva a lui troppo grosso e deforme, ma che pi bella sarebbe apparsa al fianco d'un giovane valoroso quale egli si stimava.
Quel superbo, tenendosi ingiuriato, mont sulle furie e tutto acceso in volto, minacciando il giovanetto, volse il cavallo per prendere la distanza. Il discendente dell'invincibile Ruggiero, per nulla sgomentossi, e saldo in arcione, aspett l'avversario: l'urto fu terribile e la lancia del gigante si ruppe nello scudo di Cladinoro, che fermo rest in sella; ma l'avversario, colpito all'elmo, rovesci nella sabbia.
Gli amici di quel superbo corsero tutti in mezzo al torneo per minacciare Cladinoro chiamandolo falso e bugiardo. Sal il valoroso al pi alto furore per simile tradimento, e qual leone ferito, punse il cavallo e lo fe' saltare in mezzo a coloro, e tratta la spada spicc il capi dal busto al re Mifronte, tagli alla cintura il conte Zugolfo e divise in due il re Bugnas; indi vedendo lo Scapigliato a fronte che minacciavalo di morte, men un gran rovescio, gli apr lo scudo e lo fece cadere a terra ferito.
Il Barbassore, niente sapendo della causa di tale zuffa, vers tutta la colpa sullo straniero e chiamandolo vile, di ordine ai suoi cavalieri che lo arrestassero. Pi di duemila armati attorniarono il valoroso Cladinoro.
Lo scontro fu terribile e la bella Rosetta vedendo l'eletto del suo cuore assalito da tanti nemici, venne meno e fu condotta nel suo letto priva di sensi.
Il forte Cladinoro, visto l'imminente pericolo, menando il brando a destra e a sinistra, dopo aver fatto immensa strage di nemici, si apri la strada e uscito dalla citt, fugg nel bosco.
Il gran monarca dei Russi sorpreso per il gran numero di morti e feriti, giur di vendicarsi, e saputo per mezzo d'un vecchio negromante come Cladinoro fosse cristiano e figlio di Ruggiero, suddito di Carlo, mont su tutte le furie e riunendo i suoi cavalieri disse loro che un cristiano aveva portato tanta rovina e che era duopo muovere guerra contro Parigi, per distruggere il capo della cristianit e far comprendere, merc il loro valore, che non si pu impunemente recare danno ad altri.
Tutti i cavalieri, compreso lo Scapigliato, furono concordi nel parere del Barbassore, ed in pochi giorni fu radunato un forte esercito che si mosse alla volta di Parigi. Traversando le terre di Oristania, lo Scapigliato si accorse che quella citt era assediata da molte migliaia di armati, ed informatosi, seppe che erario condotti da Grattamogliere fratello di Mambrino. Fece fare alto all'esercito aspettando gli eventi,
Intanto Buovo d'Agramonte che con Lucietta era giunto in Oristania, prima che la citt fosse assediata, mal soffrendo d'esser prigione nel proprio regno, fece una sortita con i pochi, ma valorosi suoi cavalieri, per sopraffatto dal numero, miseramente perde la vita, ed il nemico entrato in citt, mise tutto a ferro e fuoco, uccidendo donne e fanciulli insieme alla misera Lucietta che trovarono chiusa in una stanza della reggia. Quindi, fatto ricco bottino, lasciarono la citt e si unirono all'esercito dello Scapigliato per avviarsi insieme verso Parigi.
Sventuratamente per Carlo, i due pi valorosi paladini di Francia trovavansi lontani. Rinaldo era a Montalbano, Orlando stavasi in Brava a godersi la sua Alda.
Una mattina l'imperatore destandosi seppe la citt esser stretta d'assedio.
I due re pagani Scapigliato e Grattamogliere rimasero stupefatti quando mirarono le fortezze di Parigi e fecero voto al loro Dio Macone di alzargli un gran tempio tostoch si fossero potuti impadronire della bella citt.
Spedirono subito un messo a Carlo imponendogli di sgombrare dalla reggia.
Rise Carlo e risero i paladini a tale intimazione e il magno imperatore cos rispose:
- Dirai a chi ti manda che molti re valorosi e superbi hanno tentato conquistare la corona di Francia, ma sono stati puniti del loro ardimento; aggiungerai ancora che domani il mio esercito uscir per movere guerra a tutti i pagani.
Carlo intanto al nuovo d non volle attaccare il nemico non avendo seco il forte Orlando, onde Namo consigli i paladini a tenersi sempre armati in caso d'un assalto.
Quando il re Scapigliate vide che quei della citt non osavano uscire, si fe' sotto le mura e squill la tromba in atto di sfida.
Carlo avvertito dal suono che il pagano chiedea battaglia ad egual tenzone, guard tutti i paladini per scegliere il pi forte.
Astolfo d'Inghilterra volle essere il primo, ma fu subito scavalcato, e fatto prigione.
La stessa sorte subirono tutti i paladini che attorniavano re Carlo, meno Gano che fingendosi malato disse non poter combattere.
Quando il magno imperatore, vide spoglia la Corte dei suoi valorosi cavalieri, mand segreti messi a Orlando e a Rinaldo.
Il traditore Gano per, volendo maggiormente rendere infelice lo stato dei cristiani, sped subito suoi fidi nel bosco per dove dovevano passare i messi, gli fece uccidere e rubare le lettere. Uno solo pot salvarsi e giunto a Montalbano, narr a Rinaldo lo stato della citt.
Non fu tardo ad armarsi il prode paladino, ed insieme a Bradamante, Riccardo e Ricciardetto part alla volta di Parigi.
Gran parte della notte era gi trascorsa, e l'aurora, accompagnata dal leggiero zeffiro, annunziava a tutti i mortali la venuta del giorno, quando Rinaldo con la sua scorta trovossi alle viste di Parigi. Di sopra un poggetto, vedendo l'esercito che moveasi per assalire la citt, con gran furore punse Bajardo, e si slanci in mezzo ai nemici. Postosi lo scudo dietro le spalle, e presa la Frusberta con ambe le mani, con un colpo apr lo scudo allo Scapigliato, che eragli venuto incontro, e la fina spada giungendo alla carne, ferito a morte lo fe' cadere al suolo.
Arrivarono intanto Bradamante e gli altri fratelli, e tutti si posero a ferire quella gente pagana.
Grattamogliere stavasene intanto nel suo attendamento, fiducioso che re Carlo, privo omai dei suoi forti paladini, si sarebbe arreso, quando giunse un messo apportandogli l'infausta notizia che lo Scapigliato era stato ucciso e che quattro cavalieri mettevano lo scompiglio e la morte nel campo.
A tale annunzio, che accolse con terribili bestemmie, si fece portare lancia e spada, e corse l dove i suoi trovavansi sopraffatti dal valore dei sopraggiunti nemici.
Vista Bradamante che si era fatta attorno una moltitudine di pagani uccisi, le corse subito contro, e con un fendente, colpendola nell'elmo, priva di sensi la fece cadere da cavallo, e gi le era sopra e con un nuovo colpo l'avrebbe tolta certamente dal mondo, allorch Rinaldo che vide la sorella in terra, ed ebbe a crederla morta, colmo di cieca ira, con ambe le mani presa la Frusberta, e raccogliendo tutte le sue forze, vibr un colpo tale sull'elmo del saraceno che a nulla valse l'essere di fino acciaro, e tutto infrangendosi, e penetrando entro la testa dell'empio pagano ne mand l'anima a Plutone.
Infine fugati ed uccisi tutti i saraceni e liberati i prigioni, insieme ad essi i quattro paladini entrarono in citt, ove da Carlo furono con grandi abbracciamenti ricevuti.
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CAPITOLO DECIMOQUINTO.
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Mambriano assedia Montalbano. - Sogno di Orlando e sua partenza per trovare Rinaldo. - Incontro d'Orlando e Astolfo con un orribile mostro da cui Fulvia li salva. - Malagigi libera Rinaldo e lo toglie dagli amori di Carandina.
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Sembrava tornata in Francia la calma. A Rinaldo era nato un altro figliuolo che fu chiamato Ginnetto.
Gano pure aveva avuto da Berta un maschio a nome Baldovino.
L'Asia era in lutto per la morte di tanti re e giganti che sotto Parigi avevano miseramente lasciata la vita, e nessuno s'attentava pi di muover guerra ai cristiani. Una sola donna, sorella del re Mambrino e regina d'una parte dell'Asia, esortava suo figlio, giovane di quindici anni e di bello aspetto, acci vendicasse suo zio, ucciso, diceva lei, a tradimento da Rinaldo.
Mambriano, che tale nomavasi il giovane, radunato un forte esercito ed apparecchiate le navi, si mise in viaggio affine di uccidere Rinaldo e distruggere Montalbano. Avvenne per che in mare una furiosa tempesta capovolse tutte le navi e Mambriano pot a stento salvarsi a nuoto sopra uno scoglio.
Ivi gli apparve Carandina, bella e leggiadra maga, che di lui invaghitasi, lo condusse al suo castello ed ivi lo tenne per pi giorni avvinto in amorosi lacci, fino a che, saputo il desiderio del giovane di trovarsi con Rinaldo ed ucciderlo in singolar tenzone, per vendicare la morte dello zio, seppe per mezzo d'incantesimi, far s che il paladino, lasciato Montalbano, di nottetempo, ed inforcato Bajardo, si conducesse alle porte del castello.
Col, ricevuto dalla bella e graziosa maga, non and molto che ne divenne amante riamato. S'incontr con Mambriano, lo vinse e lo cacci dal castello, ove Rinaldo rest a godersi la bella Carandina.
Mambriano furente d'ira, ritornato nei suoi regni, radun un nuovo esercito per distruggere Montalbano e tutti i paladini cristiani.
Ma lasciamo Rinaldo fra le braccia della bella maga e rechiamoci in Francia alla Corte di Carlo.
Al conte Orlando, che era tornato a Parigi, una notte parve in sogno di vedere Rinaldo strettamente legato ad un albero, mentre un serpente tentava di divorarlo.
Appena fu giorno, entr nella sua camera il cugino Astolfo che aveva fatto lo stesso sogno; per cui ambedue decisero partire tosto in cerca di Rinaldo, arguendo dai sogni avuti, avesse a trovarsi in grave pericolo.
Si posero in viaggio, traversando piani e monti.
Giunti in una vallata s'incontrarono con un orribile mostro, che famelico corse verso loro. Aveva le ali a foggia di pipistrello, il busto di drago, la testa d'orso e le unghie di grifone i spandeva dalla bocca un alito cos fetente da far cadere morto chi si avvicinava.
A nulla valsero la Durlindana e la fina spada d'Astolfo, perch la pelle del mostro era tanto dura, che qualunque arma non poteva ferirla. Gi i cavalieri invocavano il divino ajuto, dopo aver sostenuto quattr'ore di combattimento, allorch comparve una gentile e delicata donzella, che avvicinatasi al drago e legatolo con un nastro sottile, mansueto se lo fe' corcare ai suoi piedi.
Stupirono i due paladini, e quando la bella fanciulla ebbe lor detto che in ricambio d'averli salvati dal mostro, promettessero di vendicarla d'un tiranno chiamato Meonte, che le aveva ucciso un fratello, Orlando, ben lieto, giur di fare quanto la donzella desiderava, e quindi Fulvia, che cos chiamavasi, seco li condusse nel proprio castello, ove dopo un refrigerante bagno ed un'ottima cena, andarono a dormire in morbidi letti.
La maga Carandina che conosceva la potenza di Malagigi, temendo che le fosse tolto Rinaldo, con la sua scienza magica imprigion tutti gli spiriti infernali in una camera, e sicura d'ogni molestia, si stava a godersi Rinaldo.
Mambriano con un formidabile esercito aveva valicato il mare e giunto nel territorio francese si affrettava alla volta di Montalbano, minacciando di morte Rinaldo e tutti i paladini, promettendo di appiccare Carlo e distruggere Parigi.
Bradamante ed i suoi fratelli stavansi nel castello, allorch una mattina lo videro assediato da innumerevole armata,
Malagigi ricorse all'arte, per sapere chi erano i nemici e da dove venivano; ma per quanto scongiurasse non fu ascoltato dai suoi spiriti, causa la prigionia a cui Carandina aveali condannati.
Stizzito, il bravo negromante sforz l'arte, ed uno spirito con flebil voce gli raccont come Rinaldo stavasi a godere i piaceri di Venere con la sua druda e che questa teneva tutti gli spiriti prigioni.
Stup Malagigi, e per togliere a Carandina quel potere di cui era in possesso, ricorse all'astuzia.
Preso l'aspetto e il vestire di un mercadante, si avvi alla volta dell'isola del faggio, ove trovavasi il castello della maga. Ivi giunto chiese d'entrare, dicendo avere molti diamanti, rubini ed altre pietre preziose da far vedere alla castellana.
Introdotto alla sua presenza, scoperse un tesoro di tante e s innumerevoli pietre preziose che i begli occhi di Carandina ne furono rapiti; e mentre era intenta ad osservare tante meraviglie, Malagigi, tratto da parte Rinaldo, si fece riconoscere e lo richiese di un segreto abboccamento per la sera in giardino.
Non manc Rinaldo al fissato, e quando furono nel giardino, Malalagigi si pose a narrare il pericolo di Clarice e dei suoi figli e come Mambriano avesse assediato Montalbano.
Rinaldo, dolentissimo e pentito dell'oblio in cui per tanto tempo aveva posto i suoi cari, chiese al cugino come potere escire dal castello, senza far sospettare di niente Carandina; al che il negromante rispose:
- Tu dovrai trovar modo di porre nel seno di lei questa erba, che la far addormentare per pi ore: in questo tempo noi potremo rapire il libro degli incanti e il corno che essa tiene, per i quali non ho potuto adoprare l'arte mia.
Rinaldo, che amava sempre Carandina, trov qualche difficolt ad eseguire quanto diceva il cugino; ma costui pregandolo che si liberasse da quel riprovevole amore e che desse aiuto alla sua famiglia, l'indusse al suo partito.
Colti nel giardino dei fiori, in mezzo a quelli mescol l'erba avuta da Malagigi, and a trovare la sua bella, ed abbracciandola e carezzandola le mise l'erba sul petto, e la maga cadde subito in profondo sonno.
Avvertito Malagigi, ne ebbe da esso molte anella di straordinaria bellezza, acciocch, col pretesto di farle vedere alle damigelle, le conducesse in giardino.
Il negromante restato solo cominci a rovistare da per tutto e impadronitosi del corno e del libro, sciolse tutti gli spiriti, quindi giunto alla stanza ove stava dormendo la bella e tradita maga, le lasci scritte queste parole:
".......Se l'astuto guardiano
Vigilante la sera e la mattina
Suol molte volte affaticarsi invano,
Che farai tu dormendo, o Carandina?
Rinaldo adesso fa di te ripudio,
E Malagigi saccheggia il tuo studio."
Ritornato Rinaldo, da una porta segreta scesero insieme nelle scuderie, ed insellato Bajardo e cinta la Frusberta uscirono dal castello.
Il paladino, quando si vide lungi da colei con la quale aveva gustato tanti d felici, sent inumidirsi gli occhi di lacrime, ma Malagigi seppe vincere questa sua debolezza, mostrandogli a quale infamia andava incontro se si fosse abbandonato a quell'amore e i pericoli in cui trovavasi Clarice, Carlo e tutti i paladini.
Il giorno dipoi Carandina destandosi, non trovando pi Rinaldo al suo fianco e leggendo i versi di Malagigi, comprese tutto, e si sarebbe certamente uccisa per il dolore di aver perduto un tanto amante, se non ne fosse stata distolta da una sua donzella, che le era molto affezionata e che la consigli invece di pensare al modo di vendicarsi del negromante e riacquistare Rinaldo.
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CAPITOLO DECIMOSESTO.
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Bradamante uccide il gigante Crollamonte. - Fuga di Mambriano coi prigionieri. - Rinaldo, Bradamante, Agolaccio e Oliviero lo inseguono.
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Mentre Carandina andava meditando sulla vendetta da farsi, nel campo di Carlo, che era corso in aiuto di Montalbano assediato da Mambriano, avvenivano grandi cose delle quali  duopo tenere parola.
Bradamante in una prima sortita dal castello insieme coi suoi fratelli, aveva dato prove di valore inaudite, facendo prigioni Sinodoro e Palicardo ed uccidendo il gigante Teorco, ma per le forze troppo superiori del nemico era stata costretta a ritirarsi.
Mentre il pagano godea del felice esito della battaglia, Carlo se ne stava mesto e titubante perch non avea seco Orlando e Rinaldo.
Clarice piangeva in Montalbano perch avea saputo che i cognati trovavansi prigionieri. Giovone, suo figlio, vedendo la madre dolente, la preg di lasciarlo vestire l'armatura, che si sentiva cuore di supplire al padre suo.
Bradamante consigli la cognata ad appagarlo, asserendo che suo padre Rinaldo alla stessa et di quindici anni, aveva date magnanime prove di valore.
Gi il sole era apparso sull'orizzonte, quando Mambriano, omai sicuro della vittoria, assalt di nuovo l'esercito di Carlo.
Al gran rumore accorse Agolaccio fratello bastardo d'Orlando, Oliviero, Sansonetto, Amone e tutti andarono contro il giovane pagano che forte e superbo bastava per tutti. D'altra parte combattea Bradamante contro un terribile gigante appellato Crollamonte, il quale portava un grosso bastone con sette palle e sette catene, ciascuna delle quali pesava venti libbre.
L'altezza del gigante era diciotto piedi.
L'invitta donzella con la sua forte spada seppe riportare vittoria su quel mostro e morto lo fe' cadere di sella.
Mambriano avendo abbattuti i suoi avversari, girava il campo nemico facendo cadere braccia, teste e busti, ed apportando ovunque rovina. e morte.
Giovone, che lo vide da lungi, gli corse incontro, e con un gran colpo di lancia, in cento pezzi gli fece volare per aria il cimiero, ma Mambriano fu pronto a rispondere e con un fendente sulla testa, fe' cadere svenuto il giovanetto e lo avrebbe ucciso, se l'elmo non fosse stato di fina tempra.
Tutto il campo dei cristiani era in iscompiglio, e molti paladini fatti prigioni non potevano pi portare aiuto a Carlo, quando giunse Rinaldo con Malagigi.
La presenza del gran paladino ridon il coraggio a tutto l'esercito cristiano e sparse immensa paura nei pagani.
Rinaldo punse Bajardo e qual fulmine invest i saraceni, e menando a dritta e a sinistra la Frusberta, in poco tempo cambi le sorti della guerra.
La fama del gran capitano vol nelle file dei nemici i quali cominciarono a disperare della vittoria.
Mambriano, vedendo i suoi in rotta, preso da invincibile sgomento, fatto suonare a raccolta, fugg verso il lido, e nel cuor della notte con parte delle sue genti, salito sulle navi, si allontan dalle coste di Francia.
La mattina dopo, Carlo e i paladini vedendo il campo spoglio dei nemici, ne ebbero gran dolore a causa dei prigionieri che Mambriano aveva seco recato, fra cui il figlio di Rinaldo.
Il negromante Malagigi per confort tutti, e in meno di cinque giorni da potentissimi demoni, che si trovavano ai suoi ordini, fatte allestire trecento navi e assunto il comando della spedizione, ordin a Rinaldo, Bradamante, Agolaccio e Oliviero di salir sopra una delle navi, e accompagnato da innumerevole stuolo di spiriti, che presa avevano la figura di valorosi soldati e terribili giganti, fe' dare le vele ai venti.
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CAPITOLO DECIMOSETTIMO.
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Orlando lascia il castello di Fulvia. - Distrugge il tempio di Marte. - Uccide Meonte. - Prime prodezze di Marfisia. - Morte di Mirante. - Marfisia viene proclamata regina di Persia. - Rinaldo raggiunge l'esercito di Mambriano e lo costringe a ritirarsi nella citt di Calcedonia.
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Mentre Malagigi da provetto capitano va scorrendo il mare, sembraci opportuno ritornare al conte Orlando che abbiamo lasciato nel castello di Fulvia.
Erano scorsi parecchi giorni, dacch i due paladini trovavansi ospiti della bella fanciulla, quando Orlando, omai stanco di s lungo riposo, prese commiato dalla graziosa castellana e insieme al cugino Astolfo si diresse verso il tempio di Marte, ove Meonte immolava vittime umane per onorare i falsi dei.
Cavalcando, la bella coppia vide venire un gran carro attorno al quale stavano molti sacerdoti di Marte, e in mezzo un cavaliere legato strettamente.
Fu facil cosa ai due paladini abbattere quei vili e liberare il cavaliere, dal quale seppero che Meonte a tradimento, lo aveva fatto prigione insieme a due cavalieri cristiani, cio il duca di Namo e re Ottone.
Orlando e Astolfo rimasero stupefatti a s triste nuova, onde chiesero al giovane pagano come mai coloro fossero caduti in tanta sciagura, e quello si pose a narrare quanto era accaduto in Montalbano.
- Io - disse - mi chiamo Sinodoro e sono figlio del re Carminiano. Trovandomi con l'esercito di Mambriano sotto le mura di Montalbano, fui fatto prigione da Bradamante e quindi per cortesia da essa lasciato libero.
Narr l'arrivo di Carlo e dei paladini, come molti di costoro fossero fatti prigioni e la vittoria omai assicurata, quando l'arrivo di Rinaldo fece cambiare la sorte della guerra.
Narr la fuga di Mambriano e come Namo e Ottone, prigionieri, fossero a lui affidati; ma la nave in cui si trovavano, sbalestrata dalla tempesta, aren all'isola di Utica ove, da Meonte a tradimento, di notte tempo, furono presi.
Orlando sciolse il cavaliere dai lacci, pregandolo volesse indicargli l'abitazione di Meonte, e Sinodoro, ben volentieri, accondiscese.
Prima per di partire vollero distruggere l'infame tempio di Marte, e radunato un gran fascio di legna e sterpi secchi, vi appiccarono il fuoco.
Gi le fiamme, giungendo fino alle nubi, facevano crollare il tempio, quando i cavalieri udirono un forte grido. Era Meonte che bestemmiando nel vedere tanta rovina si dirigeva col.
Orlando l'aspett di pi fermo dicendo:
-  giusto che affretti i tuoi passi, acci abbi in questo d a morire nel fuoco insieme a quelli dei, per cui hai commesse infinite crudelt.
Dopo accanito combattimento, Meonte ferito, fu gettato nelle fiamme che distruggevano quel tempio, ove egli aveva sacrificato tante vite.
Non so, se i miei lettori, si ricordano di due pargoli figli di Ruggiero di Risa, che Galliacella, morendo, aveva dato alla luce.
Questi furono ritrovati in un bosco dal mago Atlante che recatosi in Persia, affid al re Mirante la femmina, ritenendo seco il maschio a cui pose nome Ruggiero.
La bambina nulla perdette della natura ardimentosa della madre, e per quanto Mirante cercasse d'inspirare in lei l'amore dell'ago, essa invece facevasi da un bravo barone istruire nel maneggio della lancia e della spada, e a quindici anni giunse a tal bravura da superare di gran lunga il maestro.
Ora avvenne che Mirante, sebbene vecchio, si accese d'amore per la bella fanciulla, e confessandole non esser egli suo padre, le dichiar che l'avrebbe fatta sua amante.
Marfisia, che cos chiamavasi la giovinetta, arse di sdegno, e quando, di notte, si trov sola in balia del vecchio libidinoso, traendo un pugnale di sotto la gonna, lo uccise, e prima che il sole si levasse, armatasi dal capo ai piedi, and a sedere sul trono, e adunata la corte, disse che il re era morto ed impose ai sudditi di obbedirla come legittima erede.
Il popolo, che si accorse dell'inganno, si sollev per vendicare il suo signore e vol alla reggia per uccidere l'usurpatrice, ma Marfisia, salita sopra un cavallo, e col brando in pugno, fece tanta strage di quella gente, che il popolo, ammirando il valore della fanciulla, la proclam regina.
Essa in breve radun un piccolo esercito, e in meno di due anni sottomise tutta la Persia e si fece coronare imperatrice, indi si restitu in Heri, sua capitale, ove da tutta la signoria fu ricevuta con grande onore e ciascuno tenevasi contento sotto il governo di lei.
Ridotto in cenere il tempio di Marte, Orlando con i suoi compagni andavano in cerca di qualche albergo onde ristorarsi, allorch si abbatterono nel re Ascarione, nemico di Meonte, il quale diede al gran paladino il comando del suo esercito. Assediarono Utica e fecero prigione Filomede, compagno di Meonte, che ad onta di tutte le minacce, non volle mai rivelare al gran paladino la sorte toccata a Namo e Ottone.
Questi due valorosi si trovavano rinchiusi nelle carceri della citt.
Ma torniamo a Mambriano che dopo la tempesta in cui aveva perduta la nave, ove trovavasi Sinodoro con i due prigionieri, pot approdare a Calcedonia, citt a lui soggetta.
Raggiunto da Rinaldo, che per opera di Malagigi aveva potuto inseguirlo, fu sconfitto e costretto a ritirarsi entro le mura, lasciando nelle mani dei cristiani il re Carminiano padre di Sinodoro, che da Bradamante e dai fratelli fu altamente onorato e quindi lasciato libero, acci n'andasse al signor suo per dissuaderlo a non usare crudelt ai prigionieri.
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CAPITOLO DECIMOTTAVO.
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Namo e Ottone vengono eletti capitani dell'esercito pagano. - Loro incontro con Orlando e Astolfo. - Presa di Utica. - Fulvia chiede ajuto a Orlando. - Fiera pugna fra Rinaldo e Mambriano.- Questi sposa Carandina e si rende vassallo di Carlo.
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In Utica intanto avendo saputo che Filomede era restato prigione dei nemici, e conoscendo il valore dei due cristiani Namo e Ottone, fu loro accordata la libert, col patto che prendessero il comando dell'esercito e assaltassero il nemico.
Accettarono i due paladini, ma appena si trovarono contro Orlando e Astolfo, subito si riconobbero e invece di pugnare contro essi, caramente abbracciaronsi, del che accortosi l'esercito saraceno, dubit di tradimento e prese le armi si fece addosso ai cavalieri.
Fiera e lunga fu la battaglia, finch il popolo pagano sopraffatto, dov darsi alla fuga e la citt rimase in possesso dei cristiani. Nisballe, per volont di Orlando, fu incoronato re d'Utica ed avendo abbracciata la religione cristiana tutto il popolo segu il suo esempio.
Il nuovo re fu ben presto costretto a prendere le armi contro i Garamanti che per vendicare Meonte, assediarono la citt.
Erano essi condotti dal re Cleofasto e da Timocrate figlio del re Alifarne, primo monarca di tutta l'Africa.
Per non versar tanto sangue fu deciso rimettere le sorti della guerra ad una singolar tenzone.
I campioni furono Orlando e Timocrate. Ma questi vinto dal valore e pi dalla cortesia del paladino, si arrese, e la vittoria rimase ai cristiani.
Fu stabilita la pace fra i due popoli e la loro religione unica fu quella di Cristo. Il re Alifarne diede in sposa sua figlia Saponilla al giovane Nisballe, e molte feste si fecero in Utica per la novella regina.
Mentre tutti erano compresi di gioja per la conchiusa pace, giunse al conte Orlando un messo inviato dalla regina Fulvia, il quale annunzi come la sua signora trovavasi assediata nella sua citt dai nemici e chiedeva al conte che andasse a liberarla da tanta molestia.
Il conte, memore di quanto la bella Fulvia aveva fatto per esso, armatosi di tutto punto, lasci la citt insieme a Timocrate, Sinodoro, Astolfo e lo scudiero Tarigi, i quali tutti vollero essere suoi compagni nell'impresa.
Ma nel tempo che costoro viaggiano ci conviene tornare l dove lasciammo Carandina dolente per aver perduto il suo Rinaldo.
Aveva udito da molti viandanti, giunti in quelle terre, che il paladino sosteneva la guerra contro Mambriano nel regno di Calcedonia, ed un d che giunse nell'isola del Faggio una nave, si fe' da essa imbarcare, insieme a cinquanta donzelle di sua compagnia, per recarsi in cerca di Rinaldo.
In alto mare fu assalita dai pirati, che ucciso il capitano della nave, condussero tutte le fanciulle nel castello del loro capo Arpia, ed ivi saziar doverono le sozze voglie di quei briganti.
Non molto lungi trovavasi l'armata di Rinaldo, che omai stanco di s lunga guerra contro Mambriano, risolse di sfidarlo a singolar tenzone, sicch fattosi sotto le mura di Calcedonia, chiam il suo nemico a battaglia.
Non pot rifutarsi il pagano, e condottisi ambedue in un bosco situato sotto il castello del pirata Arpia, ivi combatterono.
Rimbombava quella foresta ai fieri colpi, e Mambriano che non si teneva da meno di Rinaldo, poneva speranza di vendicare tutte le ingiurie.
I due valorosi gi da pi ore combattevano senza nessun vantaggio, quando Rinaldo alzando la Frusberta con ambe le mani, la fece piombare su Mambriano, che ferito cadde al suolo, nello stesso tempo che il paladino, ormai sicuro della vittoria, gli andava addosso per finirlo, una voce lo arrest dicendogli:
- Non lo uccidere, amato Rinaldo.
Era Carandina che di sopra gli spaldi del castello, avendo assistito alla pugna, segretamente era uscita per dividere i combattenti.
- Deh! - soggiunse, - per l'amore che mi hai portato, ti prego non togliere la vita a costui, e se io fui la prima causa delle vostre contese, voglio essere anche quella della vostra perpetua amicizia.
Rinaldo che era di buon animo, perdon a Mambriano, e questi, vinto dalla generosit del paladino, commosso, lo abbracci dichiarandosi suo prigioniero.
Giunsero in questo tempo Dudone, Viviano e Oliviero, mandati dal savio Carminiano, in cerca di Rinaldo, e tutti si mostrarono contenti della vittoria riportata e della pace fatta fra i campioni.
Carandina risolvette allora di scegliere fra i due chi dovesse viver sempre con lei, e non potendo sposare Rinaldo per essere ammogliato, fece cadere la scelta su Mambriano, ma prima ne chiese il permesso al paladino, il quale avendo gi posto in oblio il trascorso amore, un in matrimonio i due giovani.
Mambriano intanto veniva meno per il sangue che versava dalle ferite, e Rinaldo pens condurlo nel castello ove Carandina era stata prigioniera e nel quale trovavansi sempre le sue donne.
Avendo saputo che il fiero Arpia ne era il padrone e che forte era la torre, divis entrarvi con l'astuzia.
Volle solo a compagna Carandina, e fingendosi di lei, fratello, simul ricondurla ad Arpia. Questi era fuori per far rapina, sicch rest facil cosa a Rinaldo per mezzo dell'ordito inganno, introdursi dentro le mura.
Una volta l, mise il corno alla bocca e chiam i suoi compagni.
Non valse la robusta difesa che opposero quei ladroni; tutti caddero trucidati.
Carandina durante il conflitto si era presa cura di Mambriano, e poscia che l'ebbe menato in una stanza vuota, lo medic.
Giunse in questo mentre Arpia che fu dal prode Rinaldo abbattuto in singolar tenzone, e quindi impiccato unitamente ai ladroni che lo accompagnavano.
Tutti i paladini insieme a Mambriano e Carandina tornarono in Calcedonia ed ivi furono solennemente fatti gli sponsali fra i due amanti. Alla bella Bradamante fu offerta la corona imperiale di Trebisonda.
Rinaldo coi paladini e i suoi soldati, Carminiano coi suoi due figli Agismandro e Palicardo, abbracciati affettuosamente gli sposi, e saliti sulle navi di Mambriano si allontanarono dal suo dominio.
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CAPITOLO DECIMONONO.
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Orlando, da una tempesta  gettato sopra, una spiaggia. - Viene ricevuto in un castello. - Morte di dieci giganti.
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Torniamo ora ad Orlando che lasciata Utica con Astolfo e altri compagni, correva il mare per giungere in aiuto di Fulvia minacciata dai nemici.
Causa una forte tempesta, costretti ad approdare in una terra sconosciuta, per non stare in ozio, risolsero di percorrere il lido, sperando trovarvi della caccia.
Avevano gi camminato per pi d'un miglio, quando si offerse alla loro vista un bellissimo castello, nel parco del quale trovavasi una damigella d'abbagliante bellezza e adorna di ricche vesti.
Astolfo sent subito accendersi il petto di vivo amore, e salutatala, fu da essa insieme ai compagni invitato ad entrare nel castello, che pieno era di ogni ricchezza.
Lodarono i cavalieri la magnifica abitazione, e Astolfo, amante del bel sesso, teneasi sempre a fianco della signora, la quale con vezzi e lusinghe faceagli credere d'essere di lui invaghita.
Molte donne tutte belle e graziose scortavano la nobile compagnia.
Furono imbandite le mense e pregati i cavalieri a spogliarsi delle armi. Orlando, Sinodoro, Timocrate e Tarigi, adducendo a scusa un giuramento fatto, vollero restare armati, mentre Astolfo, per apparire pi vago, accondiscese alle brame della bella Simona, che cos chiamavasi la castellana, e tutti si misero a tavola.
Dato fine al banchetto, e giunta la notte furono invitati a riposarsi in morbidi letti, ma solo Astolfo accett l'invito, mentre gli altri andarono nel vicino bosco con la scusa di fare una breve passeggiata.
Era il galante cavaliere appena entrato in camera, ove sperava esser raggiunto dalla dama del suo cuore, allorch vide spalancarsi la porta e due orribili giganti saltandogli addosso lo legarono con forti catene.
Grid aiuto, e una donzella mossa a compassione dello stato di lui, fugg nel bosco per avvisare i compagni, ma trov invece un cavaliere che volle da lei sapere perch trovavasi sola di notte in quei luoghi.
Esso altri non era che il franco Cladinoro che andava scorrendo quel bosco infestato di ladroni.
La donna allora raccont come la sua padrona si fosse arricchita col far trucidare e spogliare, da dieci giganti suoi drudi, tutti coloro che capitavano in quel castello e da lei invitati ad entrarvi con cortesia e lusinghe amorose. Disse che andava ad avvisare i compagni d'un cavaliere che era caduto nell'inganno.
Nel tempo che Cladinoro guidato dalla donzella si dirigeva verso l'abitazione dei giganti, Orlando e gli amici suoi, che aveano udito le grida d'aiuto, corsero verso il lungo donde esse venivano, e videro Astolfo che strettamente legato, era condotto via da due giganti.
Si scagliarono tutti furenti verso i rapitori, ma assaliti da altri otto giganti pi formidabili ancora, ebbero a sostenere fiera battaglia.
Non tard molto a giungere anche Cladinoro che con quattro colpi di spada quattro nemici priv di vita e Orlando stava ammirando tanto ardire, e pensava chi poteva essere quel valoroso, quando un pastore avvicinandosi a Cladinoro lo preg andasse a soccorrere un giovane gentile che arrestato nel tempo che dormiva da dei ladroni, ora lo conducevano a morte.
Cladinoro punse subito il suo cavallo, con animo di salvare quello sventurato e tornar quindi a combattere i giganti.
Questi dopo lunga resistenza furono tutti uccisi dai paladini, che sciolto Astolfo dai lacci, rientrarono nell'abitazione e legate tutte quelle infami femmine e tratte fuori le ricchezze che vi erano, diedero fuoco al castello. Le ricchezze furono donate alla brava Remunda, che cos chiamavasi la donzella che volle salvare Astolfo.
Il capitano della nave preg il conte che glie la concedesse in sposa. Orlando acconsent, e quindi saliti sulle navi continuarono il loro viaggio.
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CAPITOLO VENTESIMO.
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Cladinoro libera una donna e se ne innamora.- Orlando sconfigge i nemici di Fulvia.
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Ma lasciamo che essi viaggino e seguiamo Cladinoro, che come si disse, avea lasciata la pugna coi giganti per liberare un giovanetto da coloro che volevano condurlo a morte.
Il prode Cladinoro giunto presso quell'infelice, con la spada tagli le corde che lo legavano e lo rese libero, quindi cacciatosi in mezzo ai ribaldi, meravigliati per tanta audacia, con un terribile colpo fece saltare il capo a Montalardo e valorosamente si volse a Bruviano che era il capo della masnada.
Il giovane cavaliero appena trovossi libero dai lacci, vol sul suo cavallo, che per buona sorte gli stava presso, ed uccidendo con un gran fendente colui che lo tenea, si ripose in sella.
Or quella turba di malandrin visto che il lor signore aveva la peggio, con segnali gi stabiliti, chiamarono in ajuto i loro compagni nascosti nel bosco, e tutti insieme si fecero contro i due cavalieri; ma il giovanetto liberato si slanci come un demone, e spezzando gambe e braccia, pi di venti ne stese al suolo.
Cladinoro ammirando l'invitto valore di colui, non volle esser da meno, e calando un gran colpo a Bruviano, ne mand per sempre l'anima all'inferno.
Quando tutti quei ladroni furono distrutti, Cladinoro che avea mirato attentamente il gran valore del suo compagno, alzando la visiera gli mostr il suo bel volto dicendogli:
- Io sono Cladinoro, figlio di Ruggiero, signore di Risa, e di Claudiana unica erede del re Guarniere. Or che sai il nome mio e la mia origine, piacciati dirmi l'esser tuo, acciocch io possa conoscere un cavaliere di tanto valore.
- Vorrei celarti il mio nome - rispose l'incognito - ma l'alta tua gentilezza mi obbliga a svelarti quanto ad altri ho tenuto nascosto.
E s dicendo, alz la visiera e scopr un angelico viso di donna.
- Il mio nome - soggiunse -  Carinda ed ho altro germano che meco vide la luce lo stesso giorno; esso chiamasi Guidone, denominato Selvaggio per la sua fierezza; mia madre  Floriana regina di Media. Di mio padre ignoro il nome e l'origine, ma so che veste armi e che per valore nessuno l'uguaglia al mondo.
Cladinoro, al vedere l'angelico sembiante, fu preso d'amore, ed estatico ascolt le parole della fanciulla, poscia con volto infiammato disse:
- Vaga e portentosa damigella, perdonate se tanto ho ardito col costringervi a dirmi l'esser vostro; ma io non credevo che sotto l'apparenza d'un forte e valoroso cavaliere si nascondesse una gentile e vaga donzella, quale vi miro.
Carinda a cui tali parole aveano tinte le guancie di verginale rossore, rispose:
- Io pure non credea che sotto codesta armatura si
nascondesse un novello Marte poich d'esso avete la sembianza e il valore. Debbo confessarvi ancora che m' grato dovere la vita a s leale e cortese cavaliere.
Mentre s'intrattenevano in tali cortesi colloqui, comparve un carro con sopra una maga, che Carinda conobbe per sua zia Medea, la quale per forza magica, rap la donzella e ratta part per la foresta.
Cladinoro volle inseguirla, ma gi, qual lampo, il carro si era dileguato, per cui al giovanetto non rest altro conforto che piangere il bene che troppo presto avea perduto.
Mentre Cladinoro versava lacrime d'amore, in Praga si piangeva di cordoglio.
Il crudo Gariante aveva giurato la morte di Fulvia, la cui speranza era poggiata nell'aiuto del conte Orlando.
Ma questo aiuto tardava a venire, e il popolo stanco d'un lungo assedio, ed impotente a pi oltre resistere, parlava gi di arrendersi, quando torn il messo spedito in Utica al gran paladino, annunziando che Orlando era nascosto con altri valorosi guerrieri un miglio lungi dalla citt e che all'apparire del nuovo giorno avrebbe assaliti i nemici.
Grande fu il contento che prov Fulvia e il suo popolo a tale notizia, e Gariante, avvisato dell'insolita allegrezza dei nemici, suppose che dovessero arrivar loro aiuti inaspettati, e cambiando tattica di guerra, assalt la citt dalla parte di mare, ma giunsero veloci Orlando, Astolfo, Sinodoro, Pinagora, Timocrate, e uniti ad altri prodi guerrieri di Fulvia, salirono sulle mura della citt e respinsero s bene l'assalto, che Gariante fu ucciso, e l'esercito saraceno, messo in rotta, fuggendo si restitu alle sue terre.
Fulvia intanto col suo corteggio scese dal palagio e and ad incontrare il conte, gridando col popolo:
- Viva Orlando, senatore romano!
E fra gli applausi, tutti i paladini furono condotti alla reggia.
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CAPITOLO VENTESIMOPRIMO.
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Sinodoro s'innamora di Fulvia e la sposa. - Giostra in Praga. - Riconoscimento di tutti i paladini. - Nozze di Giovone e Floria. - Partenza dei paladini per la Francia. - Incontro di Cladinoro con Gradasso. - Nozze di questi con Rosetta.
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Sinodoro, mirando il bel volto di Fulvia, si sent preso d'amore e confessando la sua fiamma al conte, ne chiese la mano di sposa. Fu lietamente accettato dalla donzella, e dopo alcuni giorni si fecero le nozze con gran solennit, e perch riuscissero pi splendide fu bandita una giostra ove potevano prender parte tutti coloro che vestivano armi, purch queste fossero spuntate.
Rinaldo, con i suoi compagni, dopo un lungo viaggio in mare, sull'imbrunire sbarc non molto lungi da Praga, e saputo della giostra, e che Orlando trovavasi nella citt con altri paladini, ne fu oltremodo contento, e stabil, incognito, prender parte al torneo.
Grandonio, unito ad uno stuolo di pagani, desideroso di vendicare la morte di Gariante e ridurre Praga in suo potere, erasi avvicinato alla citt con l'idea di disturbare la giostra, assaltare i paladini e farli tutti prigioni.
Ma come avvenne ai pifferi di montagna che andarono per suonare e furono suonati, giunto il giorno della giostra, fu scavalcato al primo colpo dalla valorosa Bradamante, talch n'ebbe grande scorno, e sapendo quanto valevano Orlando e Rinaldo, pens bene riunire i suoi e portarsi in altri lidi.
Terminata la giostra, avvenne il riconoscimento di tutti i principi, baroni e conti che vi si trovavano; e non  a dire quanto tutti furono lieti, ravvisando nei vincitori del torneo i valorosi Rinaldo e Bradamante.
Carminiano abbracci suo figlio Sinodoro e la sua cara Fulvia; Giovone il padre suo, e preso d'amore per la bella Floria, figlia del re Aliferne e valorosa guerriera, fu ad essa sposato, essendo molto contento il buon re d'imparentarsi col principe di Montalbano.
Terminate le feste, Orlando e Rinaldo riunirono i paladini ed il loro esercito, per tornare alla Corte di Carlo, e dopo qualche giorno, sciolte le vele ai venti, si diressero alla volta di Francia.
Nel tempo che i paladini viaggiavano, nove fratelli giganti, radunato un esercito composto di gente barbara, lasciavano i confini dell'Africa per recarsi in Italia ad occupare uno stato migliore assai di quello che possedevano.
Sbarcati in Nocera e posti in fuga i miseri abitanti, Maglio, uno dei nove fratelli, vi fece entrare la sua gente e se ne rese padrone.
La bella Salerno fu occupata da Saltamonte, e Dardo s'impadron di Sanseverino scacciandone la vezzosa regina Baldiana.
Moriante assalt Benevento e dopo fiera pugna col re Cipriano, questi fu costretto fuggire a Roma ove chiese aiuto al papa.
Il pontefice scrisse una lettera a Carlo pregandolo di porre argine a tanto flagello.
Dispiacque la triste nuova al pio imperatore, ma non avendo seco i suoi paladini, rispose che appena fossero giunti sarebbe venuto in soccorso della misera Italia.
Venne intanto notizia che Rinaldo col conte avvicinavasi alla citt di Valenza, per cui Carlo contentissimo volle andare a riceverli conducendo seco poderoso esercito.
L'incontro fu commoventissimo, l'imperatore abbracci tutti i paladini, ed in citt furono fatte grandi feste in loro onore.
Giunse in questo tempo la bella Baldiana, e narrate le sue sciagure, e come Sanseverino e altre citt d'Italia fossero in potere di fieri giganti, Rinaldo e Orlando la confortarono promettendo vendicarla, e scelti a loro scorta Agolaccio, Uggiero, Dudone e Bradamante partirono alla volta di Sanseverino.
Agolaccio invaghitosi della bella Baldiana le stette sempre al fianco, e passando da Nocera e saputo che era governata da Maglio, vi si ferm insieme ai compagni scendendo nella principale osteria.
Non and molto che ivi capit l'orribile pagano che visti i forestieri, chiese loro arrogantemente cosa volessero.
Orlando rispose che desiderava liberare la citt da un ladrone chiamato Maglio.
Non si tard a venire alle spade, e scesi in strada i due andarono ad incontrarsi con immenso furore, ma il senatore dopo varii colpi ne men uno di punta che, passato parte a parte il gigante, lo distese morto al suolo.
Allora il popolo aiutato dai paladini, si pose a uccidere e ferire tutti quegli Africani fino a che furono distrutti.
Fu eletto Silandro a governatore della citt, ed i prodi guerrieri proseguirono il loro viaggio.
Mentre Carlo, commosso per le sciagure di quei di Benevento, si recava ad assediare la citt, ed i paladini toccavano la terra di Sanseverino, Cladinoro struggeasi in pianto per la perdita della sua diletta Carinda, la quale, non meno di lui innamorata, stavasene tutta afflitta in mezzo a sua madre Floriana, e suo fratello Guidone a cui la maga aveala condotta.
Andava pensando la donzella al modo di rivedere il suo Cladinoro, senza che la zia ne la impedisse per mezzo dell'arte magica, e per far ci, s'introdusse nella camera della maga e bruci tutti i libri che le appartenevano, ed in cui lesse prima tutta la storia di sua madre.
In tal modo credette d'aver distrutta l'arte di sua zia, indi armatasi lasci la citt, e si pose a percorrere piani e monti, in cerca del suo Cladinoro.
Costui, maledicendo l'iniqua sorte, si sedette all'ombra di un faggio, e mentre un placido sonno veniva a mitigare il dolore in cui trovavasi immerso, vide come un'ombra passare a s vicino, fuggendo, un gigante che teneva fra le braccia una gentil donzella, in tutta simile alla sua cara Carinda.
Non dubitando punto che fosse colei, con un salto si pose in sella e si diede ad inseguire il gigante gridando:
- Non ti vanterai, crudele, di possedere s bella preda.
Il gigante mirandolo sorrise, e l'attenuto il cavallo rispose:
-  giusto che punisca il tuo orgoglio, giacch il topo non ha tanta forza da vincere il leone.
E posta la donzella in terra affront il cavaliere.
Le lance si ruppero al tremendo colpo, per cui tratte le spade si assalirono con maggior vigore, ma il ferro di Cladinoro percosse in tal guisa l'elmo del ladrone che tutto glie lo divise, e la spada scendendo alla fronte, vi apr una larga ferita.
In questo mentre un cavaliere ben armato veniva alla loro volta gridando:
- Chi di voi ha rapita colei che amo, venga a battersi meco che io Bolo voglio ucciderlo.
Cladinoro comprese che colui non poteva essere suo amico, per cui con altro terribile colpo diede morte al gi ferito gigante e quindi voltosi all'incognito disse:
- Cavaliero, se la sventura che tocc a quel superbo che rapiva la mia donna, non ti fa timore, apparecchiati alla difesa.
A cui l'altro rispose:
- Sappi che il mio nome  Gradasso, e dacch mi sono invaghito di colei, ho lasciato il mio regno per seguirla, quindi ti consiglio cedermela in buona pace.
- Io sono Cladinoro - rispose il giovane. - Non possiedo regni, ma nessuno mi ha vinto mai!... Amo perdutamente colei che tu desideri, e non la cedo che dopo morto.
A tai detti, Gradasso volt il cavallo, e pieno di furore assal Cladinoro. Lo scontro fu terribile: le lance volarono in mille pezzi, ma i cavalieri restarono fermi in sella. Gradasso fu colto da stupore mirando s saldo il suo avversario, e traendo la spada percosse con tanta forza il nemico, che stordito, dov abbandonarsi sul collo del cavallo; ma Cladinoro presto si riebbe, e presa la spada, vibr a due mani un tal colpo che si ud per tutta la valle, e Gradasso, come morto, rovesci al suolo.
Allora la fanciulla rapita, avvicinatasi a Cladinoro, disse:
- Non uccidere colui che non veniva per offendermi, ma s bene per togliermi dalle mani di quello snaturato che bramava il mio disonore e la mia morte.
Cladinoro conobbe allora non esser ella Carinda, ma s bene Rosetta per la quale aveva combattuto in un torneo in Russia.
Essa raccont tutta la sua storia che noi in parte sappiamo, e come suo padre, avendo scoperto che era incinta, la rinchiuse in una torre, e come Gradasso, di lei invaghito, le offerse la sua mano.
- Mio padre - ella soggiunse - mi trasse allora di prigione, e attendevamo il mio sposo, quando un gigante assedi la citt, la prese, uccise mio padre, e volea condurmi al suo regno. Tu sei venuto in mia difesa ed hai vendicato me e il misero genitore.
Gradasso, che in questo tempo si era riavuto, seguit il racconto della fanciulla.
- Io - disse - giunto in Russia con trenta cavalieri di scorta, credevo di trovar te, mia diletta, e invece trovai tutto in rovina.
"Assalii i tuoi nemici, molti ne uccisi, e giunto alla reggia seppi che un gigante ti aveva rapita; mi posi ad inseguirlo, e giunsi quando costui l'aveva ucciso.
Cladinoro, di cuore generoso, non indugi ad abbracciare Gradasso, dicendogli:
- Signore, io ti dono questa donna che per molte ragioni mi apparterrebbe, per bramo che le nozze si facciano in mia presenza.
Ci detto, montati tutti a cavallo, tornarono in Russia. Ivi Gradasso e Rosetta si sposarono con gran solennit, e Cladinoro, tolto da loro commiato, si pose a scorrere valli e monti per ritrovare la sua bella Carinda.
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CAPITOLO VENTESIMOSECONDO.
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Prime imprese di Ruggiero che salva Claudiana da due giganti. - Disfatta degli eserciti Africani. - Morte di Flora. - Nozze di Agolaccio e Baldiana. - Fedelsmonda chiede aiuto al re di Francia e riceve nella sua Corte i paladini.
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Il fiero gigante Dardo, saputo che Carlo aveva assediate le mura di Benevento, per uccidere il germano Moriante, corse con molti dei suoi a dare aiuto al fratello. L'imperatore cristiano, udito ci, sped messi ai quattro paladini perch venissero ad aiutarlo, e Rinaldo che non credette necessario andar tutti in aiuto a Carlo, lasci Orlando, Uggero, Dudone ed Agolaccio nei pressi di Sanseverino e and a raggiungere il suo re insieme a Bradamante.
Questa, in singolare combattimento, uccise il feroce Dardo, ma Moriante, pi forte di lui, oppose valida resistenza agli assalti dei cristiani.
Or mentre il re di Francia era intento a liberare l'Italia da quei giganti Africani, Ruggiero stavasi sul monte Carena sotto la scorta del padre adottivo Atlante che non lasciavalo mai solo.
Avvenne per che un d, mentre il vecchio dormiva Ruggiero ud un gran rumore dalla parte del mare; si volse con impeto e vide due giganti che battevano una donna.
Ruggiero, che non aveva mai veduto gente armata, prov da prima qualche timore, ma risoluto di liberare la donna, con un robusto bastone, assal quei manigoldi imponendo loro di lasciare quella infelice, e seppe s bene adoprare la sua arma di legno, che menando un colpo alla testa di uno di essi lo fece cadere in terra, quindi traendogli la spada dal fianco, con quella lo uccise.
L'altro gigante, vedendo morto il fratello, lasciando la donna, assal il giovinetto, ma questi aveva gi la spada impugnata e con un terribile fendente tagli le gambe a quell'iniquo, lo distese sull'arena e senza indugiare gli di meritata morte.
Orgoglioso di tanta vittoria, sciolse la donna dai lacci e pregolla gli narrasse come trovavasi nelle mani di costoro.
- Franco e gentil giovanetto, - disse la donna, - il mio nome  Claudiana; il mio sposo Ruggiero di Risa, fu ucciso a tradimento, per il Cielo mi diede un figlio che ha gi dato prove del suo valore, e fu dal re di Soldanella dichiarato suo erede. Or essendo egli morto, il popolo attende Cladinoro mio figlio per investirlo del regno, ed io mi son mossa per farne ricerca seguita da due cavalieri, ma fummo assaliti da questi giganti, che uccisi i miei difensori, qui mi recavano per farmi onta.
Volea pi dire, ma fu interrotta da una voce che chiamava Ruggiero e che esso riconobbe per quella di suo padre Atlante.
- Donna - le disse il vecchio avvicinandosi - gi conosco l'avverso destino che qui ti ha condotta, ma torna in Soldanella, ed ivi attendi fiduciosa l'arrivo di tuo figlio.
Ci detto l'accompagn alla riva del mare e la fece salire sopra una nave, che guidata da due spiriti comandati dal mago, in breve tempo la ricondusse nella sua citt.
Atlante segu Ruggiero sul monte, e consapevole del valore dimostrato da esso, degno figlio di Galliacella, volle per mezzo dell'arte magica conoscere il destino del giovanetto. Seppe che doveva seguire il mestiere delle armi e che il suo nome sarebbe di terrore ai pagani, ma che otto mesi dopo le sue nozze verrebbe ucciso a tradimento.
Inorrid il mago, conoscendo la infelice fine del suo protetto, e perch molto amavalo pens di opporsi al rio destino, facendo a tutti i cavalieri che di l passavano, comparire quel monte di smisurata altezza e formato di marmo rilucente, e l'unico modo di sciogliere tale incanto lo concesse ad un anello, che temendo fossegli rapito da Ruggiero, stabil di porlo nel dito di una statua di marmo che rappresentava Gige re del Cattai, che inalzavasi in un sotterraneo del re Galafrone nel Cattai.
Tale statua teneva in pugno una lancia fabbricata da Merlino, e che in seguito di questa istoria ne vedremo la virt.
Saltamonte, Atripardo, e Mormante, udito l'assedio di Benevento e la morte dei due loro germani, pieni di furore, ordinarono la loro gente e con numeroso esercito si incamminarono alla volta di quella citt.
Orlando venuto a cognizione delle mosse dei tre giganti, insieme ai compagni si affrett a raggiungere l'oste di Carlo.
Rinaldo, che ancora nulla aveva ottenuto di vantaggio contro Moriante, decise far una sortita. con tutto l'esercito e tutti i paladini.
Non sto a narrare quanto la pugna fu sanguinosa e le inaudite prove di valore fatte dai paladini, che misero in rotta l'esercito dei pagani ed inseguendoli fino a Capua, tutta distrussero quell'empia gena, ritornando le citt al primo culto.
Per il piacere della vittoria fu amareggiato dal dolore per la perdita della bella e valorosa Flora che, mentre combatteva col gigante Antifar, fu da Altobrando uccisa a tradimento. Giovone amaramente pianse la bella eroina sua sposa, ma degnamente la vendic uccidendo Altobrando e pi di mille pagani.
La bella Baldiana, che non aveva lasciato di seguire Agolaccio, che amava perdutamente, fu a parte di quel trionfo.
Giunto l'imperatore a Capua ed accortosi dell'amore dei due giovani, accondiscese alle nozze, e per ricompensare Agolaccio dei servizi prestati, lo fe' signore di Capua e governatore di Benevento, ed a Baldiana restitu la corona di Sanseverino.
Non furon fatte feste, essendo Carlo e tutti paladini in
lutto per la morte di Flora.
L'imperatore di Francia aveva gi tutto disposto per riedere alle proprie terre, quando ambasciatori della regina Fedelsmonda vennero a pregar Carlo, per parte della loro signora, acci la liberasse dal gigante Tilofarne, il quale rifiutato da essa per sposo, con un esercito di cinquantamila Saraceni, era andato ad assediarla nella citt di Costanza.
Carlo commise a Orlando, Rinaldo, Oliviero e Uggiero la difesa della regina, confidando nel loro invitto valore.
Avvertita Fedelsmonda dell'arrivo dei quattro paladini, and ella stessa a riceverli fino alla porta della citt.
Oliviero nel mirare la grazia e la belt di lei, non pot fare a meno d'innamorarsene; ed essa, cortese con tutti, accolse i suoi difensori con grandi onori, sapendo bene quanto valevano.
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CAPITOLO VENTESIMOTERZO.
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Prime imprese di Guidone, che va in cerca di sua sorella Carinda. - Questa salva la maga Lucina. - Cladinoro si accinge a combattere la selva incantata. - Oliviero uccide Tilofarne e sposa Fedelsmonda.
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Nel tempo che Carinda, a cui ardeva in petto amorosa fiamma, andava in cerca del suo Cladinoro, la zia Medea, trovate distrutte tutte le carte di magia, molto se ne dolse con Floriana, ed ambedue piangevano sui pericoli a cui si sarebbe trovata avvolta la fanciulla; ma Guidone, che era presente, le confort, assumendosi l'incarico di rintracciare la sorella.
Armatosi di tutto punto e salito sopra un nobile destriero, cominci a percorrere valli e monti in cerca di Carinda.
Aveva camminato per pi giorni, quando giunse alle falde di un bel monticello, presso cui scorreva un placido ruscelletto, adorno di frondose piante che davano ombra al delizioso luogo. Voleva scendere da cavallo per riposarsi alquanto, allorch ud una voce che diceva:
- Non mi lasciate morire, cavaliere, e difendete l'onor mio da questi ladroni.
Voltossi e mir cinque guerrieri che volevano trre ad una donzella un bello scudo. Guidone, a quella vista assal arditamente i cavalieri, tre ne uccise, fug gli altri due, e fattosi presso la donzella seppe essere al servizio di Rosetta, imperatrice di Russia e moglie di Gradasso e dover portare quello scudo a Cladinoro, che aveva salvati i suoi padroni da certa morte e gli avea quindi uniti in matrimonio.
Guidone, non conoscendo il cavaliere nominato, non pot esser di nessuna guida alla donzella, e salutatala quella seguit il suo cammino.
Il giovane, dopo un breve riposo, volle salire sul monte che gli stava davanti, ma aveva appena fatti pochi passi che vide venirsi incontro una bella dama, la quale dopo averlo gentilmente salutato, gli disse:
- Valoroso campione, sappi che la via che tu segui non ti condurr a fatti d'armi, ma al tempio di Cupido se peri hai desiderio di gloria, potr additarti il luogo ove dimostrare il valor tuo. Non lungi da qui havvi una selva denominata perigliosa, da cui nessun cavaliero  uscito senza suo danno.
Guidone rispose:
- Io non bramo n amore, n gloria, desidero solo ritrovare una mia sorella della quale non ho pi notizie da molto tempo.
La donna allora riprese che poteva sapere della sorella, vincendo l'incanto che era nella selva.
- Percorrete questo sentiero - riprese la dama - e giungerete dove s'incontrano tre rivi, ciascuno dei quali ha un ponte di diamante. Sopra ogni ponte vedrete una statua meravigliosamente fatta. Due sono di marmo, l'altra  d'oro.
"Quando sarete presso il primo ponte, la statua si porr in bocca un corno e suonandolo far escire dal castello un cavaliero possente e bene armato con cui vi converr giostrare; se sarete vincitore, due vaghe damigelle vi porranno sul capo una bella ghirlanda d'oro e vi faranno scorta fino al secondo ponte, ove, appena giunto, udirete il suono della seconda statua e vi converr pugnare con un altro cavaliere assai pi potente del primo.
Se sarete abbattuto perderete armi, cavallo e ghirlanda, se vincitore, vi sar dato da altre due donzelle un bello scudo, nel quale, specchiandovi, vedrete quella immagine che vi  pi gradita. Passerete poi al terzo ponte, ove fa dimora la statua d'oro, che suoner il corno come le altre due. Vi si presenter allora un gran gigante, da nessuno mai abbattuto e qui vi sar duopo di gran valore perch se, con lui pugnando, toccherete terra, perderete lo scudo e la corona, ma con armi e cavallo vi troverete fuori dell'incanto; se invece giungete ad abbattere l'avversario, l'incanto rester distrutto, porterete con voi lo scudo e la corona, e mille armature che sono state lasciate da valorosi ma vinti campioni, vedrete distese sul piano; prima di sparire, la statua d'oro s'inchiner a voi e vi dar ragguaglio di quanto bramate, dove si trova e con chi sia l'oggetto di cui voi andate in traccia.
Ci detto la dama spar, e Guidone, spronando il destriero, giunse a vista del primo ponte. Tutto avvenne come la dama aveva annunziato.
Il valoroso giovanetto abbatt il primo nemico, e da due vaghe donzelle gli fu data la corona ed una robusta lancia che egli accett ringraziando, e quindi forte in sella si accinse alla seconda avventura.
Carinda, sospirando, traversava una frondosa selva, occupata con la mente nelle bellezze di colui che amava, quando le parve di udire un mesto grido di donna. Fattasi avanti vide un empio cavaliere il quale, dopo di avere adagiata sopra un prato una donzella mezza nuda, spogliandosi delle armi accingevasi a macchiarne l'onore. Carinda, che vide il periglio della fanciulla, minacciando quello spietato, and col brando incontro al cavaliere, il quale essendo mago, prese la figura di un leone.
La bella guerriera, che l'ardire aveva ereditato dal padre suo, affrontollo senza paura, e menandogli una grande stoccata, fino all'elsa gl'immerse il ferro nel fianco e morto lo fe' cadere al suolo; quindi voltasi alla donzella, che vergognosa cercava coprirsi, le disse:
- Non aver soggezione di me: io sono donna, e se non ti dispiace, narrami senza timore il caso tuo.
La giovanetta, come ebbe udito ci, con lieto volto rispose:
- Io me ne stava a godere l'ombra di questa selva, quando quell'infame si avvent su me, e se tu non eri, mi avrebbe disonorata. So adoprare anche l'incanto, ma costui era pi potente di me, e tutta la mia arte per difendermi aveva resa vana.
Carinda la preg allora le dicesse ove trovavasi l'oggetto del suo amore, al che la giovine maga accondiscese, ma volle prima che seco si recasse al suo albergo.
Ivi giunti, trovarono uno sventurato cavaliere di nome Ardelio, re di Valenza, che rivoltosi alla maga, la preg volesse, per mezzo della sua arte, salvare Florinda, figlia al re di Siviglia, che per aver teneramente corrisposto ai suoi amori, era stata condannata a morte dallo spietato genitore.
La maga Lucina allora interrogati gli spiriti che da lei dipendevano, rivoltasi a Carinda le disse:
- Tu sarai la sposa del figlio di Ruggiero di Risa, quello che tu appelli Cladinoro; egli ti ama e da voi verranno figliuoli fortissimi che acquisteranno gloria e onore; uno fra questi sar Tancredi, la cui invitta spada verr usata a vantaggio dei cristiani.
Rivoltasi quindi ad Ardelio, gli disse:
- Fatti animo, gentil signore. Floriana vive, e vive per te, e se il tuo valore non  spento, ella sar tua sicuramente, perch suo padre, non avendo potuto ottenere dai giudici la competente sentenza di morte, ha emanato il seguente editto: "Colui che abbatter il suo accusatore, avr la figlia in sposa e per dote il regno." Or ti conviene pregare questa fanciulla, che per valore non ha pari, di accompagnarti all'ardita impresa per essere vincitore del tuo rivale.
- Senza che egli abbia a chiedere il mio braccio in suo aiuto - soggiunse Carinda - son gi disposta per recarmi seco in Siviglia e non abbandonarlo fino a che non abbia ottenuto la dama del suo cuore.
Ardelio ringrazi la cortesia della fanciulla ed ambedue accomiatatisi da Lucina, presero la via del bosco.
Due d avevano camminato, quando in mezzo ad una amena vallata trovarono una vaga damigella vestita di bianco, che avvicinatasi ai due cavalieri, disse loro:
- Se siete prodi, come sembrate in apparenza, sappiate che non lungi da qui, due feroci cavalieri hanno inalzato un tempio allo sdegno, ed impediscono il passaggio a tutti coloro che si fanno campioni dell'amore, sostenendo essere, questo dolce sentimento, indegno di forti guerrieri.
Ardelio per mostrare al suo compagno di non essere un vile, giur di mitigare l'orgoglio di quei superbi e difendere amore; con tale intendimento si diressero alla volta ove abitavano i due campioni dello sdegno.
Cladinoro, intanto immerso nel pensiero di colei che amava, andava scorrendo valli e pianure, quando vide da lungi venirgli incontro una nobil donna, che giunta a lui d'appresso, fu la prima a riverirlo.
Cladinoro corrispose gentilmente al suo saluto e le chiese ove abitasse, mentre nessun castello vedeva in quelle vicinanze.
La dama cos rispose:
- Signore, giacch nol sapete, vi dir che poco distante da qui vi ha una foresta in mezzo alla quale sorgono citt e castella, ma la cruda sorte volle, sono ormai cinquanta anni, che essa restasse soggetta alla signoria d'un fiero e crudo tiranno; egli  un gigante per nome Oronte, terribile tanto, che non si  visto l'eguale; di pi  maestro di mirabili incanti, non ha legge n Dio, e per nostra maggior disgrazia  padre di otto figli, che per crudelt superano il genitore.
"Costoro, sapendo che le donne del villaggio sono fuggite per sottrarsi alle loro prave voglie, vanno in traccia di nuova preda e per non dar sospetto ai viaggiatori, hanno tanti castelli eretti quanti son essi, e per incanto li rendono invisibili agli occhi di tutti; per hanno un pregio ed , che la malvagit e l'arte non adoprano mai a danno dei buoni cavalieri, e la mia padrona, donna gentile, ma meno pratica di costoro nell'arte magica, ha mandato col una guerriera, che ieri sera la liber da morte, ed  si valorosa, che disprezza ogni paura.
Cladinoro, udendo che una guerriera era col albergata, non dubit esser colei che gli aveva ferito il cuore ed impaziente si pose a seguire le orme della donzella.
Ma lasciamo Cladinoro andare in cerca della sua bella e torniamo ai nostri paladini che abbiamo lasciati alla corte della vezzosa Fedelsmonda, da cui si erano recati per liberarla dal fiero Tilofarne. Costui, lungi dal supporre che alla regina fosse giunto s inaspettato e valido soccorso, e volendo terminare in un tratto la guerra e farsi possessore del regno e della bella regnante, riunito tutto il suo esercito, assalt la citt.
Ma che far poteva quella indisciplinata moltitudine di armati contro i quattro valorosi paladini, ciascuno dei quali valeva almeno diecimila guerrieri?
L'esercito in un sol giorno fu disfatto e Tilofarne ucciso da Oliviero; quando Fedelsmonda seppe il valore dell'invitto giovane, corrispose all'amore, che egli non pot pi oltre nasconderle, facendolo suo sposo e re.
Terminate le splendide feste per le nozze, i quattro paladini si disposero a far ritorno in Francia, e per far conoscere la sposa all'imperatore, la condussero seco, lasciando come vice re di quel regno, Costanzo, fedele suddito della regina.
Entusiastico fu il ricevimento fatto da Carlo ai suoi vittoriosi paladini. Aldabella, Clarice ed Ermellina, cinsero di corone i loro mariti e la imperatrice abbracci teneramente la bella Fedelsmonda.
Questa dopo nove mesi fece padre il suo caro sposo Oliviero di due graziosi bambini, a cui furono dati i nomi di Girardo e Rainiero, nomi che poi furono cambiati in quelli di Grifone e Aquilante, come vedremo in seguito di questo racconto.
Ma  tempo ormai di tornare a Guidone, che giunto al secondo ponte ed avendo la statua suonato il corno, vide comparire un gran guerriero armato. Il giovanetto per nulla sgomentossi, impugn la lancia e si diede ad assalirlo; pi di due ore dur la zuffa, finch Guidone avendo lanciato un colpo con ambe le mani, il guerriero dovette abbandonare il cavallo e toccare terra; allora comparvero due dame, che consegnarono al vincitore uno scudo ed una lancia.
Guidone che bramava vedere la sorella, si specchi subito nello scudo e mir la sua germana, che in compagnia d'un cavaliere andava viaggiando per una foresta. Il giovanetto supponendo in esso l'amante di Carinda, giur di ucciderlo e premuroso di terminare presto l'avventura, afferrata la lancia si accinse al terzo assalto.
La statua d'oro fe' udire un forte e prolungato suono, alla fine del quale parve che la terra si aprisse, ed un fiero e terribile gigante, tutto armato e cavalcando una giraffa, si present al giovanetto.
Guidone, al mirare la strana e possente corporatura di quell'uomo, prov qualche timore, ma subito facendosi animo e tenendosi stretto in arcione, and contro il gigante.
Le lance percotendosi andarono in schegge per aria, e fu duopo ricorrere alla spada. Guidone che bramava dar presto termine al combattimento, prese la spada con ambe le mani e colpendo l'elmo dell'avversario, gli fe' battere il capo sulla sella, ma il gigante, rialzandosi, con un gran colpo fer il giovanetto nella spalla e lo fece cadere al suolo.
Disparvero il gigante, lo scudo e la ghirlanda d'oro, e Guidone si trov tramortito una lega distante dal ponte e immerso nel proprio sangue.
Un contadino, passando a caso da quel luogo, vide il giovanetto ferito e privo di sensi, e trasportatolo alla sua capanna lo cur con molta piet.
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CAPITOLO VENTESIMOQUARTO.
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Girardo da Frata assedia Vienna. - Fedelsmonda fugge, e due maghe sue amiche le rapiscono i figli. - Rinaldo trova Morbello che dopo si fa chiamare Malaguerra.
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Non so se il lettore si ricorder di Girardo da Frata che vinto da Carlo, per non rendersi a lui soggetto fugg con la moglie in Asia, lasciando erede del trono il nipote Oliviero che all'imperatore si sottomise.
Ora accadde, che stando Girardo ad un banchetto, da un giullare, che aveva visitato tutto il mondo, venne a sapere i fatti seguiti in Francia, e come Oliviero era al servizio di Carlo ed aveva data sua sorella in moglie a Orlando.
Di ci rest molto indignato e giur di punire l'incauto nipote, facendogli cruda ed ostinata guerra, e condotto al suo partito re Desiderio, lo indusse a riunire la sua gente, e seco lui assediare Vienna.
Cos fecero e tanto bene seppero condurre la cosa, che Oliviero, il quale per affari di stato trovavasi alla Corte di Carlo, venne a sapere dell'assedio solo quando la citt era mezza incendiata, e Fedelsmonda era stata costretta con la fuga a scampare da certa morte, seco conducendo i suoi due figli.
Quella infelice trovandosi sola in mezzo ad un bosco, ma ornai sicura di non essere inseguita, stanca per lungo cammino, si addorment.
Avea Fedelsmonda per amiche due maghe, una chiamata la maga bianca, l'altra la maga nera, le quali avendo saputo, per mezzo di spiriti, la sorte toccata alla sventurata regina, si fecero condurre ove essa trovavasi dormiente, e baciatala in fronte, lieve lieve, le tolsero i bambini; la maga bianca prese Girardo, che poi chiam Grifone bianco, la maga nera tolse Rainiero, a cui diede nome di Aquilante nero.
Quando Fedelsmonda si dest, non trovando pi i figli presso di s, fu presa da immenso dolore, e dopo aver molto pianto, fece d'una grotta il suo albergo, ed ivi pascendosi d'erbe e radici, passava i suoi giorni pregando per i figli e per lo sposo.
Giunsero a Parigi molti fuggiaschi scampati dall'assedio di Vienna, i quali narrarono l'incendio della citt, e siccome si diceva da ognuno che Fedelsmonda era restata vittima del furore di Girardo, cos tal triste nuova rec gran dolore ad Oliviero ed a tutta la Corte.
Dato sfogo al pianto, Oliviero, Orlando, Rinaldo e Bradamante pensarono alla vendetta e con duecentomila francesi, che Carlo stesso volle guidare, marciarono alla volta di Vienna.
L giunti assaltarono Girardo e re Desiderio, e distrutto il loro esercito li fecero prigionieri.
Girardo vinto e pentito giur fedelt a Carlo; lo stesso fece Desiderio, che fu obbligato a pagare tutte le spese della guerra.
In questa orribile e sanguinosa battaglia molto si distinse Ginnetto, secondo figlio di Rinaldo, che con atti di inaudito valore, imped che re Carlo fosse fatto prigioniero, e n'ebbe da esso in ricompensa gli sproni d'oro cavallereschi e la signoria di Chiusi.
Rinaldo fu molto soddisfatto degli onori compartiti a suo figlio e rese grazie all'imperatore, chiese licenza di recarsi a Montalbano dalla fedel sua consorte. Mentre camminava lungo la spiaggia di Morbello, vide sopra una barchetta un uomo affaticarsi per raggiungere la riva. Allorch fu a portata di voce, grid:
- Cavaliere, se il vostro cuore sente piet per gli infelici, salvate un innocente da sicura morte.
Ci detto, e giunto alla riva, mostr a Rinaldo un bellissimo bambino, dicendo essergli stato consegnato in alto mare dal capitano d'una nave, che aveva avuto ordine dal padre del fanciullo, di gettarlo nelle onde.
Rinaldo, mirando attentamente il pargoletto, se ne invagh e lo condusse seco a Montalbano e lo affid a Clarice perch pensasse a trovargli una balia.
A Clarice nacquero dei dubbi sulla fedelt dello sposo, ma non volendo che se ne accorgesse, ebbe cure di affettuosa madre verso l'abbandonato fanciullo, a cui trovarono indosso un piccolo ritratto legato in oro e rappresentante l'immagine d'una donzella di straordinaria bellezza.
Il fanciullo fu chiamato Morbello, in ricordo del luogo ove fu raccolto.
Crebbe in straordinaria bellezza e valore, e la sua forza potea eguagliarsi a quella del suo padre adottivo.
La Francia god una lunga pace per il periodo di quindici anni, e tutti i paladini e baroni fecero ritorno alle proprie terre.
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CAPITOLO VENTESIMOQUINTO.
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Grifone e Aquilante combattono insieme. - Ritrovano la madre loro. - Meleagro abbandona Uriella per seguire Rosana. - Giostra a Parigi per Rosana. - Morbello vince la giostra, acquista Bajardo e la Durlindana.
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Solo Oliviero non volle partire per non rinnuovare nel cuor suo il dolore di trovarsi nei proprii domini, che troppo gli ricordavano la perduta sposa e i diletti figli, e mentre, triste, conduceva i suoi giorni presso il buon re Carlo, Grifone ed Aquilante andavano crescendo ed addestrati nell'arte della guerra, con incantate armi divenivano il terrore dei loro nemici.
Ma avvenne che la maga bianca s'invagh del re Salmanarte di Libia il quale aveva promessa sua figlia Uriella al re Balcaus di Tartaria. A questa bella fanciulla non piaceva il suo promesso, perch vecchio, ed avendo trovato un giovane di suo genio, per nome Meleagro, fugg con esso.
Il re Balcaus rimasto senza sposa, credendosi burlato, mosse guerra al re Salmanarte, il quale ebbe, dalla maga bianca, il giovanetto Grifone a propria difesa.
Balcaus, essendo in intima relazione con la maga nera, le chiese Aquilante, che avea fama di valoroso.
In questa guerra Balcaus rest ucciso con molti cavalieri. Salmanarte ebbe pure molte perdite, per cui fu deciso rimettere la sorte delle armi ai due giovanetti Grifone e Aquilante, i quali provvisti di armature incantate, lunga pezza combatterono senza alcun resultato, fino a che le due maghe, per mezzo dell'arte, saputo il pericolo in cui si trovavano i loro protetti, comparvero sul campo, e la maga bianca cos parl:
- Cessate di combattere, o franchi campioni, perch un fratello non deve uccidere il fratello. Voi siete figli della regina Fedelsmonda e di Oliviero d'Alemagna. Sia pace fra voi e correte a consolare i vostri genitori.
Udito ci i due gemelli pieni di gioia si abbracciarono, e stabilita la pace, il re Salmanarte fece suo erede Grifone e tutti abiurando i falsi dei, si diedero alla vera fede.
I due fratelli avvertiti dalle maghe che la loro Madre trovavasi in una grotta presso il bosco magno, vi si recarono e fattisi riconoscere, non  a dire quanta gioia la povera infelice ne prov, e come stretti se li tenne al cuore. Dato sfogo al primo impeto di tenerezza, indussero la madre ad intraprendere il viaggio per Parigi, promettendole che alla prima abitazione avrebbero avuti abiti da cambiare con quelli logori che la poveretta vestiva.
Mezza lega lungi da quel bosco furon veduti da Sinibaldo di Magonza, che con la sua amante fuggiva, perch i genitori di lei non avevano voluto acconsentire a dargliela in moglie. Costoro come videro i due cavalieri che menavano una donna malvestita, sorrisero di scherno.
Aquilante indignato sfid il motteggiatore dicendo:
- Superbo signore, giacch hai derisa la mia donna, bramo teco provarmi con la lancia. Se tu mi abbatti avrai il mio cavallo e le mie armi, se avverr il contrario, voglio che le vesti della tua donna. siano date alla mia.
- E ci sia - rispose il magonzese.
Ed impugnando le lance corsero a ferirsi. Aquilante alla percossa rest saldo, ma Sinibaldo fu tolto di sella.
Ognuno potr immaginare qual fu la sua vergogna vedendo spogliare la sua dama, a cui per volont di Fedelsmonda fu lasciata la gonnella. Sinibaldo, struggendosi di rabbia, domand a Grifone chi essi si fossero, e quelli risposero che quando avesse acquistato maggior valore lo saprebbe, e spronati i cavalli proseguirono il loro viaggio. Giunti a Parigi si presentarono a re Carlo.
Oliviero nel riconoscere Fedelsmonda, fu per svenire dalla gioia, e quando seppe che i due giovani che l'accompagnavano erano i suoi amati figli, corse ad abbracciarli e stettero buona pezza stretti insieme, versando lacrime di tenerezza.
Carlo commosso, band grandi feste e fe' sontuoso banchetto in onore della famiglia di Oliviero.
Meleagro intanto, che oltre essere un bel giovane era anche un poco mago e aveva seco un borsellino ove tenea scritture diaboliche, godevasi la graziosa Uriella e per non essere scoperto da re Salmanarte, noleggiata una nave si fece condurre con la sua amata in Valenza.
Nell'osteria in cui presero alloggio, giunse una bella fanciulla di quindici anni, scortata da cinque donzelle, la quale, salutando Meleagro e la sua compagna, comand all'oste che le fosse portato di che rinfrescarsi.
La bellezza di Rosana, cos chiamavasi la straniera, attir l'attenzione di Meleagro, e fattosi a lei d'appresso, dopo molti ragionamenti, seppe che si recava a Parigi da Carlo Magno, acci le scegliesse uno sposo fra i pi valorosi paladini della sua Corte.
Meleagro, vinto dalle seducenti grazie della fanciulla, se ne innamor e si propose di seguirla, e per amore o per forza costringerla ad appagare le sue brame.
Giunta l'ora di andare al riposo, ciascuno si ritir nella propria stanza.
Uriella, gelosa delle gentili premure che l'amante suo avea prodigato a Rosana, pens rubargli, nel tempo che dormiva, il borsellino degli incanti per interrogare gli spiriti e sapere se il cuore del giovane era preso d'altro amore.
Meleagro, come vide apparire l'aurora, sapendo che Rosana doveva partire la mattina, vest l'armatura, e lasciando in abbandono l'infelice e dormiente Uriella, segu l'altra giovanetta, e raggiuntala in un bosco, le estern i suoi malvagi pensieri.
Rosana, che era onesta quanto bella, lo rimprover acerbamente, chiamandolo vile e spergiuro. Ma Meleagro, inferocito per il rifiuto, uccise le donzelle che l'accompagnavano e gi stava per macchiare l'onore di quella infelice, allorch trovossi legato e vide Uriella davanti a s; Uriella che destandosi e non trovandosi pi lo sposo accanto, si era posta a leggere nelle carte magiche, e saputo il tradimento, spinta da un'energica forza, aveva comandato agli spiriti di condurla col e di legare lo sposo.
In pena della sua fellonia, lo fece chiudere in un castello, a cui pose di guardia un gigante.
Resana, liberata da quel malvagio, si diresse alla volta di Parigi.
Giunse nella gran citt della Francia durante le feste che si facevano in onora della famiglia di Oliviero. Presentatasi a Carlo gli espose il suo pensiero, chiedendo a lui uno sposo fra i pi valorosi dei suoi paladini.
Al re parve strana una tal domanda, ma volle esaudirla, per cui band una giostra a cui desider assistessero tutti i suoi paladini, sicch vennero Orlando, Uggiero, Agolaccio, Gano con due nipoti e Rinaldo col giovanetto Morbello, che allora compiva il suo quindicesimo anno.
Astolfo e i due nipoti di Gano, Baldino e Buovo, si invaghirono fortemente di Rosana, ma essa per, fra tutti i cavalieri, il solo che ammir fu Morbello il quale, sebbene senza armi, avea l'aspetto di valoroso.
Questi, felice dell'amore che aveva saputo inspirare nel cuore della giovanetta, chiese a suo padre che lo facesse armare dall'imperatore, volendo prender parte alla giostra, ma Rinaldo, con belle parole, gli disse esser troppo giovane per armarsi e gli dimostr il pericolo a cui poteva esporsi, giostrando con tanti cavalieri avvezzi a combattere.
Dello stesso parere furono Carlo e Orlando, per cui Morbello, perduta la speranza di poter acquistare la sua Rosana, se ne stava tutto dolente nella sua stanza, maledicendo alla triste sorte, e si sarebbe ucciso per disperazione, se il savio Malagigi non fosse accorso in sua difesa, confortandolo e promettendogli che lo armerebbe, a condizione per che dopo la giostra sarebbe andato a combattere l'incanto per mezzo del quale Meleagro trovavasi prigione.
Fu lieto Morbello, e giur di scendere anche all'inferno, pure di potere andare in giostra.
Giunse il giorno tanto bramato, e Sansonetto fu eletto mantenitore del torneo.
Astolfo fu il primo a scendere nello steccato e ad essere abbattuto, e dopo di lui Alibardo e Anserigi; e pi di dieci ne aveva scavalcati il prode Sansonetto quando a sua volta fu vinto da Dudone che all'avversario fece toccare il suolo.
Gi tutti proclamavano Dudone vincitore del torneo quando un giovane e forte cavallero tutto chiuso in una ricchissima armatura e con la visiera calata, si present nello steccato.
Era Morbello, che dato di sprone al cavallo, ed impugnata una lancia, sfid Dudone alla pugna.
All'apparire di s saldo campione, si lev nella piazza un gran rumore: i paladini lo mirarono con meraviglia, ma niuno lo pot riconoscere. La bella Rosana ebbe come un presentimento che fosse il suo Morbello e col cuore palpitante, attese l'esito dello scontro.
L'incognito, che richiesto del nome, dichiar chiamarsi Malaguerra, come si  detto sfid Dudone e al primo urto lo fece saltare di sella.
Ughetto volle vendicare lo smacco di Dudone, e si mosse contro Malaguerra, ma al primo colpo di lancia si trov sul terreno.
Nello stesso modo furono scavalcati Gilberto di Bajona, il marchese Aldruggiero, Grifone, Aquilante, Morandino e molti altri.
Giunetto pure chiese al padre il permesso di giostrare, ed inforcato Bajardo, perch pi lieve al corso, si fece avanti a Malaguerra; ma poco valse a Ginnetto la velocit del destriero, poich trovossi a terra come tutti gli altri. Allora il vincitore, per fare scorno al vinto, lasciando la sua cavalcatura, inforc Bajardo.
Carlo si tenne offeso per tale atto, e contro le regole stabilite, cio che i cavalieri ammogliati non dovevano prender parte alla giostra, di licenza a Rinaldo e ad Orlando di potersi provare con lo straniero.
Malaguerra per, a cui da Malagigi era stato proibito battersi contro suo padre, allorch vide questi venirgli contro, profitt di Bajardo per darsi ad una precipitosa fuga.
I due paladini lo inseguirono senza poterlo raggiungere ed il torneo fu sospeso.
Il popolo si sdegn con Carlo che aveva fatto entrare in giostra, contro ogni regola, due cavalieri ammogliati.
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CAPITOLO VENTESIMOSESTO.
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Malaguerra toglie la Durlindana ad Orlando; questi va in pellegrinaggio. - Malaguerra cede alle lusinghe di Uriella, ma rimproverato da Malagigi, si reca all'incanto, lo vince e libera il padre.
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Orlando dopo lunga e inutile corsa, stanco e molle di sudore, sceso da cavallo, si pose sotto un fronzuto albero ed ivi si addorment.
Malaguerra, ignaro del cammino, dopo aver molto girato per il bosco, la fortuna lo men al luogo ove dormiva Orlando.
Fattosi presso e mirando la bella spada che il paladino teneva al fianco, pens che avendo Bajardo e la Durlindana potea superare qualunque avventura, e tolta con leggerezza la fina spada ed in suo luogo lasciata la sua, memore di quanto avea promesso a Malagigi, si avvi al castello incantato, ove Meleagro trovavasi prigione.
Destatosi Orlando e non trovando pi la sua Durlindana al fianco, fu per uccidersi dal dolore, ma tosto gli apparve un angelo che cos gli disse :
- Di che ti lagni, o cavaliere? Accetta la punizione che Dio ti manda per i falli commessi e fanne ammenda, col promettere di andare in pellegrinaggio a visitare i luoghi santi di Gerusalemme.
Allora Orlando, piegando le ginocchia a terra, la baci tre volte, quindi rialzatosi si mise in cammino. Giunto al primo villaggio si vest da pellegrino, lasciando l'elmo e lo scudo in deposito presso persona fidata e abbandonato ogni pensiero di guerra, ai pose in viaggio per Gerusalemme.
Uriella, divenuta esperta maga, seppe per mezzo delle sue carte che Morbello potea vincere l'incanto in cui teneva chiuso Meleagro, per cui fattasi pi bella del solito, presentossi al giovanetto e tanto seppe attorniarlo con lascive lusinghe, che egli, malgrado l'amore che nutriva per Rosana, pur mirando quella belt, credette sua fortuna godersela ed obliando il giuramento, fu pronto a seguire la vezzosa seduttrice.
Ma fatti pochi passi comparve Malagigi, che trattolo in disparte grid:
- Giovane sconsigliato, perch vuoi oscurare la tua gloria e, col seguire i fugaci piaceri di Venere, perdere l'occasione di farti prode e valoroso? Se seguirai questa triste donna perderai il genitore e gli amici, che per raggiungerti giacciono nel pi terribile incanto fatto da colei che pensava sedurti.
Pentito e meravigliato, il giovane promise di spargere il suo sangue per la difesa di Rinaldo e degli amici suoi.
Malagigi allora cos gli disse:
- Sappi, figliuol mio, che l'entrata nel castello incantato non sar molto facile perch vi troverai a custodia un terribile gigante che dovrai uccidere.
"Morto colui, verrai assalito da un centauro, contro cui ti bisogner ingegno e valore, poich sar armato di dardi e di un nodoso bastone.
"Quando avrai ucciso questo nemico, udrai tremare la terra, l'acque del fiume si agiteranno come il mare in tempesta e dal mezzo di esse vedrai uscire un mostro che mander dalla bocca tal puzzo velenoso che nessuno potrebbe resistere; io per ti dar tale erba che appena posta in bocca, ti salver da qualunque danno.
"Per, nel combattere fai in modo di vincere il mostro senza fargli fare sangue, poich ogni goccia di questo diverr un nuovo mostro e moltiplicandosi all'infinito saresti da quelli divorato.
"Per condurre a buon porto la tua impresa prendi questo sasso e quando avrai stancato quel drago, introduciglielo nella gola ed esso urlando ander a gettarsi nel fiume.
"Una quarta avventura pi pericolosa ancora dovrai superare, cio quella delle sirene, le quali con lusinghiero canto cercheranno sedurti; tu non le ascoltare e vai diritto ad un albero che vedrai nel mezzo al prato e che dovrai tagliare per distruggere l'incanto.
"Ivi troverai Uriella che user mille astuzie per distoglierti dal troncare l'albero, ma non ti lasciar persuadere da quella perfida, recidi la pianta ed ogni incanto sar distrutto.
Ci detto Malagigi spar, e Malaguerra, risoluto di ottenere la vittoria, punse Bajardo alla volta del castello. Super felicemente le quattro prove e giunto all'albero ove trovavasi Uriella, senza dare ascolto alle preghiere di lei lo recise con la Durlindana.
Il castello disparve con gran rumore, e Meleagro trovossi libero, ma fatti pochi passi, sfinito dalla fame, cadde e mor.
Rinaldo e i suoi compagni di sventura si ritrovarono nell'aperta foresta.
Malaguerra si fece riconoscere al padre suo adottivo e chiese perdono d'avere indossato le armi senza suo permesso.
Rinaldo, che si accorse essere colui anche il vincitore della giostra, corse ad abbracciarlo e lodollo come valoroso paladino; lo stesso fecero gli altri e tutti insieme tornarono a Parigi, ove il valoroso Morbello fu ricevuto da Carlo con sommo onore.
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CAPITOLO VENTESIMOSETTIMO.
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Astolfo ruba la Durlindana. - Cladinoro distrugge l'incanto dei tre ponti e porta via lo scudo.
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Fra tanti paladini che vollero abbracciare il giovanetto, fu notata subito la mancanza di Orlando, ma nessuno seppe darne notizia. Allora fu chiamato Malagigi che per mezzo dell'arte sua, pot assicurare l'imperatore che il primo paladino di Francia trovavasi in pellegrinaggio per Gerusalemme.
Baldovino che amava il fratellastro, si propose andare a rintracciarlo e menargli il cavallo Brigliadoro.
Agolaccio, Rinaldo, Bradamante e Oliviero vollero essi pure andare alla ricerca d'Orlando.
Astolfo che si era accorto come la Durlindana trovavasi in possesso di Morbello, per rendersi pi grato al cugino, colto il momento in cui il giovane era assente, glie la tolse e con essa segu gli altri paladini. Fu visto per dallo scudiero di Morbello che ne avvis il padrone.
Questi, quando seppe che Astolfo era il ladro, temendo avesse a perdere la spada in qualche scontro, si dispose a partire per raggiungerlo, senza nemmeno avvisare la sua bella, sperando trovar subito Astolfo e presto riedere a Parigi. Ma colui si era diretto verso il mare, e imbarcato sopra una nave, aveva abbandonata la Francia.
Rosana, dopo avere indarno aspettato per qualche giorno Morbello, chiese licenza a Carlo di ritirarsi nel suo regno.
Ma i miei cortesi lettori sono ormai impazienti di sapere qualcosa di Cladinoro che abbiamo lasciato nel momento che si accingeva a seguire una donzella per esser condotto da essa a liberare, dal fiero Oronte, la selva incantata.
Camminando pel bosco, si abbatt in un cavaliero che vinto al primo assalto nella selva perigliosa, aveva perduto armi e cavallo e se ne andava triste e soletto. Cladinoro con cortesia pregollo che gli manifestasse la causa della sua tristezza, ed egli raccont ci che noi gi sappiamo, per avervi accompagnato Guidone, degli incanti dei tre ponti e come ivi avesse perduta l'armatura. Seppe dello scudo in cui specchiandosi ognuno pu vedervi l'oggetto che desidera ecc. ecc.
Cladinoro che molto bramava vedere il leggiadro volto della sua Carinda e sapere ove fosse, confort il cavallero, pregandolo insegnargli la via e assicurandolo che ricupererebbe le sue armi, e preso commiato dalla donzella che gli faceva scorta, le di parola che, dopo quella avventura, sarebbe andato a punire Oronte.
Cladinoro super con gran valore il primo e secondo incanto e appena nello specchio mir la sua Carinda in compagnia d'un cavaliero, fu preso da smania gelosa e struggendosi in pianto, esclam:
- Chi sar colui che or si vanta di possederti? Tu che mi fosti a tradimento rapita, hai pensato forse che Cladinoro si fosse dimenticato della tua immagine e, sconsigliata, obliasti colui che ti ama pi della vita?
Altro voleva dire, ma la dama che aveva portato lo scudo, lo esort a farsi animo, superare il terzo incanto e allora avrebbe saputo se la donna dei suoi pensieri lo avesse dimenticato. La statua d'oro suon in questo mentre la tromba, e Cladinoro si vide innanzi un terribile gigante che gli disse di deporre lo scudo e la corona e pugnare seco lui.
Prese le dovute distanze, i due nemici andarono ad incontrarsi.
All'urto terribile sembr che la terra tremasse e le lance andarono in frantumi. Impugnarono tosto la spada, ed il giovane paladino, dopo sei ore di faticoso combattimento, pot ferire e scavalcare il suo avversario. Allora si videro ad un tratto sparire i tre ponti; il cielo s'illumin d'insolita luce e la statua d'oro fe' udire queste parole:
- Cladinoro, bandisci dal tuo cuore ogni sospetto; Carinda ama te solo e colui che trovasi in sua compagnia altri non  che uno sventurato cavallero, che ha invocato l'aiuto della tua donna per acquistare colei che ama. Se vuoi raggiungere la tua adorata, segui le orme d'un cavallo che troverai impresse nel bosco.
Ci detto la statua spar e, nel posto ove essa stavasi, apparvero ammucchiate tutte le armi dei cavalieri vinti al primo incanto.
Cladinoro, senza nemmeno osservare il suo compagno che pieno di gioia correva a riprendere l'arme perduta, trovate nel bosco le orme indicate, si diede quelle celermente a seguire.
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CAPITOLO VENTESIMOTTAVO.
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Agolaccio e Baldovino combattono con un pagano e perdono Brigliadoro. - Orlando trova il cavallo e lo vince a Gandellino. - Questi e Orlando s'incontrano con Agolaccio e Baldovino e insieme ritornano a Parigi.
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Agolaccio e Baldovino lasciando la Francia, si diressero alla volta di Gerusalemme. Nel traversare una collinetta videro un cavaliere bene armato che dirigevasi alla loro volta. Quando costui fu vicino, osservando il bellissimo cavallo Brigliadoro, disse:
- Se non v'incresce, cavalieri, facciamo il cambio dei cavalli, poich il vostro mi sembra migliore del mio.
- Tu l'avrai - disse Baldovino - se tanto valoroso sei quanto sembri esigente e ardito.
E presa una lancia sfid l'incognito, ma questi, che era cavaliere di molta vaglia, vinse i due paladini e salito su Brigliadoro, salutandoli gentilmente, si disperse nel bosco.
Cladinoro intanto, che obbediente ai consigli della statua d'oro, seguiva le orme d'un cavallo, s'incontr col cavaliero che aveva tolto Brigliadoro ai due paladini.
Come questo pagano vide il bello scudo che portava Cladinoro, grid:
- Cavaliero, a me quello scudo se non brami qui rimanere estinto.
A quella voce il valoroso guerriero, impugnata la lancia, si di a difendere l'oggetto a lui s caro. Terribile fu la pugna e di egual valore essendo i combattenti, ambedue storditi dai colpi che reciprocamente scambiaronsi, piegatisi sul collo dei cavalli, furono da questi portati assai lungi ed in differenti luoghi.
Cladinoro come riebbe i sensi e non vedendosi pi lo scudo appresso, che aveva perduto nella fuga, pens che il pagano lo avesse preso e maledicendo al destino si assise sul margine d'un ruscelletto; il pagano parimente, come fu tornato in s, sceso da Brigliadoro e stanco per il lungo pugnare, si addorment sotto un albero.
Il sole sorgeva sull'orizzonte quando Orlando di ritorno dal suo pellegrinaggio avviavasi alla volta del villaggio ove lasciato aveva lo scudo e l'elmo, allorch vide Brigliadoro che pascolava sul prato ed il pagano che dormiva sotto il castagno. Non volle profittare della buona ventura che gli si presentava di acquistare il suo cavallo senza alcuna fatica, e perch curioso di sapere come l trovavasi, mentre lo aveva lasciato nelle scuderie di Carlo, dest il cavallero e con cortese maniera interrogollo come avesse avuto quel cavallo.
Il pagano sorrise, e disse di averlo guadagnato a due cavalieri.
- Ci non basta - rispose Orlando - quelli non erano i padroni di questo cavallo e per acquistarlo conviene battersi con me.
- Son pronto - disse il pagano.
E salito su Brigliadoro prese la dovuta distanza. Pei forti e replicati colpi dei due valorosi sembrava quel luogo la fucina di Vulcano.
Il pagano per non poteva ferir l'invulnerabile corpo del figlio di Milone, mentre che questi con un terribile colpo fracassava l'armatura dell'avversario e ferito gravemente lo facea cadere al suolo. Il conte appena vide in terra il nemico, volle conoscere chi fosse, e sceso da cavallo corse ad alzargli la visiera.
Nel mirare il bello e giovanile volto, si rimprover d'aver combattuto con tanta ferocia con un giovane diciottenne e spinto da compassione gli fasci la ferita e gli apprest cure paterne; e quando lo ebbe completamente richiamato ai sensi, seppe da esso esser figlio di Rosetta di Russia e di Cladinoro.
- Io sono Orlando - riprese il conte - e sappi che tuo padre  cristiano e molto valoroso. Se sei disposto a seguirmi fino a Parigi, da un mio cugino esperto nella magia, potrai conoscere ove trovasi tuo padre.
Gandellino, che tale nomavasi il giovane, ader ai consigli di Orlando e giunti al primo villaggio volle esser battezzato, e quando fu guarito delle ferite, presero insieme la via di Parigi.
Nel traversare un bosco, s'incontrarono con Baldovino ed Agolaccio che, riconosciuto Orlando, corsero ad abbracciarlo e con maraviglia si avvidero essere il suo compagno colui che tolto aveva loro Brigliadoro. Gandellino, a sua volta ravvisatili, chiese scusa d'aver combattuto contro amici del gran paladino e tutti insieme giunti a Miranda, Orlando riprese lo scudo e l'elmo che furono d'Almonte e che ivi aveva lasciato in custodia d'un albergatore, e dopo breve riposo, seguitarono la loro strada.
Giunti a Parigi, furono con molte feste ricevuti da Carlo che accolse Gandellino alla sua Corte con amore paterno.
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CAPITOLO VENTESIMONONO.
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Guidone trova lo scudo e poi lo perde combattendo con Cladinoro. - Amori di Sordinella con Malaguerra. - Questi vince il gigante Ipparco, libera Polinarda e uccide l'imperatore Arismondo.
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Carinda intanto, andando con l'amico Ardelio lungo il mare per trovare una nave, scopr una barchetta guidata da due damigelle. Nel centro della barchetta era situata una ricchissima tenda e sotto quella, mesto sedeva un giovane cavaliere.
A tal vista, la bella guerriera chiese alle donzelle chi fosse colui e dove andasse, ed una di esse rispose:
- Se brami sapere chi sia questo cavaliero e dove vada, sali su questa barca insieme al tuo compagno e di quanto desideri sarai appagata.
Prima per che facciamo palese chi fosse l'incognito della barchetta, ci conviene dire di Guidone Selvaggio che struggendosi dalla pena, per non aver potuto vincere l'ultimo incanto dei tre ponti, come si vide risanato dalle ferite, diede qualche ricompensa al pastore che lo aveva assistito e in balia del proprio cavallo e senza direzione alcuna, continu a far ricerche della sorella.
Non and molto che nel passare da un bosco s'accorse che in quel luogo erasi fatta battaglia. Volgendo a caso lo sguardo, vide in terra lo scudo per cui in tanto cimento erasi trovato e lieto di ritrovarlo lo raccolse e specchiandovisi, vide la sorella con un giovane, in procinto di montare sopra una barca.
Cladinoro pieno di tristezza per la perdita fatta, aggiravasi nella selva allorch da lungi vide il cavaliero e riconobbe lo scudo; si avvicin e, con cortesi maniere, chiese a colui che glie lo rendesse, perch era di sua propriet, avendolo guadagnato alla selva perigliosa. Guidone non volle accondiscendere alle sue pretese, per cui si sfidarono a singolar tenzone.
Credeva ciascuno al primo colpo di lancia terminare quel duello, ma come l'uno e l'altro si furono percossi, le lance ne andarono per aria in mille pezzi e compresero che l'avventura non era tanto lieve e con le spade seguitarono il combattimento. Guidone men all'elmo di Cladinoro che dov piegarsi per il colpo, ma questi con un fendente fe' cadere l'avversario stordito da cavallo, quindi prendendo lo scudo si part lieto per l'acquisto fatto.
Guidone riavutosi, pieno di vergogna, si ripose a cavallo e si mise in traccia del suo vincitore.
Malaguerra dopo avere inutilmente cercato Astolfo per quei dintorni, seppe che, noleggiata una nave, erasi allontanato dal lido. Desideroso di raggiungerlo, prese posto in un bastimento che allora lasciava la spiaggia e dirigeva il suo cammino per l'Egitto.
Per non sempre  costante il mare e sovente cambia d'aspetto; infatti dopo due giorni di navigazione, un terribile uragano fece naufragare la nave contro uno scoglio, e mentre tutto l'equipaggio miseramente annegava, Malaguerra, dall'impeto delle procellose onde, fu slanciato sulla spiaggia vicina ed ivi giacque ferito e svenuto.
Iddio per non aveva ancora reciso il filo di sua vita! Per caso trovavansi col tre sorelle maghe che non lungi da l teneano la loro abitazione. Erano costoro bellissime e come si furono accorte di quello sventurato, non poterono frenare le lacrime, ed esperte come erano in ogni scienza, apprestarono opportuni rimedi per richiamarlo in vita.
Mentre erano intente a tal cura, ciascuna faceva capire all'altra d'essere innamorata del giovane e per non venire a contrasto fra loro, fu deciso che colei sola che fosse stimata la pi bella dal giovanetto, dovesse amarlo.
Tanti liquori adoperarono le maghe, che in mezz'ora Malaguerra riebbe le perdute forze; ma aprendo gli occhi e mirando tanta belt attorno, estatico pieg le ginocchia a terra e chiese in qual parte del mondo la fortuna lo avesse menato.
Quelle risposero trovarsi a dieci leghe lungi da Trabisonda, ove il tiranno imperatore Arismondo, reggea quel regno.
- Ma che vale - continu la maggiore di esse - narrare ci che poco interessa? Sappiate piuttosto, magnanimo eroe, che tutte e tre siamo di voi invaghite e aspettiamo ansiose di sapere a chi di noi date la preferenza.
Malaguerra in principio non volle fare nessuna scelta, ma indi alle replicate istanze delle donzelle, sorridendo rispose:
- Tutte e tre siete belle, ma se debbo decidermi per una sola, preferisco questa.
S dicendo poggi la mano sulla spalla di Sordinella che era la seconda di nascita delle tre.
Costei fu lietissima, e le altre afflitte e vergognose si ritirarono nelle loro terre.
Sordinella condusse Malaguerra in un nobile castello di sua propriet, due miglia lungi da quella spiaggia.
Il giovanetto tanto s'invaghi della bella maga che per pi giorni obli l'onore delle guerresche imprese e l'amore di Rosana.
Il Cielo intanto avea segnato il termine di una profezia fatta sedici anni prima, ed una notte mentre Malaguerra dormiva, gli parve intendere una voce che in tal modo rimproveravalo.
- Giovane sconsigliato! Ove mai apprendesti a consumare la tua vita stando fra le braccia d'una donna? Lascia colei che alla tua gloria  d'ostacolo e prosegui quelle avventure alle quali il Cielo ti ha destinato.
Atterrito il giovane per tal sogno, volse il pensiero ad abbandonare quell'amore illecito e proseguire il suo viaggio.
Una bella mattina, recandosi Sordinella come al solito nella camera del suo amante, la trov vuota.
Fu per morire di dolore e ricorse subito all'arte magica per scoprire perch Malaguerra l'aveva abbandonata. Pronunzi le diaboliche parole e tosto le apparve lo spirito infernale, il quale interrogato, disse come il giovane, per divino volere, aveala abbandonata per sempre, e che un d sarebbe sposo d'altra donna.
A s infausta notizia, Sordinella non pot frenare le lacrime e volea usare del suo potere magico per far tornare l'amante, ma lo spirito le mostr il gran periglio cui andava incontro, perch Malaguerra veniva protetto da Malagigi, il pi potente e virtuoso mago che esisteva sulla terra.
Sordinella udito ci e conoscendo la sapienza di tal negromante, abbandon ogni idea di resistenza e si pose a piangere la sua sciagura.
Essendo incinta, trascorso il giusto termine, diede alla luce uno dei pi famosi eroi che ella stessa appell Feraba, cio figlio della sciagura.
Malaguerra sfuggito alle carezze della bella maga e avendo ormai perdute le tracce d'Astolfo, si era deciso far ritorno a Parigi allorch si vide venire incontro una donzella, la quale a calde lacrime lo preg volesse recare soccorso alla sua signora che era per soccombere sotto il grave peso della calunnia e dell'infamia.
- Sappiate - disse - che l'imperatore Arismondo ha avuto due figli maschio e femmina. Un astrologo predisse che il figlio avrebbe ucciso il padre, per cui il nato bambino, per volont del crudo e pauroso genitore, fu tolto dal numero dei viventi. La fanciulla cresciuta in bellezza am e fu riamata dal giovane Odoardo, ma il crudo gigante Ipparco, vintolo in giostra, seppe s bene cattivarsi l'animo dell'imperatore che fu promesso sposo della fanciulla. Polinarda, che cos nomasi la mia padrona, risolvette fuggire con Odoardo, ma scoperta la fuga dall'infame Ipparco, questi la imped e convertendo l'amore in altrettanto odio, accus Polinarda d'avere avuti colloqui notturni coll'amante e giusta la legge del nostro paese fu condannata a morte. L'imperatrice per ha ottenuto dai giudici, che l'accusatore sostenga in faccia al popolo l'accusa per due mesi, durante i quali deve battersi con qualunque guerriero voglia prendere le difese della fanciulla; se l'infame accusatore vince tutti, allora, spirato il termine assegnato, la mia povera padrona dovr morire. Io, che l'amo, sono uscita per procurarle qualche aiuto, poich finora tutti i cavalieri che si sono presentati furono da quel feroce abbattuti e non rimangono che due soli giorni a spirare il tempo prefisso.
Malaguerra si sent commuovere a tanta sciagura della povera principessa e promise sfidare Ipparco e farlo pentire della troppa audacia.
Giunto alla citt commise alla donzella di andare a consolare la fanciulla, e come fu il nuovo giorno mand un messo ad Ipparco dichiarandolo mentitore e oppressore dell'innocenza.
Lunga ed incerta fu la pugna, finch il calunniatore, conosciuta la superiorit del nemico, volle con un sol colpo por termine al combattimento, e ghermito il giovane tent di soffocarlo, ma questi, abbandonata l'inutile spada, ricorse al pugnale che sollecitamente immerse nella gola del gigante e morto lo rovesci al suolo.
Fu immensa la gioia del popolo che amava la principessa, ma il crudele genitore, che con la morte d'Ipparco veniva a perdere un valoroso difensore dei suoi stati ed un ricco genero, comand alla soldatesca di arrestare il giovane vincitore ed egli stesso fattosi armare gli and incontro con una lancia, ma vano fu il colpo e di contrario effetto, poich trov morte ove darla volea.
Ucciso l'imperatore, l'esercito per farne aspra vendetta attorni Malaguerra che si difese come un disperato, ma sopraffatto dal numero, ed in pi parti ferito, cadde al suolo. Per ordine dell'imperatrice fu fatto portare nella reggia e posto in un letto.
La salma dell'imperatore Arismondo, con solenne pompa, fu dall'esercito trasportata nelle catacombe reali ed ivi sepolta, mentre il popolo minaccioso e che esecrava la memoria del tiranno, a stento si conteneva.
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CAPITOLO TRENTESIMO.
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Rinaldo e Orlando combattono contro i paladini di Arismondo. - Malaguerra riconosce i suoi genitori ed  incoronato imperatore. - I paladini tornano a Parigi e Malagigj sposa la Bella Eracina.
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Nel tempo che succedevano tali fatti, Orlando, Agolaccio e Gandellino non avendo ritrovato a Parigi Rinaldo e i suoi compagni ed avendo saputo della fuga di Astolfo che tolta avea la Durlindana, pensarono di andare in traccia degli amici ed ebbero la fortuna di trovarli, dopo dieci giorni di lungo viaggio, non molto lontani da Trabisonda, teatro dei fatti sopra narrati.
Sinceri e prolungati furono gli abbracciamenti, e gli uni agli altri chiedendo notizie, nessuno seppe dire ove trovavasi Astolfo, onde per riposarsi del lungo cammino e concertare insieme il modo di rintracciare l'amico, s'avviarono di comune accordo nella vicina citt; l giunti trovarono tutto il popolo in rivoluzione per la sventura toccata al valoroso difensore della loro principessa ed informatisi meglio seppero tutto l'accaduto e come Malaguerra trovavasi ferito e forse morto nella reggia.
Rinaldo a quella triste nuova fu per mancare dal dolore, ma Orlando, digrignando i denti, giur che di Trabisonda non dovea rimanere vestigio e tratta la spada si mise a combattere contro i soldati che difendevano la reggia.
Alle grida, al rumore, accorse Odoardo, ma appena giunto fu ucciso da Orlando.
L'imperatrice Aminta, mentre andava spogliando il giovane Morbello per medicargli le ferite, gli scopr al collo il medaglione e ravvisando in esso il suo ritratto, riconobbe nel giovane il proprio figlio.
Non  a dire la gioia che ne prov e il dolore al tempo stesso per vederselo davanti ai propri occhi mortalmente ferito. Avrebbe voluto narragli quanto sapea sulla sua nascita, farsi riconoscere per madre, ma un cavaliere penetr nella stanza dicendo:
- Salvatevi, maest, poich tutti siamo perduti; alcuni cavalieri venuti in citt e per false notizie avendo creduto morto questo giovane, tutto ad un tratto si scagliarono contro i nostri soldati e tanto valore hanno dimostrato, che tutti credono si trovi fra essi Orlando e Rinaldo, primi paladini della Corte francese.
Malaguerra, che si era alquanto riavuto, appena intese che il suo padre adottivo trovavasi poco lungi da lui, si sent rinascere a nuova vita e voleva andargli incontro, ma l'imperatrice lo esort a non muoversi, dicendo che essa stessa avrebbe condotto Rinaldo al suo capezzale. Infatti recatasi col, ove i paladini facevano strage di soldati, fece cessare la battaglia e pregato Rinaldo coi suoi compagni a seguirla, li condusse nella camera ove giaceva il giovane ferito. Allora l'imperatrice facendo a tutti osservare il suo ritratto chiuso nel medaglione di Malaguerra, si di a conoscere per madre del giovanetto, e volta ad esso cosi parl:
- Ho da svelare a tutti un grande arcano e pregovi di porgermi la vostra attenzione. Dopo due anni che io avevo sposato l'imperatore Arismondo, ebbi un figlio a cui fu posto il nome di Orello. Un d capit in Corte, per nostra sciagura, un indovino, il quale annunzi a mio marito che sarebbe stato ucciso da suo figlio. Allora lo spietato genitore, fidando nelle parole di quell'infame, condann a morte il fanciullo, dando incarico ad un capitano di nave di gettarlo in mare, A niente valsero le mie lacrime per farlo desistere dalla fatale sentenza, ma occultamente potei muovere a compassione il capitano, che mi permise di mettere questo medaglione al collo del fanciullo, giurandomi di salvarlo. Seppi, dopo qualche giorno, che aveva dato il pargolo ad un vecchio marinaio nelle vicinanze di Morbello.
- Maest - disse allora Rinaldo - dopo quanto mi avete raccontato, debbo confessare che egli  realmente vostro figlio, perch a me fu consegnato da un pescatore alla spiaggia di Morbello.
Allora il giovane abbracci la madre e la sorella, e pianse la morte del genitore.
Il mago Malagigi si present come medico ed in pochi giorni guar le ferite di Malaguerra, il quale fu incoronato imperatore e quindi, mandando dei fidi messi alla bella Rosana, la fe' venire alla sua Corte e la spos con letizia di tutti.
Gandellino, interrogato il savio Malagigi, seppe da esso che suo padre Cladinoro trovavas in Macedonia, per cui, animato da amore filiale, chiese licenza alla nobile compagnia e part per il luogo designatogli da Malagigi.
Orlando, Rinaldo, Bradamante e gli altri paladini, dopo qualche giorno di permanenza alla Corte di Trabisonda, con gran rincrescimento di Malaguerra e di Aminta, fecero ritorno a Parigi ove trovarono Astolfo che, inutilmente avendo fatto ricerca d'Orlando per rendergli la Durlindana era tornato alla Corte di Francia.
Orlando fu cos lieto di riavere la sua fine spada, che non si interess nemmeno di sapere come trovavasi nelle mani di Astolfo.
Malagigi non seppe con la sua arte vincere gli strali di Cupido e fortemente innamorato della bella Eraclina, figlia del re Tirendo, la ottenne in isposa.
Re Carlo e Galerana, beati per la nascita d'un erede al trono, bandirono grandi feste.
Or mentre tutta l'Europa disponevasi alla gioia per s fausto evento, l'Asia squillando la tromba e riunendosi sotto lo stendardo del terribile Gradasso, dovea far cambiare il riso in pianto e la gioia in sempiterno lutto.
Ci sar oggetto della seconda parte di questa storia.
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PARTE SECONDA.
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CAPITOLO PRIMO.
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Preparativi per una giostra a Parigi, onde solennizzare la nascita d'un figlio di Carlo. - Gradasso mette in campo un esercito ai danni di Carlo. - Angelica si presenta alla Corte di Francia e innamora tutti i paladini. - Fuga di essa e di Argalia. - Astolfo s'impossessa della lancia incantata.
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L'imperatore Carlo, onde solennizzare la nascita del figlio, principe Adamaro, fra molte altre feste, band una giostra alla quale poteva prender parte chiunque volesse, purch munito di arme e cavallo. Non mancarono di venire fino anche i pi infimi castellani e molti signori di Pagania fu cui Grandonio e Ferra.
Or mentre Parigi mostrava il pi gran brio per la folla di tanti principi e baroni, il superbo Gradasso, sposo di Rosetta di Russia, il pi potente signore dell'Asia, salito in gran fama per il suo valore, cavalcava alla volta del bosco di Sibilla per vincere l'incanto fatto da quella maga e guadagnarsi la preziosa armatura, che un tempo era stata indossata dal terribile Sansone.
Tale armatura era nel parco d'un castello, appesa ad un grosso abeto, che doveva esser tagliato di netto, ed il castello era costudito da quattro orribili giganti.
Gradasso, dopo fiera zuffa, uccise i giganti, e con un vigoroso colpo recise l'abeto; e mentre al colmo della gioia stendeva la mano per prendere l'armatura, la maga Sibilla, irata, grid:
- Superbo, credi forse aver fatto gran cosa a superare s debole incanto? Nulla ti varr codesta armatura, se non acquisterai anche la famosa Durlindana che possiede Orlando ed il celebre Bajardo del prode Rinaldo.
- Ti ringrazio - rispose Gradasso - e ti giuro di acquistare con poca fatica la spada e il cavallo che hai nominati.
Giunto alla sua Corte, fece riunire dai principi a lui sottoposti quanta gente potevano mettere in campo, e dopo pochi giorni, con un numeroso esercito, si mosse alla volta di Parigi, non tanto con l'idea di conquistare la Francia, quanto per combattere contro Rinaldo e Orlando e giungere al possesso di ci che bramava.
Era la vigilia del giorno dedicato al torneo, e Carlo sedeva a mensa, attorniato da moltissimi invitati, allorch giunsero nella sala quattro terribili giganti, che scortavano una donzella e un cavaliero.
La bellezza di quella fanciulla era tale, che labbro umano non potrebbe descriverla, n pittore sarebbe tan- to ardito da ritrarne il sembiante.
La bella Alda, Clarice e le altre vezzose damigelle che sedevano a mensa, furono tutte ecclissate da quel fulgido sole.
Ferra, Orlando, Rinaldo, Astolfo e tutti i paladini furono colpiti dallo strale di Cupido, e ciascuno faceva a gara per attirarsi uno sguardo di quella bellissima creatura.
Essa, giunta alla presenza del magno duce, con una voce d'angelo disse esser venuta a lui per ottenere il permesso che suo fratello, il giovane che l'accompagnava, potesse battersi a singolar tenzone coi paladini, non in giostra, ma in un recinto fuori di citt, e a condizione che il primo che scavalcasse suo fratello ne avrebbe in dono s stessa, e i paladini scavalcati dovessero restare prigioni.
Carlo, non meno degli altri invaghito della bella vergine, tutto le concesse, e allora Angelica, che tale chiamavasi la fanciulla, preso commiato, part.
Malagigi, sospettando che in quella belt dovesse occultarsi qualche inganno, interrog un sapiente spirito a lui soggetto, e questo gli rispose:
- Sappi, maestro, che Angelica e suo fratello Argalia sono figli del forte re Galafrone, un altro Galafrone, non il padre di Galerana, nemico dei Cristiani e che tiene il comando di tutto il Cattai. Argalia, disarmando una statua che da tre secoli circa stavasi eretta in un sotterraneo, ottenne una lancia cotanto virtuosa, che appena tocca il cavaliero nemico, lo getta a terra; possiede per di pi un anello che il bravo Atlante aveva messo nel dito alla statua e che ha tanta virt da vincere ogni incanto e da rendere invisibile colui che lo tiene in bocca. Ora Galafrone ha spedito il figlio in compagnia della sorella, per far prigioni tutti i paladini e farseli condurre nel suo regno.
Il bravo negromante, istruito dell'inganno, si propose di andare a trovare Angelica e ucciderla. Ma giunto ad essa e mirata quella celeste belt, da nemico mortale si cambi in amante appassionato, e dimenticando esser ella in possesso dell'anello che distruggeva ogni incanto, corse per abbracciare la divina fanciulla.
Costei per si pose a chiamare ajuto, ed il fratello, che stava poco discosto, giunse prima che il negromante, per mezzo dell'arte sua, potesse sfuggire, e legatolo strettamente, gli tolse il libro della magia e lettovi alcune righe comand agli spiriti di portare Malagigi al Cattai dal re Galafrone, acciocch lo facesse chiudere in una oscura grotta, cosa che immantinente fu fatta.
Mentre Malagigi piangeva la sventura per la imprudenza commessa, in Parigi i paladini, innamorati tutti di Angelica, si questionavano per chi dovesse essere il primo a combattere con Argalia e guadagnare il tanto desiderato premio. Carlo mise fine ad ogni contesa coll'assegnare a ciascuno il proprio posto.
Astolfo fu il primo, ma tocco appena dalla lancia incantata cadde in terra e secondo i patti fu fatto prigione.
Si present, secondo, Ferra, sicuro d'ottenere la vittoria, ma come le lance si urtarono, parve quella di Argalia un fulmine, per cui al primo colpo trovossi al suolo. Il valoroso spagnuolo, che mai era stato scavalcato, suppose esservi inganno e pieno d'ira si fe' incontro al nemico con la spada.
Non furono mai veduti nel deserto due leoni tanto accaniti, quanto costoro che senza piet si correvano addosso coi nudi ferri per trarsi la vita.
Angelica vedendo che il fratello, inferiore di forze, sarebbe stato vinto, si pose l'anello incantato in bocca e disparve. Ferra che, durante la battaglia, volgea sovente il ciglio all'amato volto, come si avvide che la bella fanciulla erasi nascosta ai suoi sguardi, corse per trovarla, nel qual tempo Argalia velocemente fugg.
Ferra, accortosi della fuga, si tenne burlato e acceso di furore si pose alla ricerca del vile nemico.
Astolfo che sotto la tenda di Argalia aveva assistito al combattimento, come pot capire che Angelica era sparita e i cavalieri si erano allontanati, profittando del contrattempo, vest la sua armatura, mont sul suo cavallo e vedendo in terra la lancia di Argalia ed ignorandone la virt, la prese con indifferenza e si avvi alla volta di Parigi.
Lungo la via trov Rinaldo il quale, caldo d'amore per Angelica, andava a vedere ci che era avvenuto a Ferra, Saputa la fuga della donzella, punse Bajardo e si diresse per il bosco con la speranza di ritrovarla.
Orlando che pi di tutti ne era innamorato, come giunse Astolfo a Parigi, gli domand l'esito dello scontro e quando di tutto fu minutamente informato, giurando di cercare Angelica per mare e per terra, inforcato Brigliadoro, con esso abbandon la citt.
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CAPITOLO SECONDO.
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Carinda e Ardelio s'incamminano al tempio di Cupido. - Loro incontro con Cladinoro. - Astolfo viene fatto prigione da Carlo. - Rinaldo beve alla fonte dello sdegno, Angelica a quella dell'amore. - Combattimento di Orlando e Ferra per Angolica.
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Or mentre tre valorosi guerrieri pazzi d'amore per Angelica le andavano dietro, Carinda ed Ardelio erano entrati nella navicella ed avevano saputo da una di quelle guidatrici che il cavaliero che vi si trovava, avendo perduto la sua pace per un amore non corrisposto, veniva da essa condotto al tempio di Cupido che, secondo la fama, aveva la virt di far cambiare il cuore dell'oggetto amato.
Ardelio, udendo ci, propose a Carinda di recarsi pur essi a consultare il cieco Iddio, e ringraziando la compagnia, scesi dalla navicella, si avviarono per terra alla volta del tempio di amore.
Cammin facendo s'incontrarono in Guidone Selvaggio che si aggirava in quei boschi, in cerca di colui che aveagli tolto lo scudo. Carinda riconoscendolo, tutta lieta corse ad abbracciarlo e mentre da esso apprende a le notizie della cara madre, apparve Cladinoro che, ravvisando in uno dei tre cavalieri colui con cui poco prima aveva pugnato e vinto, si fe' innanzi a visiera alzata.
Carinda vedendo il suo amante, piena d'immensa gioia gli corse incontro, nel tempo che Guidone, ritrovando in esso il suo nemico, si preparava a far nuova e pi feroce pugna con lui.
La bella guerriera per tutto al fratello raccontando e l'amor suo facendogli palese, fe' cambiare la guerra in pace e Guidone abbracci Cladinoro chiamandolo cognato.
A Parigi intanto avea luogo la giostra, sospesa a causa d'Angelica, e Astolfo con la sua lancia incantata scavalcava tutti i paladini di Corte e gonfio di superbia, disobbedendo ad alcuni ordini emanati da Carlo, veniva fatto da questi arrestare e menato in prigione.
L'innamorato Rinaldo dopo aver passato tutta la notte in cerca del suo bene, si ritrov nel bosco d'Ardenna, ove era una fonte eretta, le cui acque, bevendole, avevano la virt di far dimenticare l'oggetto amato.
Non s tosto il paladino le ebbe gustate, si sent guarire della fiamma che lo distruggeva e da amante di Angelica ne divenne nemico e non sapendo spiegarsi perch si fosse allontanato da Parigi, riprese la via per ritornarvi.
Avea molto cavalcato, quando vinto dalla stanchezza, volle dar riposo all'affannato corpo e sceso da cavallo si assise sulla molle erbetta, presso una limpida sorgente d'acqua. Era questa la fonte dell'amore e mentre Rinaldo dormiva, giunse in quel luogo Angelica molle di sudore e assetata.
La fanciulla mir da prima il nobile e bel volto del paladino e riconosciuto in lui Rinaldo e sapendo per fama quanto era forte e valoroso, rimprover al destino non aver condotto esso a pugnare col fratello in luogo di Ferra, nel qual caso non sarebbe fuggita, ma volentieri avrebbe accettato tal campione per marito.
La sete intanto, ardendole la gola, la condusse a bere alla vicina sorgente, sicch tutta arse d'amorosa fiamma, tanto bello le apparve Rinaldo che le si pose a sedere presso e con un bacio di fuoco appoggi le sue labbra a quelle del dormiente.
A quel contatto il paladino destossi e per aver bevuto alla fonte dello sdegno, la divina fanciulla gli parve un mostro, per cui salito sul suo cavallo si di celermente a fuggire, lasciando l'amante donzella afflitta e dolente per tanto disprezzo.
Orlando cavalcando giunse alla fonte ove Angelica dopo lungo pianto si era addormentata, e sceso da cavallo si di a contemplare da vicino quella splendida bellezza.
Or mentre era tutto assorto in tale contemplazione, giunse Ferra di gran galoppo e mirando colei che amava presso ad uno straniero, voltosi ad Orlando esclam:
- Cavaliero, lascia questa donna che  mia e vanne per la tua strada, che non permetto che altri costudisca tanto tesoro.
A quei detti il conte, acceso tutto di sdegno, vol sul suo cavallo e si fe' contro al pagano.
Non si videro mai urtarsi con tanto impeto due navi agitate dall'onde, con quanto si urtarono i due guerrieri, e facendo il fragore delle armi tremare la foresta, Angelica si dest e mirando i due combattenti, assalita dalla paura fugg.
Ferra, che per il primo si accorse che colei per la quale pugnava era scomparsa, abbass la spada e cos disse ad Orlando:
- Amico, spendiamo indarno il nostro tempo, poich colei che esser dovea il premio della vittoria,  sparita; onde ti prego lasciare la contesa finch non avremo ritrovata la fanciulla.
Acconsent Orlando e mentre insieme uniti si avviavano alla ricerca d'Angelica, apparve un messo, stanco per lungo cammino, che fattosi avanti a Ferra gli disse:
- Sono pi d che io vado in traccia di voi, o signore, per annunziarvi che nelle vostre terre  apparso un esercito guidato da Gradasso che si reca in Francia e tutto volge in rovina, se non siete pronto a portare soccorsi.
Ferra si sent commuovere al periglio della sua patria e differendo ad altro tempo la ricerca della donna amata, si part subito col messo, ed Orlando si pose da solo dietro le traccie d'Angelica.
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CAPITOLO TERZO.
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Carinda, Cladinoro e Guidone combattono contro sei cavalieri. - Rinaldo guida un'armata contro Gradasso e credendo di pugnare con questi, combatte con Draghinazzo, lo insegue fin dentro una nave, dalla quale  trasportato presso un giardino. - Angelica si chiudo nel castello di Albracca. - Orlando beve alla coppa dell'oblio. - Carinda si reca in Siviglia. - Guerra fra l'esercito di Carlo e Gradasso. - Vittoria di Astolfo contro questo ultimo.
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Carinda, Cladinoro e Guidone Selvaggio, felici di trovarsi da amica fortuna riuniti, ne andavano insieme per disastrosi sentieri, allorch giunti in mezzo ad una selva, si avvidero di sei cavalieri che facevano scorta ad una dama che sembrava la loro regina.
Come le due comitive furono vicine, uno dei cavalieri fattosi avanti a Carinda, le disse che si apparecchiasse a fare seco lui guerra, volendo mostrare alla sua regina il proprio valore. Carinda ben volentieri accett, e al primo colpo scavalc lo straniero; allora gli altri, male soffrendo la sconfitta del proprio compagno, assalirono uniti la forte donzella.
Cladinoro, Guidone e Ardelio non permisero che cinque andassero contro uno e corsero in aiuto della loro amica e sorella.
Ne segu una feroce pugna che, bench favorevole ai nostri prodi, per inseguire gli sbandati nemici fu causa che si trovarono di nuovo disuniti.
Ma  tempo di tornare all'imperatore Carlo che avendo saputo che Gradasso con un forte esercito movevasi alla volta di Francia e che Toledo, Aragona e Siviglia erano state cinte d'assedio, pens opporsi a tanta invasione col mandar soccorso alla Spagna.
Deleg per tale impresa Rinaldo, che era tornato a Parigi, il quale riuniti i fratelli e molti paladini, con una armata si diresse alla volta di Spagna.
Quando Gradasso seppe della venuta di Rinaldo, molto ne gio e fattoglisi incontro, e di non altro bramoso che del celebre Bajardo, mand ambasciatori acci stabilissero le seguenti condizioni per lo scontro:
"La sorte della guerra rimettersi a due soli, cio a Gradasso e Rinaldo che combatterebbero in singolar tenzone. Il vinto dovrebbe cedere il proprio cavallo al vincitore, levare gli accampamenti, ritornare alle proprie terre."
Piacque a Rinaldo il patto e fatte inalzare le tende ivi si ritir con tutta la sua gente.
Ma ci conviene adesso seguire Angelica, che pazza d'amore per Rinaldo, fugg alla volta del Cattai, ove giunta si fe' condurre, ad insaputa del proprio padre, alla prigione ove stavasi racchiuso Malagigi, al quale narr l'amor suo per il gran paladino, pregando facesse in modo che s caldo affetto venisse corrisposto.
- Se mi prometti di portar qui Rinaldo - diceva piangendo la bella Angelica - ti restituir il tuo libretto di magia e la perduta libert.
Il negromante tutto promise, e per mezzo della riconquistata arte magica, si fece condurre in breve ora alla tenda di Rinaldo.
Questi in vederlo, tutto lieto corse per abbracciarlo, ma Malagigi respingendolo disse:
- Prima di darti il fraterno amplesso, voglio tu mi prometta, in ricompensa dei molti servigi a te resi, che tu faccia felice una bella fanciulla che per te langue d'amore; essa  Angelica la divina creatura che...
Ma qui si tacque vedendo che Rinaldo, nell'intendere quel nome, era divenuto pallido come la morte.
Quando pot alquanto riaversi rispose:
- Cugino, se si trattasse di dover esporre la vita per voi, pronto mi trovereste al sacrifizio, tutto il mio sangue spargerei per difendervi, ma non mi parlate di colei che aborro tanto, che vorrei togliermi da me stesso la vista piuttosto che rivederla di nuovo.
- Comprendo - soggiunse Malagigi - tu brami la mia morte, mentre s lieve e dolce sarebbe quanto ti richiedo; ma poich con s nera ingratitudine ricompensi il mio affetto, non contare pi su di me e ricordati che sapr vendicarmi.
S dicendo disparve, ed invocati gli spiriti Draghinazzo e Falsetta, fece vestire quest'ultimo da araldo e lo mand alla tenda di Rinaldo per annunziargli che Gradasso trovavasi gi pronto alla tenzone. Fu lieto il paladino e armatosi di tutto punto, cavalcando Bajardo, si diresse col ove dovea farsi lo scontro.
Malagigi intanto faceva avanzare Draghinazzo sotto l'aspetto di Gradasso. Come i due campioni si trovarono di fronte si attacc una terribile zuffa, ma quello scaltro diavolo, fedele agli ordini ricevuti da Malagigi, dopo pochi colpi, volse le spalle fuggendo verso il lido, ove una nave stavasi ancorata.
Rinaldo si pose ad inseguirlo fin dentro alla nave, ove quel demone era entrato, e non si accorse dell'inganno che quando la nave fu lungi da terra pi di sette miglia.
Solo allora si avvide d'essere stato burlato da Malagigi e pianse di rabbia, e pensando che Gradasso avrebbe potuto prenderlo per un vile non presentandosi alla pattuita sfida, volea darsi la morte.
La nave intanto viaggi un giorno ed una notte, e al sorgere del sole approd presso un bello e florido giardino, nel centro del quale trovavasi un magnifico castello.
La fama della bellezza di Angelica aveva fatto il giro del mondo e molti re aspiravano alla sua mano. Agricane, imperatore della Tartaria, pi di un messo aveva spedito a Galafrone per offrire alla di lui figlia la corona imperiale.
Il savio vecchio si di con tutti i mezzi a persuadere Angelica di accettare s vantaggioso partito, ma essa, innamorata di Rinaldo, rifiutava ogni pretendente, per lo che Galafrone fu costretto scusarsi con Agricane, adducendo che la figlia non voleva maritarsi.
Tale rifiuto non piacque all'innamorato monarca, che messo insieme un forte esercito, pens con le armi impadronirsi dell'ostinata donzella, la quale per sfuggire alle insistenze del padre ed al pericolo d'esser fatta prigioniera, di notte tempo lasci il Cattai, ed and a rifugiarsi nel castello d'Albracca.
Agricane temendo che un lungo assedio della citt snervasse le forze del suo esercito, mand messi alle potenze amiche in cerca d'aiuto.
Uno di questi messi s'incontr con Orlando, il quale da esso informato che Angelica trovavasi in Albracca, lieto s'incammin a quella volta, pensando che quando avesse vinta la guerra, la bella fanciulla avrebbe appagate le sue brame.
Viaggiando trovossi presso una fortezza, a guardia della quale stava una donzella che teneva in mano una tazza d'oro.
Il conte, giunto col, fu pregato dalla donzella di bere, secondo l'antica usanza, un poco di liquore della tazza.
Al conte parve ci assai lieve cosa, ma non appena ebbe assaggiato pochi sorsi, sent cambiare ad un tratto il suo cuore, e dimenticando affatto Angelica, offr il suo amore a quella gentile donzella, dalla quale fu condotto dentro il castello.
Nel tempo che Orlando, avvinto dai nuovi lacci di Cupido, stavasi prigioniero d'amore, Cladinoro, diviso dagli amati compagni, prendeva la via della Spagna, e Guidone si dirigeva alla volta di Media per consolare la madre, dandole ragguaglio di tuttoci che aveva veduto e inteso di sua sorella Carinda.
Questa stanca e dolente per le inutili ricerche fatte dell'amato bene, si assise sul margine d'un fiume, e mentre si lamentava con la cruda sorte che l'aveva divisa dal suo Cladinoro, vide l'amica Lucina che a gran fretta veniva alla sua volta.
La figlia di Rinaldo fu contenta di ritrovare la sua cara maga, e stendendo entrambe le braccia, con pari affetto si strinsero al seno.
Carinda non pot celare all'amica le pene del suo cuore, ed essa per consolarla, le disse:
- Sappi che il tuo promesso  libero d'ogni periglio, e ti giuro sar tuo sposo, quando sia giunto il tempo stabilito dal destino. A te adesso incombe recarti da Ardelio che trovasi presso Siviglia e liberare la sua donna come promettesti.
Carinda lieta di sentire che prima o poi sarebbe stata unita al suo amato, assicur la maga che avrebbe eseguito quanto aveva promesso ad Ardelio, e dopo essersi riposata per due giorni presso Lucina, col cuore colmo di gioia se ne part.
Ma lasciamo adesso costei e torniamo a Gradasso, che dopo avere invano aspettato che Rinaldo squillasse la tromba per annunziare che era pronto alla sfida, non vedendo alcuno, mand al campo nemico, ove seppe che Rinaldo era scomparso. Irritato da ci e supponendo che il paladino si fosse recato a Parigi, riunito il suo esercito e fattosi giurare fedelt da parte di tutti gli spagnuoli, fe' marciare la sua gente alla volta di Francia.
Una mattina, mentre re Carlo andava osservando le fortificazioni che si facevano alle mura, si ud il grido che annunziava i nemici gi a vista.
Gradasso, sicuro di trovare in Parigi il fuggente Rinaldo, diede ordine per l'assalto della citt, ma i Francesi che ormai avevano riportato tante vittorie, non aspettarono d'essere assaliti e, fatte aprire le porte, guidati dall'imperatore stesso, con bell'ordine si fecero incontro al nemico.
Grande fu il furore con cui pugnarono i due eserciti, e i cristiani gi sembrava dovessero ottenere la vittoria, quando Gradasso mirando la sua gente in rotta, fattosi armare, sal sulla sua giraffa e parve che il fulmine fosse caduto nell'esercito di Carlo.
Non valeva coraggio alcuno a fronte del terribile pagano: la sua spada quanto incontrava abbatteva, e riempiendo il piano di morti, giunse a porre in fuga la gente cristiana e a far prigioni tutti i paladini, compreso l'imperatore Carlo.
Lo spavento tenne tutta la notte il popolo di Parigi desto e tanta fu la confusione, che Astolfo pot uscire di carcere e confortando quei cittadini, assicur loro che al nuovo giorno farebbe pentire il pagano.
Infatti la mattina dipoi salito sul suo cavallo ed impugnata la famosa lancia d'Argalia, and al campo nemico a sfidare Gradasso dicendogli:
- Se sei gentile e valoroso cavallero, come sembri, voglio che un patto facciamo fra noi, cio che se io giungo a farti toccar terra, siano liberi i prigionieri e tu con l'esercito ritorni alle tue terre, mentre se io resto scavalcato, sarai tu signore di Francia e noi tutti tuoi sudditi. Accett il pagano tale condizione, ma come i lettori immagineranno, al primo urto della lancia incantata fu gettato al suolo, per cui gli convenne, secondo i patti stabiliti, rendere tutti i prigionieri e riunito il suo esercito allontanarsi dalla Francia.
Il fortunato paladino fu da Carlo, in premio di tanto valore, investito della signoria di tutta l'Irlanda.
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CAPITOLO QUARTO.
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Astolfo, Brandimarte e Fiordiligi si recano al castello di Drogantina. - Astolfo va quindi in Albracca. - Rinaldo, pregato da Fiordiligi, corre a salvare i compagni prigionieri nel castello della maga.
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Astolfo, dopo aver reso la pace alla Francia, assicuratosi che i pagani si erano effettivamente allontanati, volse il pensiero a ritrovare l'amato cugino, e preso commiato da Carlo e da tutta la Corte, dopo aver corso la Magonza e attraversata la Russia, si diresse verso il Cattai.
Cavalcando per un bosco, non and guari che raggiunse un cavaliero, il quale avea a fianco una donna di leggiadro volto. Il cavaliero appellavasi Brandimarte e la donna era Fiordiligi sua sposa. Dovendo percorrere la stessa strada, non tardarono a far relazione fra loro.
Una mattina furono avvertiti da Fiordiligi che bisognava prendere altro cammino, perch quello che seguivano conduceva al castello della maga Drogantina che a tutti i cavalieri offriva un vaso pieno di liquore che, bevendolo, faceva dimenticare l'oggetto amato, dando il cuore a quella falsa donna. Colui che rifiutasse di bere e volesse passare con violenza, veniva impedito da molti cavalieri che la dama teneva pronti ai suoi cenni.
Tale notizia invece di sgomentare i due compagni di Fiordiligi, fe' venir loro la brama di togliere quella molestia e malgrado le preghiere della donna, si diressero verso il castello.
Ivi giunti, da Drogantina, con graziosa maniera furono pregati di bere e rifiutandosi essi e volendo uccidere la maga, questa, gettato il vaso, si rifugi nel giardino del castello, inseguita dai due cavalieri. Ivi si trovavano Orlando, Grifone, Aquilante e molti altri che, ammaliati, avevano dedicata la loro vita a quella bella, ma perfida donna, la quale si di a pregare i suoi amanti che la liberassero dagli inseguitori.
Orlando, inforcato Brigliadoro, corse a difendere la maga e non ascoltando Astolfo, che lo esortava a non esser tanto cieco da lasciarsi ingannare da una femmina seduttrice, con ambe le mani men la Durlindana e se il cugino non era lesto a scansarsi, per certo non ritornava pi in Francia, sicch sbalordito per quello strano colpo, volse il cavallo alla fuga.
Brandimarte combattea accanitamente con gli altri cavalieri e si sentiva tutta quella selva rimbombare di fieri colpi. La donna per temendo del suo sposo, si pose a pregarlo che bevesse l'acqua dell'oblio giacch ogni difesa sarebbe inutile contro tanti cavalieri. Brandimarte da prima rifiut, ma quindi assicurato dalla sua sposa che presto ella stessa verrebbe a liberarlo da quell'incanto, bevve l'acqua di Drogantina ed obliando subito la sua donna si pose a godere con gli altri quella falsa bellezza.
Astolfo credendo d'esser seguito dal conte, fugg per quella foresta e tanto corse che una mattina giunse presso il Cattai. Ivi seppe che Agricane, re della Tartaria, per il rifiuto di Angelica d'esser sua moglie, avea mosso guerra a Galafrone e che la donzella trovavasi nel castello di Albracca. Desideroso di farsi campione della sua bella, cavalc a quella volta e fu con onore ricevuto dalla castellana che lo preg si adoprasse in sua difesa.
L'occasione non si fe' lungamente attendere poich Agricane, venuto a cognizione che Angelica trovavasi in Albracca, si condusse col suo esercito ad assediare la cittadella.
Astolfo, malgrado la sua lancia incantata, dopo avere scavalcato molti cavalieri, fu abbattuto e fatto prigione, e la bella fanciulla sarebbe stata certamente preda all'ingorde brame del tartaro imperatore, qualora Sacripante, invaghito anch'esso dei vezzi di costei, non fosse volato con la sua gente in soccorso.
Mentre fra i due eserciti si pugnava accanitamente per begli occhi d'una donzella, Rinaldo, come si disse, era con la nave approdato al lido d'un florido giardino. Senza nemmeno osservare ove si trovava, balzato a terra, fu sua prima cura allontanarsi da quel luogo temendo nuove burle di Malagigi. Cavalcando lungo la marina, gli parve di udire un gemito e dirigendo il passo col, giunse ove un leggiadro volto struggeasi in pianto. Era Fiordiligi in cerca d'un forte guerriero e tanto coraggioso da sfidare e vincere l'incanto in cui stava preso il suo sposo insieme al valoroso Orlando. La storia, dall'afflitta donna narrata a calde lacrime al paladino, lo commosse profondamente, e consolata con belle parole la piangente, promise di portare a compimento quell'impresa e insieme si diressero alla volta del castello di Drogantina.
Camminarono parecchie miglia sinch scorsero da lungi un centauro che velocemente veniva alla lor volta.
Fu appena in tempo il paladino di sguainare la Frusberta, che il mostro gli fu addosso e ghermita la donzella come folgore, s'invol da quel luogo.
Rinaldo lo insegu a gran carriera, ma giunto il centauro presso un fiume vi gett la donna e qual lampo spar.
Rimasto solo il paladino e credendo morta la sua compagna, prese da solo la via di tramontana, deliberato di giungere al castello di Drogantina, liberare Orlando e Brandimarte e punire la maga dell'ingiuria che faceva ai cavalieri.
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CAPITOLO QUINTO.
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Archerolo rapisce Aldabella. - Agolaccio fratello d'Orlando, per salvare Aldabella resta prigioniero di Archerolo. - Angelica fugge da Albracca, distrugge l'incanto di Drogantina e salva i paladini. - Carinda e Cladinoro uccidono Archerolo e liberano Aldabella e tutti i prigionieri. - Rinaldo e Marfisia combattono ai danni di Angelica.
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Il feroce gigante Archerolo, la cui potenza imponeva timore a tutta l'Asia, si era invaghito, per averla vista una sola volta, di Aldabella sposa di Orlando e per fare onta al gran paladino e a re Carlo, un bel giorno lasci il suo castello e si fe' condurre in Brava. Ivi abitava la sposa del conte, poco lieta per le pazzie che questo faceva per Angelica.
Archerolo con quattro dei suoi si chiuse in una casipola da dove Aldabella dovea passare, per fare la solita passeggiata e giunto il momento favorevole la rap e la condusse alla marina, ove una nave stava ad attenderlo.
Le grida della poveretta fecero accorrere i cavalieri e le dame addette alla sua persona, ma troppo tardi, che il rapitore erasi gi molto allontanato.
Una nave fu allestita per inseguire il gigante che fu raggiunto presso il suo castello, ma i miseri cavalieri che erano andati in soccorso della loro signora, furono tutti uccisi da Archerolo e solo Sirvanella, fedele cameriera di Aldabella, pot con la fuga salvarsi da tanto eccidio.
Stavasi mesta e dolente mirando da lungi la prigione della sua padrona, allorch s'incontr in Agolaccio, fratello del conte. Andava costui in cerca del suo germano e non appena vide la donna, tosto la riconobbe e la interrog del perch trovavasi cos lungi da Brava e se Orlando fosse tornato a Corte. Sirvanella piangendo raccont la triste sorte toccata alla sua padrona e come trovavasi chiusa nel castello del gigante.
Agolaccio non potea credere a tale annunzio, ma, persuaso dalla donna, giur vendicare l'affronto fatto al fratello con la morte dell'infame rapitore, e seguito dalla donzella prese la via del castello.
L giunto, sfid il fiero gigante, e dopo lunga pugna era per averne vittoria, allorch quel traditore, facendo un segno alla sua gente, si fece aprire il castello ove entr celermente seguito da Agolaccio, che non pratico del luogo, cadde in un trabocchetto e non potendo pi difendersi fu disarmato da quei villani e condotto in una prigione.
Sirvanella non vedendo pi ritornare il paladino, compresa di dolore e piangente se ne part per ritrovare il conte.
Ma prima di terminare il racconto delle sventure di Aldabella, ci conviene tornare in Albracca ove Agricane pugnava con Sacripante per la conquista d'Angelica.
Quest'ultimo in pi parti ferito e perduti i migliori cavalieri dell'esercito, si ritir nel castello che, per essere sprovvisto di vettovaglie, poteva fare breve e non valida difesa.
Angelica, vedendo inutile omai ogni speranza di salvezza, decise essa stessa fuggire dalla cittadella in cerca di ajuto, e Sacripante, che in nulla voleva contraddire la sua dama, sebbene a malincuore, accondiscese.
Cos stabilito, la donzella usci dalla fortezza e col favore dell'anello incantato pot sottrarsi a varii pericoli che la minacciarono, come udremo nel seguito di questa storia.
Fiordiligi, gettata nel fiume dal centauro, fu salva per miracolo da un vecchio che, traendola per i capelli sulla sponda, la port dentro un suo castello ove tenea molte donne prigioniere.
Era quel vecchio padrone delle terre circostanti, che possedea a patto di pagare in tributo cento giovani femmine al re Poliferno e impiegava la sua vita a rubare donzelle.
Angelica dopo avere camminato per varie miglia, giunse al castello del vecchio e invitata da esso a riposarsi, fu introdotta e rinchiusa insieme a Fiordiligi, da cui seppe che nel forte di Drogantina trovavasi il conte di Braga unitamente a Brandimarte. La derelitta sposa le narr le sue disgrazie, ed Angelica, confortandola, promise salvare i due paladini dall'incanto, e valendosi dell'anello, che la rendea invisibile, nel momento in cui si apriva la prigione per recare da mangiare alle misere, usc fuori, si port al castello della maga ed ivi introdottasi, sempre per mezzo dell'anello, distrusse l'incanto, liber da ignobili amori Orlando, Brandimarte e tutti i cavalieri, i quali ringraziandola e riconoscendo in lei la loro salvezza, promisero difenderla dal feroce Agricane.
Angelica, sicura omai che valorosi paladini presto sarebbero giunti in difesa del suo castello, non vista da alcuno, vi ritorn, per potere degnamente ricevere i suoi difensori.
Mentre costoro si incamminavano alla volta di Albracca, Galafrone, padre di Angelica, avendo potuto finalmente riunire un forte esercito, correva in soccorso della figlia.
Il suo esercito era diviso in due schiere: egli comandava la prima, e la seconda era condotta dall'imperatrice di tutta la Persia, Marfisia, figlia del prode Ruggiero di Risa. Essa aveva fatto giuramento di togliere dal mondo tre alti personaggi: cio Gradasso, signore di Siricania, Agricane di Tartaria e Carlo Magno, re di Francia.
Marfisia era dunque la pi selvaggia creatura del mondo, tanto che il solo nome destava paura.
Agricane non si perd d'animo, quantunque comprendesse la forza dei nemici che venivano ad assalirlo e si prepar a sostenerne l'urto.
Rinaldo, percorrendo valli e monti per giungere al castello di Drogantina, s'incontr nel vecchio, che avea tolto Fiordiligi prigioniera, il quale non supponendo l'immenso valore e il coraggio del paladino, lo invit ad entrar nel suo castello con l'idea di rinchiudervelo e farlo prigione.
Rinaldo accett il cortese invito, ma poich fu dentro e si vide venire addosso una moltitudine di sgherri con funi e catene, tratta la Frusberta, sbaragli quella gentaglia, ed avrebbe ucciso l'infame vecchio se costui vedendo la morte dei suoi, non fosse fuggito in tempo.
Rinaldo, girando omai libero per il castello, trov chiusa in una prigione Fiordiligi, che riconosciuto il suo valoroso difensore, e memore della promessa che le aveva fatta di salvare lo sposo, lo esort a mantenere quanto aveva giurato.
Rinaldo fu lieto di ritrovare in lei la sua guida, e col pensiero fisso di liberaro Orlando e Brandimarte, si rec, insieme alla donna, col ove prima esisteva il forte di Drogantina.
Trovarono una vasta pianura, senza vestigia di abitato, e mentre maravigliati non sapevano a chi attribuire la distruzione dell'incanto, da un cavallero che fuggiva impaurito dal campo di Agricane, seppero che Orlando trovavasi l e che unitamente ad un altro valoroso guerriero metteva il terrore e lo scompiglio in tutto l'esercito nemico.
Rinaldo con la certezza di trovare l'amico, e Fiordiligi con la speranza di riconoscere nell'altro valoroso lo sposo suo, in fretta si avviarono al campo del tartaro re.
Intanto Archerolo, con lo stesso mezzo traditore usato con tutti, aveva fatto prigioni Oliviero, Uggiero, Dudone, Bradamante e Gandellino che, incontratisi in differenti tempi con l'addolorata Sirvanella, invitati da essa, erano corsi molto volentieri in aiuto della misera sposa di Orlando.
Questi, come gi si  avuta notizia dal fuggente cavaliere, aveva portato lo sgomento fra i nemici di Angelica, e in una fiera pugna con Agricane lo aveva ucciso.
Ma lasciamo costoro e seguiamo la fida ancella di Aldabella, che, addolorata per l'infortunio toccato a tanti cavalieri che avevano presa la difesa della sua padrona, s'incamminava alla volta di Parigi, per informare re Carlo di tanta sventura e chiedere soccorso.
Quando ella giunse alla spiaggia vide venirle incontro un cavaliero. Era la bella Carinda, sempre in cerca del suo Cladinoro e che vedendo la giovane, volle interrogarla se lo avesse veduto.
Sirvanella rispose di no, ma soggiunse che poteva trovarsi prigione di Archerolo, infame gigante che tendeva trabocchetti a tutti coloro che capitavano nel suo castello, come era avvenuto a molti; e qui raccont la storia della sua padrona e come Bradamante, sorella di Rinaldo, per salvarla, fosse caduta in potere del vecchio.
Carinda non ignorando la fama della figlia d'Amone sua zia, risolvette trarla dai ceppi unitamente a tutti gli altri prigionieri, e si avvi insieme a Sirvanella alla dimora del traditore.
L giunta, qual fu la sua sorpresa nel ravvisare in un baldo e franco cavaliere il suo amato bene, il valoroso Cladinoro, che stanco per lungo cammino, si era assiso su la spalletta del ponte che dava accesso al castello. Grande fu la loro gioia nel rivedersi, e poscia che si ebbero narrate scambievolmente tutte le loro avventure, giurarono di non pi dividersi e di uccidere l'infame Archerolo, e saputo qual fosse il costume di quello sciagurato, per trarre in insidia i suoi nemici, stabilirono che uno solo doveva sfidarlo e l'altro tenersi nascosto presso la porta, per impedire al traditore di rientrare nella sua fortezza.
Fiera fu la pugna che Cladinoro fece contro il gigante il quale vedendosi vinto, ricorse al solito stratagemma, ma questa volta fu deluso nelle sue speranze, perch Carinda gli contrast la ritirata e con un fendente alla testa lev dal mondo tale orribile mostro.
Lieve cosa fu per i due prodi porre in fuga la gente del castello che era uscita in difesa del padrone. Aperte le carceri, Aldabella e tutti i suoi compagni trovaronsi liberi e molti ringraziamenti porsero ai loro salvatori.
Carinda si fece conoscere a Bradamante come figlia di Rinaldo, e l'invitta guerriera, perdonando al fallo del fratello, volentieri accolse fra le sue braccia la donzella. Cladinoro lo stesso fece con Gandellino allorch seppe questo esser figlio suo e di Rosetta di Russia, quindi tutti insieme partirono per Parigi, dopo avere appiccato il fuoco al castello.
Col furono ricevuti da Carlo, lieto di veder salva la sua nipote Aldabella. Bradamante present Carinda e Cladinoro al magno imperatore che abbracci tutti con benevolenza e decret feste in loro onore.
Rinaldo che abbiamo lasciato insieme a Fiordiligi diretto all'assedio di Albracca, strada facendo s'incontr con Marfisia che, omai stanca di starsene neghittosa alla sua tenda, accelerava i passi in soccorso di Galafrone. La compagnia era giunta in vista della rocca ove Angelica e suo padre stavano assediati.
Orlando aveva fatta immensa strage di nemici; la morte di Agricane avea affievolito il coraggio di quella gente che fuggiva innanzi al gran paladino, rendendo omai certa la sua vittoria.
Rinaldo stando a mirar la battaglia s'accorse che Orlando pugnava in difesa di Angelica e spinto da odio per quella donna e dimenticando l'amicizia che lo univa al primo paladino di Francia, si mosse contro di esso e impegn fiero combattimento. Marfisia non volle stare inoperosa e si cacci in mezzo alla mischia in ajuto del paladino. Fiordiligi, visto che lo sposo suo con immenso valore combattea, si ritir da una parte aspettando la fine della battaglia.
Re Sacripante ferito stavasi nella rocca bestemmiando tutti gli dei per non poter prender parte alla mischia, a causa delle sue ferite, e confortato dalla bella Angelica, le prometteva che, appena guarito, avrebbe ad essa sacrificata tutta la sua vita.
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CAPITOLO SESTO.
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Re Agramante delibera muover guerra alla Francia. - Brunello ruba l'anello ad Angelica. - Sacripante esce da Albracca in cerca d'ajuto. - Combattimento fra Rinaldo c Orlando. - Astolfo vien rapito da Alcinia. - Combattimento fra Rinaldo e Rodomonte e vittoria dell'esercito cristiano. - Rinaldo beve alla fonte dell'amore.
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Il cortese lettore vorr esserci benevolo se lasciamo nostri eroi combattere sotto Albracca e introduciamo nella nostra storia un nuovo personaggio, il re Agramante, il cui padre era stato ucciso in una guerra contro i Francesi.
Per vendicare la morte del suo genitore, decret di sterminare tutti i cristiani e riunito consiglio fece palese questo suo desiderio, che tutti unanimamente approvarono. Solo il duca di Garamanta fu contrario all'opinione generale, ma vedendo che a nulla valevano le sue esortazioni di pace, rivolto al re cos prese a parlare:
- Giacch disprezzi i miei consigli e lasci il bene per abbracciare il male, ascolta almeno e fai tesoro di queste ultime mie parole. Sappi che sul monte di Carena stassi un giovane il cui valore non ha pari al mondo, il suo nome  Ruggiero. Come il padre egli  tuo congiunto perch fu dato alla luce da Galliacella, sorella del padre tuo, dopo la distruzione di Risa e la morte del suo genitore Ruggiero. Egli  stato allevato dal savio negromante Atlante, nostro buon amico, il quale per timore che il giovanetto gli sfugga, lo tiene costudito sul monte Carena con opera d'incanto. Ora il disfare questo incanto  solo riservato ad un anello che possiede la figlia del re Galafrone, che trovasi al Cattai circondata da nemici. Se, senza Ruggiero pretendi muovere ai danni di Francia, non sperare di riedere vivo al tuo regno.
Qui si tacque e Agramante fiducioso nelle sue parole, diede incarico a Brunello, servo del conte di Fiessa e molto esperto nel rubare, acciocch togliesse l'anello ad Angelica. Infatti recatosi esso di notte tempo in Albracca, pot introdursi nella rocca e togliere alla bella fanciulla dormiente, il tanto desiderato anello.
Destata di soprassalto la donzella e accortasi del furto di s prezioso oggetto, fece inseguire il ladro, ma questi audace e svelto oltre ogni credere, seppe deludere gli inseguitori e fuggire sano e salvo dal castello.
Mentre la figlia di Galafrone piangeva la perdita del suo anello incantato, che la facea sicura da qualunque periglio, arrivarono messi a suo padre, recanti l'infausta novella che un grande esercito era per giungere in difesa del nemico.
A tal nuova Sacripante si perdette d'animo, ma non volendo affliggere l'amata sua donna, pens di spedire ambasciatori a Gradasso suo parente per chiederne ajuto; anzi, poich le sue ferite eransi rimarginate, decise andare egli stesso, per dare una prova alla bella Angelica di quanto interesse prendeva alla sua sorte, e prima che apparisse il giorno trovavasi lungi da Albracca.
Se Agramante tenea consiglio in Biserta per portare la distruzione contro i cristiani, Carlo non stava inoperoso, e saputo che cruda guerra lo minacciava, sped Bradamante a difendere Montalbano in mancanza di Rinaldo; mand messi in cerca di esso perch tornasse a Parigi e incaric il prode Amone di raccogliere tutta la gente atta alle armi e fortificare la citt.
Ma torniamo ora a Rinaldo che abbiamo lasciato in fiera tenzone, contro Orlando.
Orribili furono i colpi che si scagliarono fra loro i due paladini, e il conte men al cugino un gran fendente che gli ruppe lo scudo e l'usbergo. Rinaldo acceso di furore a tal colpo, stringendo la Frusberta con ambe le mani, con tanta forza la cal sull'avversario, che fece volar via tutto il cimiero, e se l'elmo non fosse stato d'Almonte l'avrebbe certamente diviso in due. D'altra parte, Marfisia s'era fatta un monte di morti attorno, e col forte brando allontanava i guerrieri che correvano in difesa d'Orlando.
Fu in questo mentre elle giunsero i messi spediti da Carlo in cerca di Rinaldo, il quale udito il pericolo in cui era per trovarsi la patria sua, fatta tregua con Orlando, lo preg volesse seguirlo in aiuto di suo zio.
Il figlio di Milone, sempre pazzo d'amore per Angelica, non volle lasciarne la difesa, molto pi che nuovi nemici come i lettori gi sanno, si avanzavano alla volta del castello.
Rinaldo allora, non potendo persuadere il cugino, si avvi in soccorso di Carlo unitamente ad Astolfo che, tratto di prigione dopo la morte di Agricane, combatteva in favore della bella Angelica.
Una mattina giunsero in riva al fiume ove videro una bella donzella che si divertiva alla pesca. Era costei la maga Alcinia che subitamente s'invagh di Astolfo e, per trarlo a s, lo invit a salire su d'uno scoglio che trovavasi l presso. Il galante cavaliere non si fece ripetere l'invito; vi mont sopra, insieme alla bella fanciulla, e lo scoglio, presa l'effigie d'una balena, lentamente si mosse dirigendosi in alto mare.
Rinaldo comprese l'inganno, ma non gli fu possibile salvare l'amico, ed al nuovo giorno seguit il suo cammino per la Francia.
Entrando in Brava vide un grande armamento condotto da Ottachier in aiuto di Carlo e seppe essere lo sbarco di Rodomonte che si era mosso ai danni dei cristiani.
Fattosi conoscere da Ottachier n'ebbe da esso il comando dell'esercito e unitamente alla gente che conduceva il re Desiderio, si avvi alla volta del castello di Montalbano.
Salito sopra un poggio, da cui potea dominare il campo nemico, rimase attonito nel mirare infinita gente morta e molte bandiere cristiane cadute a terra.
Avvampando d'ira, disse ai suoi d'avviarsi compatti verso il nemico; e spronato Bajardo, a gran carriera si diresse ove pi terribile era il conflitto.
E qui non star a dire lo replicate prove di valore che egli diede unitamente all'invitta sorella sua Bradamante.
Rodomonte intanto non arrestava i suoi passi, ch anzi viepp inviperito andava mietendo l'esercito dei cristiani. Rinaldo lo vide e spinse il suo cavallo a quella volta.
Le due lancie si vennero ad incontrare e tutto l'esercito rimase attonito mirando i colpi. Il pagano fu il primo a percuotere e credette privar di vita il nemico, ma il principe non avvert il colpo e menando la sua lancia for lo scudo a Rodomonte ed avrebbe per certo passato da parte a parte l'avversario, se l'armatura del superbo, formata di spoglia di serpente grossa pi d'un palmo, non avesse resistito; per il pagano, qual debole torre, cadde al suolo, portato dall'armatura stessa e la terra trem sotto di lui.
Volea finirla il paladino, ma i pagani coprendo con lo scudo il loro signore, non permisero che fosse offeso e gridando disperatamente circondarono Rinaldo, dando tempo a Rodomonte di riporsi in sella.
Intanto si ud giungere dal monte vicino un suono di trombe e tamburi e si vide un grande esercito spiegare le bandiere al vento.
Rodomonte chiese all'avversario, che ancora non conosceva il gran paladino di cui andava in cerca, chi fosse quella gente, e saputo che era l'esercito di Carlo, tutto si fe' lieto sperando trovare col Rinaldo ed Orlando, che voleva far prigionieri e senza attendere altro, si pose a correre verso l'esercito non ascoltando le parole del paladino che diceva:
- Se tu vai cercando Rinaldo non correre, poich  qui presso di te.
Carlo intanto scendeva al piano con Oliviero, Grifone, Aquilante, Gandellino, Cladinoro e Carinda. Orribile strage di pagani fu fatta, ed il valore di Rodomonte non valse ad impedire la rotta e la fuga dei suoi.
Mentre stavasi pensieroso per tanta disfatta e mostrava nel volto quanto fosse pentito d'aver mosso guerra ai Francesi, s'incontr nel bosco con Ferra, il quale fattogli animo lo accompagn alla sua tenda, assicurandolo che lo avrebbe aiutato nell'esterminio dei cristiani.
Ma lasciamo costoro e torniamo a Rinaldo che vistosi sfuggire Rodomonte, giurando presto di ritrovarlo, s'intern nel bosco.
Tanto cavalc il paladino che giunse alla selva di Ardenna, ove stava il fonte di Merlino, le cui acque avevano accesa Angelica d'amore. Rinaldo ignaro della propriet di quelle acque, assetato ne bevve e subitamente, l'odio che nutriva per la bella fanciulla, si converti in s potente amore che, dimentico di tutto, deliber tornare nell'India per trovarla.
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CAPITOLO SETTIMO.
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Ruggiero si reca da Agramante. - Orlando e Angelica lasciano Albracca. - Angelica beve alla fonte dello sdegno. - Combattimento fra Rinaldo e Orlando. - Rinaldo riconosce Carinda per figlia. - Battaglia a Montalbano. - Orlando viene attratto nell'incanto. - Duello fra Rodomonte e Ruggiero. - Questi s'innamora di Bradamante. - Brandimarte, Ruggiero e Gradasso salvano Orlando dall'incanto.
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Brunello, ormai in possesso del virtuoso anello che lo faceva invisibile, e per mezzo del quale, come i lettori gi sanno, ogni arte magica veniva distrutta, si rec al monte ove Atlante tenea chiuso Ruggiero e, sciolto l'incanto, gli fu facil cosa persuadere il giovanetto a seguirto insieme al padre suo adottivo, che non volle abbandonare l'amato figlio.
Agramante accolse Ruggiero con somma gioia e seco lo condusse per passare in rivista il grande esercito col quale volea portar la guerra in Francia. Trovando mancante Rodomonte che, impaziente d'ogni indugio, avea voluto passare in Francia prima del suo signore, mostr di sentirne rincrescimento, ma seguitando la sua rivista le idee tristi passarono e la vanit si fe' viva in lui, vedendo tanta gente sotto la sua giurisdizione.
Orlando unitamente a Brandimarte e Fiordiligi, rientrato nel castello d'Albracca, cos parl ad Angelica:
- Sappiate, mia bella regina, che Parigi minacciata da nemici formidabili, domanda il mio aiuto; per amor vostro ho ricusato di andare, ma la voce del dovere mi chiama col. Sacripante non otterr nulla da Gradasso che desidera portare la guerra in Francia per ottenere Bajardo e la Durlindana. Ora, se a voi piace,  mio parere fuggire di qua, e voi mi seguirete fino a Parigi. Galafrone ne andr al Cattai.
Angelica che avrebbe dati mille imperi per esser presso a Rinaldo, ora che sapeva trovarsi in Francia, mostrossi pronta al volere del conte, e giunta la notte fuggirono dal castello e presero la via di Parigi.
Dopo aver molto cavalcato giunsero alla selva di Ardenna, ove trovavasi la fonte dello sdegno.
Angelica, trovandosi affaticata, discese per bere, e ad ogni sorso d'acqua sentiva l'imagine di Rinaldo dileguarsi dal suo cuore, finch giunse ad odiarlo a morte, onde le gesta, la bellezza ed il valore di lui, che prima tanto avea in pregio, le divennero spregevoli e pentita di avere abbandonato il suo castello pensava farvi ritorno.
Dato fine al riposo ripresero il cammino, e poco lungi videro Rinaldo che, come pi sopra si  detto, avea deliberato recarsi nell'India in cerca d'Angelica.
Fattosi presso e riconosciuta la bella fanciulla, persuaso di esser sempre da essa amato, volle manifestarle il dolore di non avere corrisposto prima a tanto affetto.
Angelica, cui certamente un'ora prima avrebbe fatto felice il paladino, mostrossi irata alle parole di lui.
Orlando che tutto aveva udito, pieno di gelosia alzando la visiera si fe' conoscere al principe e posto mano al brando lo sfid a morte.
Non si videro mai due emuli di Marte tanto accaniti quanto questa volta. Angelica non pot senza paura mirare il combattimento e spaventata si pose a fuggire.
Giunta non molto lontano scontrossi con Oliviero, da Carlo spedito a spiare quei luoghi. Angelica si fe' condurre dall'imperatore e raccontatagli la contesa avvenuta fra i due cugini, Carlo recossi subito sul luogo del combattimento e con le sue preghiere riusc pacificare i combattenti e condurli alle sue tende. Ivi trovavasi Carinda che narrata a Rinaldo tutta la sua storia e quella di sua madre Floriana, fu da questi abbracciata e riconosciuta qual figlia.
Non stette molto Agramante a scendere in Francia con tutto il suo esercito ed il fiore dei cavalieri pagani fra cui primeggiavano per valore Ruggiero e Mandricardo.
Il nuovo sole era appena sorto sull'orizzonte, dopo gli ultimi fatti narrati, allorch Agramante trovossi alle viste del castello di Montalbano. Quella vasta pianura era riserbata ad esser testimone d'una guerra sterminatrice.
Da una parte stavasi Carlo con Orlando, Rinaldo, Cladinoro, Carinda, Bradamante, Gandellino, Brandimarte e molti invitti paladini.
Dall'altra era Agramante con Ruggiero, Mandricardo,
Ferra, Rodomonte, Gradasso ed altri valorosi pagani.
Il suono della tromba annunzi il principio dell'aspra battaglia che fu lunga e mortale; tutto quel piano si tinse di sangue e le acque che vi scorrevano si fecero rosse. Orlando dopo avere ucciso pi di mille armati incontrossi con Ruggiero. Funesto fu l'incontro poich ambedue erano gagliardi. Atlante, che riconobbe nell'avversario del suo protetto il primo paladino di Francia, ebbe molta paura pel giovanetto.
Ma gi i due stavano combattendo da eroi e menando Ruggiero un gran fendente tutto l'elmo e lo scudo tagli al conte e l'avrebbe ferito se la spada non avesse deviato. Costui per invelenito per tanto scorno, men a Ruggiero un colpo tale che fece tremare tutto il campo e perch la Durlindana non volle mostrarsi pi lenta di Balisarda aperse lo scudo al giovinetto e l'elmo gli mand per aria e tagliando usbergo e corazza, gli aperse una larga ferita nel fianco.
Atlante ebbe a svenirsi pel dolore, e volendo salvare il figliuolo dalle mani del conte, form un terribile incanto col quale fece comparire Carlo che veniva condotto prigioniero e malmenato da venti Africani.
Orlando, mirando quella brutta scena, si sent straziare il cuore e come un leone arrabbiato si gett in mezzo a quei demoni, abbandonando l'impresa di Ruggiero.
Ma quella canaglia non lasciavasi raggiungere e fuggendo pel bosco ne port lungi dal campo Orlando.
Ruggiero, che non si vide pi a fronte il conte, ne prov gran cordoglio e si mise a fare strage di cristiani.
Orlando seguendo gli spiriti infernali tanto corse che si trov alla fonte d'Ardenna, ove quelli sparirono; si accorse allora dell'inganno ed era per tornare sui propri passi, allorch ud nel fiume vicino un suono di armoniosi strumenti che invitavano alla danza. Chinandosi sulle acque, vide infinite donzelle che graziosamente danzavano, ed invaghito di ci il paladino, che conobbe esser quello un incanto, si gett tutto armato nel fiume e presto trovossi in un vago giardino, ove dimentic la guerra ed il pericolo in cui restavano i suoi amici e mirando quella delizia, vide a poca distanza un magnifico palazzo che aveva le pareti d'oro.
Col si diresse e fu ricevuto da vaghe danzatrici che con ghirlande di rose lo incoronarono.
Nel campo di battaglia seguitava l'orribile pugna ed ovunque era strage e morte. Gandellino scontrossi con Ruggiero, ma fu da lui abbattuto. La stessa sorte incontrarono Riccardo, Oliviero, Uggiero.
Altrove Mandricardo, Ferra e Gradasso facevano orribile scempio dei cristiani. Pi lungi Cladinoro, Carinda Riccardo, Ricciardetto cercavano arrestare l'irrompente fuga dei cristiani.
Carlo vistosi sopraffatto dallo sterminato numero dei nemici, fece una prudente ritirata seguito dai suoi paladini.
Rinaldo, trasportato dal suo focoso Bajardo, si ritrov in mezzo ad una selva ed in seguito diremo cosa gli avvenne.
Ruggiero, nel ritirarsi alle sue tende, ud un rumore d'armi nel piano e vide due guerrieri che sostenevano fiero combattimento. Erano costoro Bradamante e Rodomonte che tutto quel d avevano pugnato ostinatamente. Posciach Ruggiero comprese che uno di loro era cristiano, avvicinandosi disse:
- Chi di voi adora Cristo, sappia che Carlo  stato sconfitto e fugge ratto alla volta di Parigi.
Bradamante sentendo ci, compresa di dolore, preg Rodomonte por fine al duello e lasciarla seguire l'imperatore, ma il superbo nemico non volle accondiscendere.
Tale atto parve villano a Ruggiero che rivolto a Bradamante esclam:
- Cavaliere, poich costui non conosce gentilezza, vanne a raggiungere il tuo signore e lascia a me la cura di punirlo.
La guerresca fanciulla ringrazi e volse il cavallo per seguire i cristiani, lasciando Rodomonte inviperito per l'atto cortese del giovane.
Fatti pochi passi per, si penti di aver lasciato il cavaliere alle prese col forte e superbo Rodomonte e ritorn sul luogo del combattimento, ove pot accertarsi che il suo campione era ben degno avversario del pagano, poich con un colpo gli fece abbandonare il brando e stordito lo fe' piegare sul collo del cavallo.
Riavutosi, Rodomonte, dov confessare d'essere stato vinto e preso commiato dai due giovani si allontan.
Bradamante allora toltosi l'elmo, scopr il bel volto e l'esser suo pales a Ruggiero, che suggendo amore per gli occhi della fanciulla, con pari cortesia si scopr.
Cupido fu pronto a ferire pure d'amoroso strale il cuore della donzella, la quale con cortesi e delicate domande seppe tutta la storia del giovane e come fosse figlio di Ruggiero di Risa e di Galliacella,
Stando in s dolce estasi, fu inteso uno strepito d'armi; erano guerrieri pagani che venivano verso di loro coi brandi nudi, allo scopo di trucidare i cristiani che seguivano la fuga di Carlo.
Nel tempo che Ruggiero voleva farsi riconoscere come amico, uno di costoro a tradimento colpi alla testa Bradamante, che per essere senza elmo, n'ebbe ampia ferita. Ruggiero a tal vista non pot star saldo e piombato addosso al traditore, menogli tal fendente che in due lo divise, quindi rivoltosi agli altri cominci aspra battaglia.
Intanto Bradamante, fasciatasi alla meglio la ferita, si fe' contro uno dei felloni che impaurito fugg e tanto corse, inseguito dalla fanciulla, finch questa, raggiuntolo, l'empia anima ne mand a Plutone.
Il sopraggiungere della notte fu la salvezza degli altri pagani assaliti da Ruggiero, il quale, addolorato per non trovarsi pi al fianco la sua amata Bradamante, si pose a cercarla per ogni dove. Giunto sul fare dell'alba in mezzo ad un bosco, vide venire alla sua volta due cavalieri bene armati. Erano costoro Gradasso e Mandricardo che andavano in cerca di Orlando per acquistarne l'uno la spada Durlindana, l'altro l'elmo.
Insieme uniti proseguirono la strada finch incontratisi con Brandimarte e Fiordiligi seppero da essi che Orlando trovavasi preso in un incanto mezza lega distante da quel luogo. A tale incanto non potevano recarsi che in numero dispari, per cui, tratto a sorte chi dovesse di loro abbandonare l'impresa, fu estratto Mandricardo che bestemmiando l'avversa fortuna, desolato, fece ritorno al campo di Agramante.
Brandimarte, Ruggero e Gradasso si partirono per liberare il conte.
Fiordiligi fu loro guida. e poich era alquanto addentro nella magia, forn i suoi compagni di corone di fiori da essa scelti e che erano un rimedio all'incanto.
Giunti al luogo e tuffatisi nelle acque, ove prima si era precipitato Orlando, misero in fuga le najadi danzanti e posta una corona sul capo del paladino lo fecero tornare in s, e la fonte, il fiume ed ogni maleficio disparve.
I nostri quattro eroi ringraziavano la bella Fiordiligi per avere distrutto l'incanto, allorch giunse un nano che veduti i quattro cavalieri, esclam:
- Signori, se avete gentile il cuore e chiudete in petto del coraggio, venite ad un'impresa ardua che vi far immortali, giacch si tratta di far vendetta d'una villania usata contro giustizia.
Gradasso desideroso di tale impresa, volto al conte disse:
- Siccome io debbo recarmi altrove,  giusto che sia fornito della tua Durlindana che ho giurato possedere.
- Se facesti tal giuramento, prendila, - disse il conte snudando la spada e ponendosi sulle difese.
La pugna fu terribile; il rumore delle percosse intronava tutta la foresta. Tre ore e pi dur il combattimento finch il nano si pose in mezzo ai due combattenti, pregandoli che differissero ad altro tempo la questione e persuadendoli che meglio era impiegare tanto valore all'impresa cui voleva condurli.
Ruggiero non risparmi la sua eloquenza per porre la pace tra i due e il combattimento fu differito ad altro tempo. Ruggiero e Gradasso seguirono il nano ed in seguito diremo ci che loro avvenne; Orlando e l'amico suo si avviarono verso Parigi, assediata dall'esercito d'Agramante, e vi giunsero in buon punto per porgere valido aiuto a re Carlo ed alla misera citt.
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CAPITOLO OTTAVO.
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Bradamante cade nella grotta di Merlino e da Melissa viene istruita come liberare il suo Ruggiero dall'incanto fatto per esso da Atlanta. - Vince l'incanto, ma viene divisa nuovamente dal suo Ruggiero. - Incontro di Angelica con Rinaldo e con Sacripante. - Sua condanna ad esser divorata da un mostro marino. - Viene liberata da Ruggiero, da cui essa poi s'invola per mezzo dell'anello incantato.
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Ma adesso ci conviene tornare a Bradamante, che lasciammo nel bosco ferita alla testa.
Costei, medicatasi la ferita con delle erbe di cui conosceva l'efficacia, giunse sulla cima di un poggetto e di l si pose a guardare verso la pianura, con la speranza di vedere il suo Ruggiero. Vicino alla donzella stavasi assiso un mesto e piangente cavaliero.
Bradamante, che era d'animo gentile, lo interrog su le cause che lo rendevano addolorato, e quegli, frammischiando le parole a sospiri, cos disse:
- Amavo ed amo una donna di gran bellezza, che mi si affid interamente. Un giorno, che eravamo insieme in un vasto giardino, comparve dall'alto un cavaliere sopra un cavallo alato, che all'improvviso piomb su di noi, rap la mia compagna e volando si allontan.
"Non sto a dire la mia disperazione: gridai, ma non fui udito; pregai, ma invano... Allora, forsennato, mi posi ad inseguirlo, fino a che si and a posare sopra l'alta torre di un castello e lo persi di vista. Stanco, affranto, mi abbandonai su questo sasso, a piangere la mia sventura.
"Non sono due ore che passarono di qui due cavalieri, guidati da un nano, i quali spinti da curiosit, mi fecero la domanda che tu mi hai fatta, e narrai a loro la stessa storia; anzi poich li riconobbi, uno per Gradasso signore di Siricania, l'altro per Ruggiero, che  tanto pregiato nell'esercito di Agramante, li pregai a volermi aiutare nell'impresa, ed essi acconsentirono di buona voglia. Giunti alla fortezza, Gradasso squill la tromba, ed apparve il cavaliere celeste, portante uno scudo coperto con un velo. Dopo fiera pugna, il malvagio, vedendosi sopraffatto, scopri ad un tratto lo scudo, il quale splendendo come un sole, abbagli la vista ai combattenti che caddero al suolo, privi di sensi. Io pure svenni, e quando mi riebbi non vidi pi i due campioni, e pensai fossero stati fatti prigioni dal predatore crudele.
- Fatti cuore - rispose Bradamaute. - Insegnami la strada, poich voglio liberare la tua donna e Ruggiero da tale incanto.
Si posero tosto in cammino, ma fatti pochi passi, la fanciulla non vide l'ingresso d'una profonda caverna che si apriva nel suolo, e vi cadde dentro.
Il suo compagno, per quanti sforzi facesse per salvarla, a nulla riusc, e credendo fosse morta, disperato per tante sventure toccategli, si allontan.
Era quella la grotta di Merlino, cui stava a guardia la maga Melissa che, sapendo l'avvicinarsi di Bradamante, ivi l'avea fatta cadere per darle salutari avvertimenti e farle vincere l'incanto in cui trovavasi preso il suo Ruggiero.
La maga, rialzata la fanciulla, mezza tramortita per la caduta, con essenze balsamiche la fece ritornare in s, la confort, e svelatasi a lei, cos le disse:
- Se vuoi salvare il tuo amante, cammina per tre giorni continui lungo la riviera; alla fine giungerai in un'osteria ove troverai Brunello - e qui le diede tutti i connotati per riconoscerlo. - Egli - soggiunse - porta seco un anello che al Cattai tolse ad Angelica, e questo  di tanto pregio, che rende vano ogni incanto. Allorch ti sarai impossessata del ladrone, privalo subito dell'anello, altrimenti quel tristo, ponendoselo in bocca, s'involerebbe subito al tuo sguardo.
Ci detto condusse Bradamante all'ingresso della grotta e prese da essa commiato.
Tre volte era apparso il sole sull'orizzonte, quando la fanciulla trovossi all'uscio dell'osteria, ove era giunto poco prima Brunello, che essa riconobbe subito.
Nel tempo che l'oste preparava di che cibarsi, si udirono al di fuori molte grida e tutti si fecero all'uscio per saperne la causa.
Andava sopra un bel cavallo alato un cavaliere tutto in armi, che dopo aver rapita una bella fanciulla, cal con essa sulla torre del suo castello.
- Io non posso soffrire - esclam Bradamante - che costui si adopri in si vile ufficio; chi ha cuore mi segua, poich vo' togliere dal mondo uomo s triste.
- Verr io - rispose Brunello - ad indicarti la strada.
E saliti sui loro destrieri, si posero in viaggio.
Giunti in luogo solitario, Bradamante, gettandosi addosso al compagno, prima gli tolse l'anello, poscia lo leg ad un albero, ed ivi, lasciatolo a piangere la sua sventura, s'incammin verso la fortezza, impaziente di liberare il suo Ruggiero.
Al suono di sfida, dato dalla guerriera, ecco Atlante sopra l'Ippogrifo, che cos chiamavasi il suo cavallo alato.
L'incantatore con una mano tenea lo scudo coperto di seta, con l'altra maneggiava la lancia come un giovine guerriero. Attaccossi la zuffa. Bradamante non lasciavasi cogliere dall'avversario, n questo da essa.
Ora mentre ne andava in alto che pareva volesse toccare il cielo, calando poi con gran fracasso, tentava colpire Bradamante che pronta era alla difesa. Due ore dur il combattimento e niuno avea vantaggio, quando Atlante credendo prenderla al laccio scopr lo scudo che per virt dell'anello non avea nessun potere sopra la guerriera, la quale per chiusi gli occhi, lasciossi cadere in terra come tramortita.
Atlante non dubit che fosse avvenuto al nemico come a molti altri e sceso dall'Ippogrifo, lo leg ad un albero e corse alla guerriera la quale saltata in piedi, dopo breve lotta leg il mago con quelle stesse funi che dovean servire per essa.
Volea la donzella ucciderlo ma accortasi della sua vecchiezza n'ebbe compassione, e voltasi ad esso lo interrog perch tanta strage facesse in quelle terre.
- Io sono Atlante - rispose il mago, - l'amore che porto, ad un giovanetto che allevai come mio figlio mi ha fatto sostenere immense fatiche.
"Or che sono tuo prigioniero prenditi quel cavallo e lo scudo e vanne per la tua via, ma non mi chiedere Ruggiero, che per allontanarlo dalla triste fine che l'arte mi ha predetta di lui, l'ho sottratto dal campo di Agramante e non voglio privarmi dell'unico bene che ho al mondo.
- Mal ti si conviene, - rispose la dama - disputare quale dovr essere la fine degli altri, quando non sapesti predire la tua.
"Io sono da te creduto un cavaliere, mentre sono una donna. Del resto non domandare altro; voglio che mi sia dato Ruggiero, e tu mi devi obbedire.
Abbass la fronte quel vecchio, e fattosi condurre ad un sasso che copriva certi vasi chiamati Olle, gli prese e spezzolli. Allora disparve la fortezza, le muraglie e tutto ritorn nel primiero stato. Gradasso, Sacripante e molti altri cavalieri si videro liberi. Ruggiero conobbe la sua Bradamante e corse fra le sue braccia.
Dopo che i due amanti ebbero sfogato la loro allegrezza, Bradamante corse all'Ippogrifo, ma questo non lasciavasi prendere, allora Ruggiero, tolto prima lo scudo si avvicin al cavallo alato che si fece mansueto, ma appena vi fu sopra, quale uccello ne and ratto per aria e vol tanto alto, che il cavaliere non potea pi vedere la terra e, suo malgrado, dov lasciare colei che pi d'ogni altra cosa amava.
Bradamante col cuore infranto per la perdita del suo bene, di libero sfogo al pianto, ed immersa nel dolore si pose a scorrere la pianura.
Angelica, quando il campo dei cristiani aveva patito la sventura di essere vinto e disfatto sotto Montalbano, per la tema di cadere in peggiori guai, era fuggita allo scopo di riedere in patria.
Rinaldo, come si disse, trasportato dal suo focoso destriero tanto si allontan da Montalbano che giunto in mezzo ad una pianura si avvide di Angelica che cavalcando ne veniva alla sua volta. Non conobbe la dama subito Rinaldo, ma poscia che ebbelo ravvisato, tutta pallida e tremante si di alla fuga.
- Aspetta, non fuggire - gridava l'innamorato Rinaldo - lascia che io possa dirti quanto il mio cuore sente per te.
Ma quella non si fermava ed anzi, quanto pi potea, dava di sprone al cavallo. Allorch fu sicura di non essere pi inseguita, fermossi presso un ruscello sulle cui sponde, seduto, stavasi un cavaliero mesto e pensoso.
Era il prode ed innamorato Sacripante che nessun aiuto avendo potuto ottenere per la sua bella tornavasene afflitto al Cattai. Fu lieta Angelica di ritrovare in esso un protettore, e mentre esortavalo a fuggire insieme a lei, per allontanarsi sempre pi da Rinaldo, apparve il paladino che raggiunta la coppia si volse a Sacripante e gli disse:
- Lascia, ladrone, tal nobile fanciulla che non ti appartiene e di cui non sei degno.
- Chi sia il ladrone di noi due - rispose il pagano - questa spada oggi far da giudice.
E s dicendo l'uno e l'altro si assalirono con furore.
Angelica, mirando i due contendere fra loro, si mise a fuggire, finch incontr un mago eremita di natura triste che invaghito delle divine sembianze della fanciulla, pens farla sua e simulando di volerla accompagnare al lido, ove la donzella voleva imbarcarsi per il suo paese, la invit a seguirlo ed ella fiduciosa vi acconsent.
Mentre Sacripante e Rinaldo menavano da valorosi le mani per amore della vezzosa donzella, si accorsero della sua fuga, per cui cessarono di combattere e stabilirono per opposta via andar in cerca di Angelica, lasciando al caso chi di loro dovesse esserne il fortunato possessore.
Angelica intanto, accompagnata dal falso eremita, credeva di avvicinarsi al mare, mentre sempre pi se ne allontanava, poich la sua guida non aveva altra intenzione che condurla in una grotta per ivi disonorarla; ma non avevano fatto molto cammino, quando furono assaliti da dei ladroni che, uccidendo il vecchio, legarono la fanciulla e seco la condussero.
Per conoscere qual sorte attendeva colei che tutto il mondo aveva invaghito  duopo sapere che non lungi di la eravi una terra governata da un barbaro re che talmente in odio avea le donne, che ogni giorno una ne dava a divorare ad una orca marina che trovavasi in quei paraggi; e poich le donne del suo regno erano tutte morte o fuggite, avea mandato quei ladroni in cerca d'altra preda per saziare le ingorde brame dell'orca.
Non  a dire qual fosse il dolore della misera quando seppe essere in balia di uomini cotanto scellerati; ma ogni suo pianto fu vano e da quei manigoldi condotta al lido e legata nuda ad uno scoglio, ivi fu lasciata con pochi alimenti, tanto da vivere fino a che l'orribile mostro non fosse venuto a divorarla.
Ruggiero come si disse, andava per aria portato dall'Ippogrifo e questo lo discese in un bellissimo giardino tutto pieno d'infinite variet di fiori e di frutta, e rallegrato da scorrenti acque e da armoniosi canti d'uccelli rari e preziosi. Mentre, per non perdere la sua strana cavalcatura, volea legare l'Ippogrifo ad un albero, ud una voce lamentosa che diceva:
- Nol fare, che troppo mi recheresti danno.
- Chi sei tu ? - domand meravigliato Ruggiero.
La stessa voce rispose:
- Io sono Astolfo e fui paladino di Francia, cugino di Orlando e di Rinaldo. Un giorno mentre viaggiavo presso il mare fui invitato da una bellissima fanciulla, che altri non era che la maga Alcinia, a salire sopra uno scoglio che prendendo la forma di balena, qua mi condusse. Io amavo la bella maga ed ella me, ma la crudele fu pronta a dimenticarmi per un altro amante e mi convert in un albero, siccome vedi.
Ruggiero, che per fama aveva udito che Astolfo era parente della sua donna, fe' pensiero di liberarlo, e introdottosi nel palazzo d'Alcinia, cerc della maga per ucciderla,
Fu da vezzose ancelle condotto alla presenza della maga. Mostravasi essa ben formata e bella quanto un pittore potrebbe dipingerla; bionda avea la chioma, graziosamente annodata da fili d'oro; le sue guancie apparivano delicate e di color rosa; di terso avorio era la fronte e da due nerissimi occhi uscivano sguardi d'amore da ammaliare il cuore pi insensibile; il labbro avea sottile e vermiglio e la voce cotanto armoniosa che chiunque ascoltavala ne era rapito.
Ruggiero, dimenticando Bradamante e lo scopo per cui si era ivi condotto, donando tutto il suo amore a quella falsa belt, in breve tempo ne divenne riamato amante.
Rest avvinto in tale piacevole incanto vari giorni, finch Melissa la prudente e savia incantatrice, che molto amava Bradamante, interrogato lo spirito a lei soggetto, seppe quanto al cavaliere era accaduto e recatasi dalla sua protetta, si fece da essa consegnare l'anello miracoloso, e con quello, distrutto ogni incanto, liber dall'insano amore Ruggiero e ponendogli in dito l'anello, gli fe' vedere Alcinia vecchia e rugosa quale era.
Astolfo tornato in possesso della sua lancia e con un corno incantato, regalatogli da Alcinia nel tempo dei suoi amori, e al suono del quale tutti erano costretti a fuggire, prese la via di Parigi.
Melissa si pose ad istruire Ruggiero come potesse domare l'Ippogrifo e giunto che fu a rendersene padrone, preso commiato dalla maga, part.
Viaggi notte e giorno in vari paesi e giunse ancora ove Angelica stavasi nuda, legata al masso, aspettando d'esser divorata dal mostro. Ruggiero vedendo la bella donna e sentendosi tocco per essa da piet e da amore, volea interrogarla del come trovavasi col, allorch un gran fracasso si ud dalla parte del mare ed un'orribile orca apparve sulla superficie delle acque e, attratta dall'odore di carne umana, si diresse verso la vittima.
Fu pronto Ruggiero a scagliarsi su di essa, ma come se la pelle fosse stata duro diamante, a nulla valeano i colpi coi quali il gagliardo giovane percuotea la belva.
Pens ridurla alla riva per mezzo d'un tronco d'ancora che l trov a caso e che gett nell'ingorde fauci del mostro; ma ogni sforzo fu inutile. Allora gli venne in mente assonnarla con lo scudo; ma prima and al lido ove se ne stava la donzella, e perch non fosse offesa dall'incanto, le pose in dito il magico anello, quindi scoperto lo scudo lo volse contro l'orca, che non potendo sostenerne la vista, s'immerse nell'acqua e si allontan.
La donzella pallida e tremante si pose a pregare il cavaliere acci la sciogliesse prima che l'animale fosse di ritorno, ci che Ruggiero prontamente fece, indi toltosela in braccio e salito sull'Ippogrifo si rec nel bosco, assai lungi dal mare, con la speranza di godersi s divina belt. Ma Angelica era si gi accorta delle disoneste intenzioni del giovane, e mentre questo spogliavasi delle armi, riconosciuto l'anello essere quello stesso che Brunello le avea tolto, mentre stavasi in Albracca, e sapendone il valore, se lo mise in bocca e tosto s'invol agli sguardi di Ruggiero.
Or come costui restasse dolente nel mirarsi burlato da colei che aveva salvata dalla pi cruda morte, non  da dirsi. Indarno chiam pi volte la traditrice, ma l'eco solo della valle gli rispose, e per maggiore sventura l'Ippogrifo che avea dimenticato legare, preso il volo, s'inalz verso il cielo. Allora pens far ritorno al campo di Agramante, ma non volendo combattere con troppo vantaggio sui nemici, risolse disfarsi del miracoloso scudo e perch nessuno lo possedesse, legatovi un grosso sasso, lo gett in un pozzo.
Angelica, sempre invisibile, entr in una rustica capanna e tolti i panni che pot trovare, di quelli si vest e salita sopra una giumenta fe' pensiero di tornare al patrio tetto.
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CAPITOLO NONO.
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Vittoria dei cristiani. - Incontro di Angelica con Medoro e loro amori. - Orlando diviene pazzo per Angelica. - Nuova orribile pugna fra la gente di Carlo e quella di Agramante. - Rinaldo corre in aiuto dell'imperatore. - Bradamante gelosa di Marfisia si reca nel campo nemico e sfida Ruggiero a singolar tenzone. - Feroce pugna tra Marfisia e Bradamante. - Lo spirito del morto Atlante svela a Marfisia essere sorella di Ruggiero.
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Ma  tempo adesso di tornare a Parigi che abbiamo lasciata assediata da Agramante.
Il prode Rinaldo che andava in cerca di Angelica,
s'incontr nei messi di Carlo, spediti alle diverse Corti per avere aiuto, e commosso nel sentire lo stato infelice della sua patria, risolse recarsi a difenderla rimettendo ad altro momento la ricerca di Angelica.
Giunse al campo nel momento in cui i cristiani, sopraffatti dai nemici, perdevansi di coraggio.
Il valoroso principe si di a rinfrancarli, e spintosi ove pi fervea la mischia, mir il prode Dardinello e contro di lui volse Bajardo. Valida difesa oppose il giovane pagano, ma la Frusberta, tagliandogli lo scudo e l'elmo, privo di vita lo fe' cadere al suolo.
Altrove i paladini facevano prodigi di valore e rincuorati dalla presenza di Rinaldo, avrebbero disfatto il campo nemico, se la notte non fosse venuta a por termine alla strage.
Agramante, confuso nel mirare due terzi del suo esercito distrutto, come meglio pot incoraggi la rimanente oste.
Fra i pagani chi piangeva il fratello, chi l'amico, chi il padre; le donne si strappavano il crine e chiamavano con alte grida i loro sposi perduti. Un silenzio sepolcrale alla fine successe alle grida e ai lamenti, solo interrotto dal sommesso bisbiglio di due individui.
Erano costoro Cloridano e Medoro, che allevati entrambi con Dardinello, potevasi dire che un solo amore regnasse in tutti e tre.
Medoro, giovane di diciotto anni, visto cadere il suo amico e signore sotto i colpi di Rinaldo, non aveva lasciato di piangere tutta la notte, quindi, mosso a piet, deliber di dargli onorata sepoltura, ed insieme al fido suo Cloridano si era introdotto nel campo de' cristiani per cercarne il cadavere.
Spuntava l'aurora quando i due pagani scoprirono il corpo del loro signore, e temendo di esser colti dai nemici, si posero sulle spalle il defunto e cheti cheti presero la via del bosco.
Si erano gi di molto allontanati dal campo, allorch s'incontrarono nel franco Zerbino, che essendosi tutta la notte occupato nel dare la caccia ai pagani, ritornava alle sue tende e vedendo quei due e riconoscendoli per nemici, ordin ai suoi che fossero arrestati. Poca e debole resistenza poterono opporre i miseri, e Medoro allora, inginocchiatosi davanti a Zerbino:
- Non fare, o signore - gli disse - che abbia a perdere la vita senza adempiere a quell'ufficio di piet per il quale mi sono mosso, e se il mio sangue desideri, non mi negare la grazia di farmi seppellire insieme al mio signore.
Il dire di Medoro aveva destato la piet nel prode Zerbino, quando uno dei cavalieri cristiani, senza cuore per tanta fedelt, di un colpo di lancia sul capo a Medoro, che ferito mortalmente cadde al suolo.
Zerbino corse per punire il traditore, e Cloridano, sdegnato per l'atto vile, mise mano alla spada, ma superato dal numero, cadde a fianco dell'amico privo affatto di sensi.
Medoro perdeva gran copia di sangue dall'ampia ferita e sarebbe certamente morto, quando la fortuna mand a quella volta la bella Angelica.
Costei, prima di porsi in cammino per i suoi stati, andava in cerca di Sacripante per farlo sua guida, e mirando il giovane presso a morire, fu tocca da piet e perita nell'arte medica, che aveva studiata in India, compose, con apposite erbe che trov nel bosco, un succo che vers sulla ferita e fattasi ajutare dalla gente di Zerbino, port il giovanetto nella capanna di un pastore che trovavasi l vicino.
Col le assidue cure della fanciulla richiamarono in vita Medoro, che nel mirare il leggiadro sembiante baci pi volte quella mano salvatrice. Angelica sent nascere in cuor suo un dolce sentimento che mai sembravale aver provato. Sanata aveva la ferita altrui, nel tempo che Cupido una pi ampia ne apriva a lei nel petto. Non tard il cieco Dio ad unire quei due esseri e du- rante la loro dimora nella capanna, il bosco fu teatro dei loro amori, ed incisi sugli alberi restarono i due nomi intrecciati, Angelica e Medoro.
Quando si furono annoiati della vita solitaria, Angelica si dispose a partire e condurre lo sposo al Cattai e di quelle terre farlo re; per cui, regalato al villano che li aveva ospitati, un monile di gran valore, avuto da Orlando, insieme a Medoro si pose in viaggio.
Astolfo con la virt del corno si era sottratto a vari pericoli che aveva incontrati sulla sua strada, e aggirandosi per caso nei dintorni, ove una volta ergevasi l'incantato castello di Atlante, trov il cavallo alato che aveva il freno d'oro, giacch il d che era fuggito da Ruggiero era tornato ove credeva trovare l'antico padrone.
L'inglese tutto contento che la fortuna lo avesse fatto incontrare con s nobile bestia, ne prese il freno e cercava a chi affidare il suo bravo cavallo Rabicano, allorch giunse col Bradamante, che per tutto quel d aveva cercato invano il suo Ruggiero. La fanciulla riconoscendo il cugino corse a fargli festa. Poscia che si furono cordialmente salutati, Astolfo preg la donzella che si prendesse quel cavallo, che pochi aveva pari al corso, e donatale anche la lancia incantata, salito sul suo Ippogrifo, volando si allontan.
Bradamante pensando che il suo Ruggiero potesse trovarsi al monastero di Vallombrosa, ma non conoscendone la via, dopo aver molto camminato, si trov a vista di Montalbano. Allora entr dentro la fortezza per salutare la madre e la cognata, e raccomandato il cavallo di Astolfo alle cure d'uno stalliere, affid ad una sua ancella il cavallo Frontino, che il suo amante le avea lasciato per cavalcare l'Ippogrifo e le di incarico di recarsi a Vallombrosa per restituire il cavallo a Ruggiero ed invitarlo ad andare a Montalbano.
La fida ancella, strada facendo, s'incontr con Rodomonte che invaghitosi del cavallo, a lei lo tolse; lasciando la donna piangente.
Orlando, vieppi innamorato della bella Angelica, non potendo pi oltre resistere al desiderio di rivederla, si allontan, in un momento di tregua, dal suo attendamento, finch, in balia dei suoi pensieri, giunse in quel bosco ove Angelica e Medoro avevano inciso sulla scorza degli alberi i loro nomi intrecciati.
Orlando ne conobbe i caratteri, ma non volle credere che la sua donna amasse altro uomo fuori di lui, e pens sotto il nome di Medoro, ella avesse voluto indicare s stesso; ma allorch, entrando nella capanna, lesse sulla parete alcuni scritti in lode di Angelica, il suo cuore fu talmente preso da gelosia, che con la propria spada li distrusse.
I versi dicevano :
"Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
Spelonca opaca e di fredde ombre grata,
Dove la bella Angelica, che nacque
Da Galafron, da molti invano amata,
Spesso nelle mie braccia nuda giacque,
Della comodit che qui m' data,
Io povero Medor ricompensarvi
D'altro non posso che d'ognor lodarvi."
Quando poi dal pastore seppe la storia di Angelica e Medoro, ed ebbe visto il monile che aveva avuto in dono, il conte non dubit pi di essere stato tradito, e invaso da furore si mise a tagliare gli alberi ove scolpiti stavano i nomi dei due felici amanti, e togliendosi l'armatura che attacc ad una quercia e stracciandosi le vesti, si di a correre di qua e di l come forsennato, assalendo viandanti che pacificamente con la famiglia andavano per la loro strada, sradicando le pi robuste piante e le pi feroci belve ponendo in fuga.
Contadini e pastori, abbandonando campi ed armenti, fuggivano dai loro casolari, altri per scampare alle furie del pazzo, salivano sopra i tetti. Ovunque passava era terrore e rovina.
Or nel tempo che Orlando assai si era allontanato dalla capanna ove scritti erano quei versi che lo avevano reso furioso, di l a caso passando Mandricardo e vista attaccata ad un albero, con tutte le armi, la famosa spada del conte, senza nessun timore la tolse e seguit il suo cammino verso il campo di Agramante.
Quivi si festeggiava una vittoria ottenuta sui cristiani, restati soccombenti per la mancanza di Orlando, Bradamante e Rinaldo, che si era messo di nuovo sulle traccia d'Angelica.
La notte fu passata in sollazzi, e gran feste si fecero a Ruggiero, Marfisia, Gradasso, Mandricardo ed altri valorosi a cui si doveva la vittoria. Nessuno pensava che fra breve la fortuna avrebbe abbandonato il loro campo per voltarsi a favore dell'imperatore Carlo, il quale aveva spedito messi in ogni luogo per far ricerca dei suoi pi bravi paladini.
Rinaldo, saputo da un messo la disfatta toccata ai cristiani, lasci di pi oltre cercare Angelica e condottosi in Montalbano, riuniti in fretta i suoi soldati con essi part subito alla volta di Parigi.
Lo accompagnavano tutti i fratelli, eccetto Bradamante che rimase nel castello con la scusa di sentirsi male, ma in realt per ivi attendere il suo Ruggiero.
Giunse Rinaldo alle viste del campo di Agramante mentre tutto era in festa.
Allora traendo la spada disse ai compagni:
- Avanti, amici miei, che noi vogliamo convertire la festa in funerali - e spinse il suo cavallo in mezzo al campo seguito da tutti i suoi.
Nello stesso tempo, Carlo che coi suoi generali stavasi sui forti della citt, riconosciuto Rinaldo e visto lo scompiglio che portava fra i nemici, usc fuori con Guidone, Grifone, Aquilante, Cladinoro, Carinda, Brandimarte ed altri valorosi paladini.
Bello era il vedere come la schiera di Rinaldo, uccidendo e devastando, sembrava formata da tanti demoni e poteasi dire che uno di loro valesse per mille pagani.
Questi, presi all'improvviso, pi non sapeano quello che si dovesse fare, e la maggior parte cadea sotto il ferro del nemico.
Mandricardo fu assalito da Rinaldo, ma a nulla valse la rubata Durlindana, perch il paladino, dopo aspra battaglia, con un fendente lo stese morto al suolo.
Non meno terribile era la zuffa che facea Guidone Selvaggio con Ferra.
Carinda ruppe l'elmo al superbo Gradasso e lo fece piegare sul cavallo. Gandellino scavalc Subrino e l'avrebbe forse ucciso, se Marfisia non correa a salvarlo. Sopraggiunse anche Ruggiero e gi l'armata pagana era per riprendere il sopravvento, quando Malagigi, con arte diabolica, fece comparire un terribile esercito avente l'insegna di Carlo.
Ci atterr l'animo di Agramante che comprese subito come la sua gente non potesse riportare per quel d vittoria sui cristiani, onde dovette ordinare la ritirata. In questa guerra Ruggiero rest ferito e fu trasportato con ogni cura nella tenda dell'imperatore.
Bradamante numerava i d che scorrevano sperando di vedere presto arrivare il suo amato Ruggiero.
La infelice non lasciava passare un'ora senza andare sull'alto del torrione da dove si scorgea molta pianura, e ciascuno dei cavalieri che di l passava era da essa preso per l'amato bene, ma conosciuto l'equivoco, tornava immersa nel proprio dolore.
In tal modo passarono pi giorni, finch un d stando nel bosco, vide da lungi venire un cavaliere che transitava per la via di Parigi; la donzella gli and incontro credendolo il suo Ruggiero, ma giuntagli presso, sebbene si fosse accorta dell'equivoco, pure lo ferm per sapere donde venisse e aver novella dell'oggetto amato.
Il viaggiatore era un cavaliere guascone che avea pugnato sotto Carlo Magno, ma ferito nell'ultima battaglia ritornava per curarsi al proprio paese.
Costui adunque diede piena contezza della sua condizione e di quanto gli era accaduto. Bradamante allora gli chiese notizie di Ruggiero, al che il guascone rispose:
- Sappiate che Ruggiero, nell'ultimo scontro avvenuto sotto le mura di Parigi, riport una grave ferita per cui da pi giorni giace a letto; per una donzella, appellata Marfisia, molto valorosa nelle armi, saputa la disgrazia del giovine ne prov gran cordoglio e recatasi al suo letto mai pi se ne  mossa, sicch lei l'assiste, gli fa compagnia e nel campo si dice che i due giovani siensi giurati fede e che quando Ruggiero sar guarito, si faranno subito le nozze.
Questo racconto fu un fulmine che scoppi nel cuore della donzella, che sentissi mancare; ma fattasi animo e salutato cortesemente il cavaliere, ritorn al castello ove struggendosi per gelosia, maledisse la donna che le aveva rapito l'amore di Ruggiero, e corse tosto alla spada, col pensiero di trovare la sua rivale e fare aspra vendetta.
Armatasi di tutto punto, sal sul cavallo di Astolfo, si mun dell'incantata lancia, di cui ignorava la virt, e senza prender commiato dalla madre e dalla cognata, usc come forsennata da Montalbano.
Giunta nei dintorni del campo di Carlo, trov Fiordiligi, che stava cercando alcune erbe con che sanare una lieve ferita al suo Brandimarte. La donzella allora la preg di recarsi presso Ruggiero a dirgli che un cavaliere lo attendeva fuori del campo e volea provargli con la spada in mano che era un mancatore di fede.
Fiordiligi non manc di fare l'ambasciata, e Ruggiero andava pensando chi fosse colui, allorch il suono di sfida fu udito da Marfisia, la quale bramando superare quell'impresa, senza dir nulla ad alcuno, salt in sella e venne fuori del campo.
Or come Bradamante la vide, la credette un cavaliero e ne chiese il nome; ma come ud esser colei che avevale rapito il suo bene, si sent tanto crescere la gelosia, che senza proferir parola, volse il cavallo, ed abbass la lancia, con intenzione di ucciderla.
L'incontro delle due guerriere fu terribile. Marfisia mir allo scudo di Bradamante e la fece leggermente piegare in arcione, mentre essa invece, appena fu tocca dalla virtuosa lancia, dov lasciare la sella.
Marfisia fu pronta ad alzarsi e traendo il brando volea seguitare la battaglia, allorch comparve Ruggiero pallido e tremante, poich aveva riconosciuto dall'armi l'amato oggetto.
La superba guerriera, non volendo comportare in pace la vergogna che aveva sofferta, cieca di furore, assalt Bradamante, ed un'aspra contesa s'impegn fra le due donne.
Ruggiero voleva dividerle, ma gridava indarno. Queste, serratesi contro l'un l'altra, non potendo adoperare le spade, le gettarono e ricorsero ai pugnali.
Il giovanetto us tutte le sue forze per mettere la pace, e tanto fece che tolse i loro pugnali ma non per questo si arrestarono le combattenti e seguitarono la accanita pugna con le mani, e perch Ruggiero si volle adoprare per divederle, Marfisia si credette ingiuriata e lasciando Bradarnante, riprese la sua spada e si volt contro il giovanetto.
Bradamante, lieta di quella contesa, mont a cavallo e si fece spettatrice.
Ruggiero non volea offendere la regina, e menava di piatto la sua Balisarda, ma Marfisia, cui l'ira rendeva cieca, men un terribile colpo alla testa dell'avversario, e se l'elmo non fosse stato incantato, l'avrebbe diviso in due. Riavutosi il franco giovinetto, tinse le guance di rossore e volendo vendicare tanta ingiuria, e perch la sua Bradamante non lo stimasse s debole da non poter resistere a fronte di una donna, raccolse le sue forze e si pose a ferire senza riguardo. Allora Ruggiero acquist vantaggio sopra Marfisia, e dove la Balisarda cadeva, spezzava ogni armatura.
Il furore era giunto all'estremo, e gi i due valorosi campioni erano per darsi la morte, quando nella foresta si ud un tremuoto, che ai combattenti fece restare le spade in alto, e il loro stupore crebbe, allorch in mezzo alle comparse tenebre, una potente voce fece udire queste parole:
- Non sia pi lite fra voi, ma pace e amore; alla sorella il fratello non deve dar morte. Tu, mio Ruggiero, e tu, Marfisia, vedeste insieme la luce, concepiti dagli stessi genitori. Vostro padre fu Ruggiero di Risa, vostra madre Galliacella figlia dell'imperatore Agolante. Dopo la distruzione di Risa e la morte del valoroso vostro genitore, avvenuta per tradimento di Beltramo suo fratello, Galliacella vi partor in un bosco e poscia mor di dolore. Io vi raccolsi, affidai Marfisia al re di Persia e tenni Ruggiero sotto la mia vigilanza. Atlante  morto, ma il suo spirito stando nelle ombre, aspett il venir vostro per rivelarvi ci. La tua gelosia si converta in amicizia e amore, o Bradamante, poich Marfisia  vera sorella del tuo Ruggiero, e tu, Marfisia, abbraccia Bradamante, perch in Cielo sta scritto che sar tua cognata.
Ci detto le tenebre disparvero e Ruggiero, pieno di gioia, corse ad abbracciare la sorella e questa la futura cognata.
Marfisia, commossa per quanto era avvenuto e sapendosi figlia di cristiani, mostr desiderio di farsi battezzare ed esort il fratello a fare lo stesso. Ruggiero giustamente rispose che ci non poteva far subito, avendo giurata fedelt ad Agramante, ma terminata la guerra avrebbe seguita la religione di Cristo.
Bradamante rest dispiacente per tale risoluzione, ma assicurata dal suo amato che presto si sarebbe fatto verace campione di Carlo, insieme a Marfisia ne andarono al campo dei cristiani, mentre Ruggiero si recava da Agramante.
L'arrivo di Bradamante e di Marfisia fu festeggiato dal magno signore. Tutti bramavano di vedere l'eroina che tanto valore aveva mostrato sul campo, e quando seppero che lasciava la falsa fede e faceasi loro alleata, Carlo colmo di gioia, abbracci l'invitta fanciulla e come figlia la baci in fronte.
Rinaldo, Guidone Selvaggio, Grifone, Aquilante, Agolante, Viviano, Malagigi, Cladinoro, Carinda e tutti i paladini che sul campo avevano esperimentato il valore di Marfisia, si mossero per onorarla.
L'arcivescovo Turpino la battezz con gran pompa e l'imperatore volle che si facesse gran festa in suo onore.
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CAPITOLO DECIMO.
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Astolfo dal cavallo alato vien condotto in paradiso ove ricupera il senno d'Orlando. - Torna in terra e raduna un forte esercito per portar guerra ad Agramante. - Ridona il senno ad Orlando. - Morte di Agramante, di Brandimarte e Gradasso. - Disfatta dell'esercito pagano.
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Astolfo sul cavallo alato aveva corso vari paesi quando, certamente per volere del supremo Dio, l'Ippogrifo, rompendo il freno, con celere volo lo condusse ove Adamo ed Eva ebbero origine. Quivi si ferm ed un venerabile vecchio gli venne incontro; egli avea bianco il crine e la barba, che lunga gli scendea sul petto; il suo nome era Giovanni, colui che aveva scritto l'Evangelo.
- Sii il benvenuto, prode figliuolo - disse il vecchio ad Astolfo. - Sappi che qui ti manda Iddio, acci per tuo mezzo, Carlo si abbia il debito aiuto, mentre, dai pagani minacciato, trovasi in grave pericolo.
"Tu ancor non sai il triste caso accaduto ad Orlando, che da Dio eletto per difendere la fede, della sua virt si valse a pro d'una pagana, e per amor di quella obli l'alta sua missione. Iddio, giustissimo giudice, l'ha punito col togliergli l'intelletto. Tre soli mesi dovr durare il gastigo, ed essendo questi per terminare, Iddio ti ha fatto venire in questo luogo ove non  permesso entrare ai mortali. Seguimi, ed io t'indicher ove trovasi il senno di Orlando.
Astolfo, ai soavi accenti dell'Evangelista, sentissi rapire in un'estasi beata, ed incerto se quanto udiva e mirava fosse un sogno, segu i passi del vecchio.
Era quel luogo privo di ricchezze, ma s bello, che gli sguardi ne restavano abbagliati.
Or passando il fortunato duca per quelle vie, interrog la guida cosa indicassero certe ampolle parte piene, altre vuote affatto e talune dimezzate, che trovavansi disposte in bell'ordine e l'Evangelista, or le une or le altre accennando, diceva:
- Qui troverai tutte le lacrime degli amanti, l'inutile tempo speso in ogni vizio; qua i desideri di cui sempre l'uomo si pasce, laggi son quelle che contengono i vani disegni dai quali la fragile vita  sempre tormentata.
Passando oltre, Astolfo vide ghirlande e lunghi lacci e seppe che erano le adulazioni che i mortali, sotto sembianza di rispetto, fanno ai grandi con speme di mercede.
Fatti altri passi, vide larghi piatti pieni di minestra tutta ammuffita e seppe essere quella l'elemosina che lasciare suole il ricco. Vide pani pieni di potentissimo veleno e gli fu detto essere ci che le femmine danno agli uomini libidinosi.
Altre infinite cose vide e ammir il paladino, finch giunse col ove, entro ampolle di fragile vetro, il senno dei mortali stavasi racchiuso. Sotto ciascuna ampolla era scritto un nome.
Mentre di qua e di l guardava se nel numero vi fosse la sua, tosto la rinvenne perch trovavasi scritto: Senno di Astolfo. Costui la mir e con meraviglia la vide quasi piena, onde supplic l'Apostolo che gli concedesse riprendersi il senno che aveva perduto e postasi l'ampolla al naso, ne odor tutto il contenuto. Presa quindi quella ove si trovava il senno d'Orlando e che era completamente piena, fu dall'Evangelista accompagnato all'ingresso del paradiso ed ivi ritrovato il suo Ippogrifo, con esso discese nella terra dei mortali.
Come pot toccarne il suolo, si diresse nei suoi stati e radunato un forte esercito, ne and con quello alla volta di Biserta, capitale del regno di Agramante, apportando sterminio e lutto in tutte le citt africane per cui passava. I popoli, per non cadere sotto il micidiale ferro nemico, andarono a chiudersi in Biserta, ove speravano aver ajuto dal loro signore che pazzamente turbava l'altrui paese.
Agramante pria di portare la guerra in Francia, avea lasciato al governo del suo regno il re di Sersa e il re di Algazeri; costoro trovandosi sprovvisti di truppe, perch Agramante tutte le avea menate seco, spedirono una nave in Francia per avvertire il pagano imperatore della rovina che lo minacciava.
Turbossi egli a tal nuova, ma desideroso di rimanere nella terra cristiana fino a che non avesse Carlo prigioniero, pens assaltare subito il campo dei cristiani, ponendo in non cale la tregua stabilita e fatto suonare a raccolta, ruppe le barricate ed entr nel campo nemico.
Carlo assalito cos all'improvviso, si credette perduto, ma Bradamante e Marfisia estratti i brandi si misero in mezzo alla gente pagana e ne fecero massacro.
Rinaldo salito in fretta sul suo agile cavallo, entr nella mischia, e gambe, teste e braccia a cento e cento mandava per aria; Cladinoro mise in fuga Ferra, e Carinda contro Agramante ingaggi aspra battaglia.
In Africa, Astolfo avea cinto Biserta d'assedio e gi pensava lasciarvi il suo esercito e recarsi da solo in cerca d'Orlando, allorch egli comparve spoglio d'ogni arme e tutto nudo. Tenea tra le mani un tronco d'albero col quale ponea il campo in fuga.
Astolfo per il rumore e le grida che si faceva, uscito dalla sua tenda riconobbe subito Orlando e con l'aiuto di molti guerrieri corse incontro al matto e circondatolo riesc atterrarlo, non senza che questi facesse prima molte vittime. Come il conte fu strettamente legato e nella impossibilit di muoversi, per ordine di Astolfo fu menato alla riva e tuffato in mare per tre volte; quindi condotto sotto un padiglione, Astolfo gli fe' odorare l'ampolla che tosto si vuot ed immerse in un profondo sonno il paladino.
Quando si fu svegliato, Orlando non era pi pazzo, e vedendosi strettamente avvinto da funi se ne maravigli. Astolfo si prese cura di narrargli tutto l'accaduto e scioltolo, gli fe' giurare di aiutare Carlo, combattere per la fede di Cristo e non abbandonarsi pi a vergognosi amori.
Agramante intanto vedendo ormai che contro i paladini cristiani era vano il combattere, abbandonato da Marfisia e da Ruggiero, che non aveva voluto prender parte all'ultima battaglia per aver egli con tradimento rotta la tregua giurata, temendo una completa disfatta, riunito l'esercito e seguito dai suoi capitani, sal sulle navi per tornare in Biserta.
Brandimarte, la sua fedele Fiordiligi, Dudone e Oliviero, avendo saputo casualmente della pazzia di Orlando, si misero tosto in viaggio per farne ricerca e consegnargli la spada Durlindana che tolto avevano all'ucciso Mandricardo.
Seguendo le traccie lasciate lungo la via dal furore del pazzo paladino, dopo lungo cammino poterono raggiungerlo presso Biserta, proprio quando egli, per mezzo di suo cugino Astolfo, ricuperava la ragione. Fu molto gradito al paladino il trovarsi presso gli amici suoi pi cari, e tutti insieme si misero a studiare il mezzo di entrare in Biserta, prima che alla citt assediata giungessero ajuti. Ma questi erano gi pronti, poich Agramante con Gradasso e altri prodi pagani, seguiti da numerosa schiera, giungevano allora nel porto di Biserta.
Avuta Orlando di ci pronta notizia, corse coi suoi pi fidi incontro al nemico. Non appena i pagani furono discesi dalle navi, si videro tosto assaliti dai valorosi paladini e dalla gente che seco avevano condotto.
Orlando impugnata la Durlindana, a buon tempo giunta, si fe' contro a Gradasso; Brandimarte sfid Agramante e tutti impegnarono orribile zuffa.
Gradasso, riconosciuto il conte, men un terribile colpo con ambe le mani credendo ucciderlo, ma non lo fece muovere neppur di sella. Rispose il paladino con la Durlindana e lo scudo e l'elmo dell'avversario mand al suolo, facendogli una larga ferita al fianco. Agramante, che di ci si avvide, volle volare in suo soccorso, ma la spada di Brandimarte lo raggiunse e morto lo fe' cadere al suolo. Gradasso, sebbene perdesse gran copia di sangue, visto morto il signor suo, le estreme forze riunite, cal un gran fendente sulla testa dell'infelice sposo di Fiordiligi e tagliandogli l'elmo e il cranio, la bell'anima ne fe' uscire dal corpo.
Orlando, come si avvide della morte del suo diletto amico, salito in gran furore, con altro fiero colpo la testa spicc dal busto all'orgoglioso Gradasso, quindi cacciandosi in mezzo ai pagani, fe' di sangue allagare tutta la riviera.
Astolfo, visto l'esercito di Agramante in fuga, lasci che salisse sopra le navi, quindi dato fiato al miracoloso corno tanto vi son, che i miseri pagani, non sapendo come sottrarsi all'orribile squillo, si gettarono in mare ove quasi tutti perirono; volto di poi il cavallo verso la citt, fece atterrare una porta ed entratovi, prima d'essere assalito da quei che vi si trovavano assediati, di di nuovo fiato al corno e costrinse i miseri cittadini a gettarsi dalle mura per non sapere come fuggire a tanto martirio che loro produceva quel suono.
Distrutto in tal modo tutto l'esercito saraceno, il corno per divino volere cess dall'avere tanta virt e l'Ippogrifo, rotto il morso, per incognite regioni prese il volo.
Biserta fu incendiata. e tutti i paladini, dopo aver reso gli ultimi onori al prode Brandimarte e alla sua fedele Fiordiligi, che era morta di cordoglio sul cadavere dello sposo, con prosperi venti fecero ritorno in Francia.
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CAPITOLO DECIMOPRIMO.
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Sponsali fra Cladinoro e Carinda. - Bradamante viene promessa sposa a Leone. - Ruggiero  fatto prigioniero, ma liberato da Leone combatte in sua vece con Bradamante e quindi vuol darsi la morte. - Leone giunge in tempo a salvarlo e gli cede la donna amata. - Nozze di Ruggiero. - Rodomonto sfida Ruggiero e viene da esso ucciso.
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L'imperatore Carlo aveva ricevuto dalla Sicilia la nuova della morte di Agramante e dell'infelice Brandimarte. Ora avvisato dell'arrivo dei vincitori dell'Africa volle riceverli con tutti gli onori e gran trofei fe' costruire ed archi trionfali.
Tutti i paladini si fecero incontro ai valorosi loro compagni che furono condotti nella Corte in mezzo alle acclamazioni del popolo.
Il secondo giorno furono fatti gli sponsali fra Cladinoro e Carinda, e mentre la sera tutti sedevano a geniale banchetto giunse un messo da Costantinopoli che, da parte dell'imperatore d'Oriente, domandava in isposa l'invitta Bradamante per suo figlio Leone. All'insaputa della fanciulla, fu con gioia da Arnone e da Carlo accettato s ricco partito, ma Ruggiero che, fattosi cristiano trovavasi in Parigi, venuto a sapere ci, recossi dall'imperatore con animo di fargli cambiare risoluzione; ma omai egli aveva gi data la parola e fu irremovibile.
Allora l'infelice giovane, con la morte e la disperazione nel cuore, pens di recarsi a sfidare Leone ed ucciderlo e di notte tempo, uscito dalla citt, si avvi alla volta di Costantinopoli.
Bradamante, da Marfisia informata quale sposo aveano deciso darle, e saputa la partenza di Ruggiero, si present a Carlo e risolutamente protest che non avrebbe sposato che colui che a singolar tenzone l'avesse vinta.
Ne furono, dolenti Amone e Carlo, ma non poterono negare alla guerriera fanciulla quanto domandava e si dov mandare ambasciatori a Costantinopoli per informare Leone della volont di Bradamante.
Ruggiero intanto cavalcando notte e d, era giunto presso Belgrado, in luogo ove Leone erasi recato con forte armata per riprendere ai Bulgari alcune citt che gli erano state tolte.
Informato di ci, il paladino attese che i due eserciti venissero alle mani e quando ebbe vista l'armata dei Bulgari sconfitta e morto il loro duce, mont sul suo cavallo e spronandolo, a tutta fretta si pose a riunire i fuggiaschi promettendo loro vittoria, e tanto fece che, con la speme di vincere, li condusse a nuovo assalto.
Non vide mai il mondo tanti uomini estinti quanti ne furono visti quel d, e la Balisarda ovunque percotea faceva strage. Un nipote di Costantino pieno di ardimento corse addosso al figlio di Galliacella, ma breve fu lo scontro, che ferito in mezzo al petto cadde freddo cadavere.
Ma Ruggiero volea altra vittima e lasciando i Bulgari omai vittoriosi si mise in cerca di Leone che era sempre sfuggito al suo ferro.
Dopo lungo cammino sopraggiunse la notte, ed egli fu costretto chieder ricovero in un castello che ospitalmente lo accolse. Ma ohim! che spesse volte l'inganno vince il valore!
Il castello era tenuto da un tributario di Leone che per ingrazionirsi il signor suo, aspett che Ruggiero andasse a dormire e nel colmo del sonno, dalle sue guardie lo fe' arrestare e porre in prigione, mandando messi a Costantino per dargli s grata novella.
Teodora, sorella dell'imperatore, alla quale Ruggiero aveva ucciso il figlio, volle per s il prigioniero per fare aspra vendetta. La cruda vecchia tre d solamente avea interposto alla morte del paladino, nel qual tempo giunse la novella a Leone che chi bramava sposare la figlia di Amone, dovea acquistarla con la lancia.
Fu grande il duolo che ne prov il giovane, poich ben sapea che non poteva superare il valore della donzella, ma conoscendo la virt di Ruggiero disse fra s:
- Se traggo da morte costui me lo far amico, e perch un valoroso eroe non pu avere cuor vile, son sicuro che si terr obbligato a quanto far per lui e non mi negher di pugnare per me con Bradamante.
La notte dunque, scortato da due fidi, si rec nel carcere di Ruggiero e cos gli disse:
- Signore, tu sei nostro nemico, ma il valor tuo ti ha reso a me caro e vengo per salvarti. Guai se mio padre e mia zia venissero a sapere che ti rendo la libert; ma in tal modo facendo, son sicuro di acquistarmi la tua amicizia e il tuo amore.
Ruggiero fu commosso da tanta generosit e se da lontani paesi era venuto per privare il suo rivale di vita, or trovavasi disposto ad impegnare la sua in servizio del liberatore, per cui esclam:
- Signore, questa misera esistenza che voi mi donate, son pronto a impiegarla a vostro vantaggio e prego l'alto creatore che mi dia occasione di provarvi la mia riconoscenza.
Scorsero cinque giorni durante i quali furono fatte assidue ricerche per trovare il fuggitivo, che al sicuro stavasi in una recondita stanza di Leone. Questi, allorch fu certo di poterlo fare uscire dalla citt, abbracciandolo teneramente cosi gli disse:
- Amico mio, quando ti trassi di prigione, invocavi il Cielo acciocch ti fornisse occasione di mostrarmi la tua riconoscenza.
"Sembra che il Cielo ti abbia esaudito. Sappi che io amo Bradamante sorella del gran Rinaldo. Essa sposer colui che potr vincerla in giostra. Io misurando seco lei le mie forze, comprendo che non potr sostenere l'urto della sua spada; tu solo sei quello che potrai starle a fronte, e qualora vorrai ricompensarmi di quanto ho fatto per te, dovresti accettare in mia vece quella battaglia. Questo solo bramo da te e quando mi avrai fatto ottenere colei che desidero, disponi pure del mio impero che son pronto a dividerlo teco.
Ruggiero nel sentire quanto Leone domandava, fu per venir meno dal dolore, ma l'obbligo contratto verso il suo salvatore gli fece pronunziare un s che non avrebbe detto per tutto l'oro del mondo.
Doleasi Bradamante che il suo Ruggiero, a cui il bando doveva esser palese, non fosse tornato per guadagnarla in duello.
- Ahi, lassa - diceva - se l'invidia o la rivalit gli hanno fatto patire qualche sciagura, la sua morte sar la mia; ho giurato di non amare altri che lui, ed ove mi si imponga altro amore volger contro me stessa il brando o col veleno mi trarr la vita.
Cos pensava l'infelice quando giunse la notizia dell'arrivo di Leone.
Questi, chiuso nella tenda, ricordava a Ruggiero la sua promessa.
All'apparire della nuova alba, Ruggiero si tolse dal fianco la Balisarda, perch sapeva che nessuna armatura poteva resistere al fine brando, e ne prese uno meno tagliente a cui tolse la punta; cambi cavallo, e vestito delle armi di Leone e coperto dalla visiera si rec nel torneo.
Ivi trovavasi Carlo e tutti i paladini. Appena dato il segnale del combattimento Bradamante assal Ruggiero credendolo Leone, ma il valoroso us tanta valentia da non lasciarsi ferire e non offendere al tempo stesso la sua diletta.
Struggevasi la guerriera mirando tanto gagliardo nemico e tutte le sue forze adoperava per ferirlo.
Omai era per compiere il tempo assegnato alla durata dello scontro, quando l'eroina si propose fare l'ultimo sforzo e menando di punta e di taglio, non dava tregua a Ruggiero che fu quasi per restar vinto e ben comprese che Bradamante era degna di cingere una corona.
Carlo poscia che vide gi trascorsa l'ora, fe' segno di cessare il combattimento, dichiarando che Bradamante poteva per legge essere sposata da Leone.
Mesta e dolente ritorn la dama alla reggia e Ruggiero col cuore trafitto si condusse all'attendamento di Leone a cui rese la divisa e l'insegna, e con la scusa di essere stanco, senza nemmeno ascoltare i ringraziamenti dell'amico, si ritir nella sua tenda.
Allorch fu giunta la notte, prese la via del bosco con lo scopo di uccidersi, per non sopravvivere a tanto martirio di vedere l'amata sua nelle braccia d'un altro.
Leone per, che era d'animo generoso, non potendo stare lungo tempo senza vedere il suo Ruggiero a cui doveva la recente vittoria, si port da lui e giunse appunto quando il giovanetto, con proposito di uccidersi, si recava nel bosco.
Senza esser visto lo segu, ma quando Ruggiero, giunto nel pi folto della macchia, credendo essere affatto solo, sfoderato il brando, con quello fece atto di trafiggersi, Leone corse a fermargli il braccio e si pose a pregarlo acci gli scoprisse la causa che lo induceva a tal passo disperato.
Allora il paladino, scoppiando in pianto, cosi gli disse:
- Sappi che io son tuo rivale in amore e che abbandonai Parigi per mettere a morte te e il padre tuo. Quando restai prigioniero, tu, magnanimo signore, mi rendesti la libert e mi salvasti da cruda morte. Tanta generosit non poteva produrre in me che sentimenti di amore e riconoscenza. Promisi conquistarti con le armi la donna che ami e che io idolatro; la mia promessa ho mantenuta, lascia adesso che io muoia.
Leone, udito ci, fu compreso di tenerezza per tanta magnanimit, e perch molto affezionato era a Ruggiero, esclam:
- Non sia mai, fratello, che con la tua morte abbia a godermi colei che tu ami pi della tua vita. Sia tua Bradamante, poich pi di me la meriti, e quando Amone non volesse dartela, perch brama ricchezze, io te ne dar tante da farlo contento. Vivi dunque, sii felice e la tua amicizia mi ricompensi del sacrifizio.
Giunti alle tende, Leone fece vestire Ruggiero con la stessa divisa con cui aveva combattuto e lo condusse alla Corte di Carlo.
Quando fu alla presenza dell'imperatore e di tutti i paladini, Leone alz la visiera a Ruggiero, raccont l'accaduto e tutti corsero ad abbracciarlo. Non sto a dire la gioia di Bradamante.
Intanto giunsero messi di Bulgaria che chiesto di Ruggiero, gli dissero:
- Signore, la nostra nazione, per aver trovato in te un difensore della patria, ti ha eletto re, e ti prega venire a prenderti la corona e liberare il regno da barbari oppressori.
Ruggiero, commosso, accett con riconoscenza l'alto onore e promise presto recarsi in Bulgaria.
Beatrice appena seppe che colui che doveva essere suo genero, era stato fatto re, prese ad amarlo e Carlo ordin che si facessero tosto le nozze.
Furono queste compiute con gran feste e cerimonie, e allorch tutti stavano a suntuoso banchetto, videro senza alcun rispetto entrare un cavaliere che voltosi a Ruggiero disse:
- Io sono Rodomonte e ti sfido a battaglia per provarti che sei un traditore, avendo abbandonato Agramante tuo re e rinnegati i tuoi dei.
Ruggiero a quel parlare alzossi subito, e con licenza di Carlo rispose che egli mentiva per la gola ed era pronto a provarglielo con la spada alla mano.
Scesero subito nel torneo, ove si ingaggi fiero combattimento.
Le lance al primo incontro si spezzarono e i cavalli per il terribile urto retrocedettero.
Allora si ricorse alle spade e la Balisarda ben fece il dover suo, ch andava spogliando il nemico di tutte le armi, e una larga ferita gli apr nel fianco.
Rodomonte, per dolore e per rabbia reso furibondo, gettando spada e scudo, si slanci su Ruggiero e abbracciatolo strettamente, dopo lunga lotta, ambedue rotolarono al suolo. Il paladino, superiore in agilit, rest al disopra e appuntando un pugnale alla gola del pagano, gli intim la resa, ma Rodomonte, che della morte non paventava, l'estreme forze che gli restavano us per liberarsi un braccio e con quello armato di pugnale tent ferire il nemico alle spalle, ma come questi si avvide del pericolo, immerse il ferro due e tre volte nella gola del superbo e l'anima di lui orgogliosa mand all'inferno.
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CAPITOLO DECIMOSECONDO.
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Angelica viene da Alcinia chiusa in una grotta. - Gandellino scopre il cadavere d'un re in un bosco e promette a Bellaura vendicarne la morte. - Uccide l'usurpatore Creonte e si innamora di Bellaura.
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Angelica insieme a Medoro andava alla volta del suo regno, assicurando l'amante suo che col avrebbero condotto vita quieta e felice; ma la maga Alcinia, volendo vendicarsi contro la vana donna che avea ricusato andare a marito coi pi prodi del mondo, per darsi poi ad un vile soldato, tendeva insidie all'indiana.
Infatti una bella mattina, quando il sole spuntava dall'oriente, i due felici amanti giunsero ad una fonte di limpidissime acque. Ivi Angelica volle scendere da cavallo e nel tempo che Medoro le porgeva la mano parve loro udire come un gemito. La fanciulla, obliando il poco coraggio del suo cavaliere, volle appressarsi al luogo donde veniva il lamento e scopr l'imboccatura d'una caverna.
L'imprudente, fidandosi della virt del suo anello, volle entrarvi, ma non s tosto si fu inoltrata di pochi passi, che fu da due masnadieri presa e derubata della virtuosa gemma e condotta in una buia e spaziosa stanza. Feroci animali le ruggivano intorno minacciando divorarla.
Cominci a gridare la poveretta chiamando in ajuto il suo Medoro ma non ebbe risposta. Disperata oltremodo di non poter sapere in qual luogo fosse capitata, si mise a girare per l'ampia stanza, ma una viva luce la fece soffermare e la maga Alcinia comparve a lei davanti.
Angelica la preg caldamente di volerla rendere alla libert e al suo Medoro, ma quella cos la interruppe:
- Non so, bugiarda donna, come ardisci domandare merc, quando tu non ne usasti a chi aveva meriti e virt; ora per sei caduta nelle mie mani e non puoi pi avere il valoroso Orlando a difenderti, mentre per causa tua divenne pazzo. Rinaldo pi non ti ama, che ben si  accorto quanto tu sia falsa e bugiarda. Non  pi teco il prode Sacripante, che hai tradito per un vile africano. A vendicare adunque le offese che ricevettero tanti famosi eroi, voglio che tu non esca di qui finch non sei fatta triste e dolente. Priva del tuo Medoro, voglio che tu esperimenti quanta sia la pena di trovarsi lungi dall'oggetto amato.
Ci detto, a gran passi si allontan e disparve. Angelica inclinando la bella testa sul petto, di libero sfogo al pianto.
Medoro poich non vide tornare la diletta sposa, si pose a chiamarla, e disperato e folle cerc l'ingresso della grotta per dove era entrata, ma la grotta era sparita. Due o tre volte torn alla fonte e pensando alla sua sciagura, bagnava gli occhi di lacrime.
Gandellino dopo avere assistito insieme agli altri paladini alle nozze di Bradamante e Ruggiero, part per la Scozia in cerca di avventure ed acquistare fama eguale a quella del padre suo.
Giunse il prode figlio di Cladinoro, verso sera, nella selva di Calidonia e presso una siepe trov un vecchio re ucciso. Volse lo sguardo qua e l per scuoprire gli assassini, ma non pot vedere alcuno. Bramoso per di schiarire il fatto, stabil di attendere il nuovo giorno, e visto, cento passi pi lungi, un grosso pino, sotto quello si pose a dormire.
Gi era inoltrata la notte e la luna spandeva pallidi raggi sopra la terra, quando il cavallo, che il nostro avventuriero aveva lasciato legato ad un albero, nitr. Destossi Gandellino e alzatosi and dove il morto giaceva e pi non lo vide; sent solamente passi e voci che si allontanavano. Non dubit il paladino che gente fosse col giunta e avesse preso l'ucciso re. Salito sul suo cavallo, non gli fu uopo andar molto che, in mezzo alla selva, scoperse un carro dorato seguito da venti cavalieri, uno dei quali faceva da comandante.
Il carro era da tutte le parti coperto, e dall'interno di esso usc come un gemito. Gandellino ascoltando pot intendere queste parole:
- Oh Cielo! E come puoi comportare che tanto re sia ucciso senza farne vendetta?...
Il nostro eroe affrett il cavallo per scoprire ci che conteneva il carro, ma fu dal capo di quella brigata fermato con questi accenti:
- Non scoprire, o cavaliero, ci che non ti  permesso vedere, e non sopporter mai che pi oltre ti muova senza farti prigioniero.
Rise Gandellino a tal favella e rispose che niuno gli vieterebbe di appagare la sua brama. Il capo della scorta allora diede l'allarme ai compagni e tutti si fecero contro al giovane.
Il figlio di Cladinoro, vedendosi assalito, si mise a roteare il brando e in breve tempo uccise quattro avversari, sei ne fer e mise in fuga il restante.
Il carro continuava intanto il suo cammino tirato da sei bellissimi cavalli.
Gandellino rimasto vittorioso, punse il cavallo per raggiungere il carro e fattosi presso, con la mano alz il velo che lo copriva e mir l'estinto re in braccio a due donne piangenti a calde lacrime.
Al lume di luna pot scorgere l'estrema bellezza della pi giovane di loro, e mentre estatico la mirava, la pi vecchia, lasciato il morto, disse:
- Troppa insolenza, o cavaliero; n so comprendere come la mia scorta non pensi a punirti.
- Perch i vostri cavalieri, o signora, non hanno saputo difendervi e sono parte morti, altri fuggiti; uditene ancora il galoppare dei cavalli.
Le lucenti armi, il bello aspetto del cavaliere, la valorosa prova data, fecero credere alle donne esser colui Marte in persona, venuto per vendicare la morte del re; onde passando dallo sdegno alla stima, la vecchia regina cos disse:
- Signore, se cortese siete quanto valoroso, vi prego di seguirmi e nulla vi sar celato.
Gandellino non rispose, ma cavalcando presso al carro non si saziava di mirare il gentile e bel volto della principessa.
Prima che sorgesse il d giunsero nella bella citt di Sant'Andrea, e saliti alla reggia fecero riporre l'estinto monarca dentro un'urna dorata e nelle catacombe del palazzo lo rinchiusero; quindi la regina, volta a Gandellino, cos prese a parlare:
- Sappiate, cavaliere, che il re morto era mio sposo e fu ucciso da suo fratello Creonte per usurparne il regno. Niuno della nostra terra ardisce punire il malvagio, ed io feci deporre l'estinto re nella selva allo scopo di trovare qualcuno che lo vendicasse. Al valoroso che vuole assumersi questo incarico, son pronta a dargli questa mia figlia e farlo erede del regno. Voi, signore, che deste tante prove di valore, difendeteci e vendicate il mio sposo.
Nel tempo che cos parlava la vecchia regina, Bellaura, che cos chiamavasi la giovinetta, fissando i begli occhi cerulei sul paladino, ne scrutava i pensieri.
Gandellino, gi ferito dallo strale di Cupido, rispose:
- Son pronto ad accettare la vostra difesa e giuro che questa spada non lascer impunito il traditore. La sicurezza di difendere l'oppresso raddoppier in me il vigore e l'ardire, e voi non avrete pi a temere l'infame Creonte. Egli prima di questa sera morr e il vostro genitore sar vendicato.
Bellaura, tingendo di rossore le gote, ringrazi il cavaliere, che salutate le dame e salito sul suo destriero, si fe' condurre al padiglione di Creonte e lo sfid a battaglia.
La lancia di Creonte percosse il paladino, che con immenso valore ne sostenne l'urto; ma Creonte alla percossa dovette suo malgrado piegarsi. Le lancie volarono in pezzi. Mai fino allora niuno aveva resistito al valore di quel superbo, e quando si avvide che il nemico lo minacciava con la spada, tutto si accese di furore e bestemmiando i numi, col brando corse per ucciderlo, Gandellino, nel mirare il furore del nemico, adoprando tutte le forze, gli men un colpo a due mani, e la fina spada, scendendo sulla spalla, produsse larga ferita.
Non si perd d'animo il superbo, anzi ruggendo come un leone, si avvent contro il giovanetto, ma Gandellino, che aveva giurato di vincere o morire, con una stoccata nel petto pi di un palmo di ferro gli immerse nel cuore, e l'altera anima mand negli abissi infernali.
Il paladino ferito anche esso in pi parti, ma vincitore, fe' ritorno in citt, alla cui porta stavano ad attenderlo la regina e la figlia con tutta la Corte.
Bellaura dolente per le ferite riportate da Gandellino, lo fece porre in letto, palesando con frequenti sospiri l'amore che aveva saputo ispirarle.
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CAPITOLO DECIMOTERZO.
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Ruggiero, Bradamante e Marfisia si recano in Bulgaria, ma per tradimento di Gano vengono divisi e Ruggiero ucciso. - Sogno e visione di Bradamante. - Sua disperazione per la morte dello sposo, il cui cadavere estrae dal fiume dandogli onorata sepoltura.
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Ruggiero, dopo aver goduto tre giorni d'ineffabile contento, unito alla sua Bradamante, espose a Carlo il pericolo dei Bulgari e il desiderio che avea di soccorrerli.
Carlo approv e gli di licenza d'andare insieme a Bradamante e Marfisia negli stati di cui gli era stata offerta la corona. I tre guerrieri, congedatisi dall'imperatore, si misero in viaggio per giungere al pi presto in Bulgaria.
Gano intanto, che mai aveva dimenticato l'odio che nutriva per la famiglia di Rinaldo, volse l'animo suo malvagio a vendicarsi su Ruggiero e le due guerriere.
Sapeva bene il traditore che era impossibile palesemente cimentarsi con tanto eroe, e solo all'ombra e per tradimento potea raggiungere il suo scopo; onde la notte con i suoi amici e nipoti fe' allestire una nave e arriv a Marsiglia prima che vi giungesse Ruggiero.
Poco lungi dalla citt, situato in un bosco solitario, si trovava il castello di Pontiere, sotto gli ordini del conte Ugolino, amico d'infanzia di Gano e suo degno compagno nelle giovanili dissolutezze. Ad esso il traditore confid il motivo di sua venuta, cio di far morire Ruggiero, Bradamante e Marfisia. Il conte, che per antichi rancori odiava Bradamante, accett di far parte della trama ed insieme si posero a concertare come condurre l'impresa, mentre i tre erano valorosissimi.
Gano cos parl:
- Manderemo nel vicino bosco una donna assai fidata: ella user ogni arte per condurli qui; noi intanto metteremo nel pi folto del bosco alcuni cavalieri che fingeranno recare onta alla donzella. Le due guerriere ne prenderanno certo la difesa inseguendo i nostri che faranno mostra di fuggire; la donna intanto condurr qui Ruggiero e noi lo uccideremo.
Piacque il triste consiglio e fu appostata la donna e spediti venti cavalieri Magonzesi.
Ruggiero lo stesso d giunse a Marsiglia con le sue compagne, e dopo breve riposo prosegu il cammino; a mezzo del giorno giunsero nel bosco, l dove l'abbietta femmina stava nascosta, la quale, udito l'avvicinarsi dei paladini, si mise a piangere e stracciarsi le vesti.
Bradamante premurosa le si accost chiedendole la causa delle sue lacrime, e quella, simulando profondo dolore, rispose:
- La mia sciagura proviene da uno scellerato signore che mi ha rapita contro mia voglia al padre mio e chiusa nella prigione del suo castello, da dove questa notte ho potuto fuggire. Ora per ho saputo che l'infame avendo scoperta la mia fuga, ha mandato cavalieri in cerca di me per farmi uccidere ed io non so come scampare a tanto pericolo.
Ruggiero cred a quanto la donna disse e la confort promettendo difenderla in qualunque circostanza. La traditrice, lieta di ci, si un alla compagnia, ma poca strada avevano fatto quando scoprirono sei cavalieri, che la donna mostr come suoi persecutori. Costoro come videro i tre guerrieri finsero di fuggire e le due dame si posero ad inseguirli, pregando Ruggiero lasciar loro la facile impresa di disperdere quei manigoldi, promettendo d'esser presto di ritorno; ma i Magonzesi le condussero nell'agguato ed ivi si impegn orribile zuffa di due contro venti e da cui le invitte e valorose guerrrere poterono uscire vittoriose.
Mentre Ruggiero aspettava il ritorno delle sue compagne, la donna gli disse:
- Signore, la notte si appressa, qui vicino vi  una fortezza di cui un mio parente tiene il comando; andiamo a passarvi la notte, finch ritornino i vostri amici.
Ruggiero, nulla temendo per s, n per le sue amate, accett l'invito, e giunto al castello, fu ricevuto con molta cortesia ed invitato a lauta cena.
Il lungo viaggio aveva destato al paladino un forte appetito, per cui fece molto onore alle squisite vivande. Dopo cena fu condotto in una bellissima camera, dove un soffice letto lo attendeva.
Ruggiero, di nulla sospettando, ben volentieri si coric; ma i traditori vigilavano e temendo che il paladino, forte e robusto, avrebbe potuto lungamente difendersi, da vili come erano, col cibo gli avevano somministrato il veleno. Questo cominci presto ad agire, e mentre Ruggiero sopraffatto da atroci dolori, chiedeva soccorso, l'infame Gano a pugnalate lo uccise.
Il cadavere del valoroso Ruggiero fu gettato nel fiume ed il suo cavallo, lasciato nel bosco in bala di s stesso, tanto vag che giunse a Montalbano.
Bradamante e Marfisia dopo avere sconfitti i cavalieri nel bosco, tornarono al luogo ove avevano lasciato Ruggiero e non trovandolo, pensarono che si fosse recato a vendicare la donna e lungamente lo attesero. Visto per che non tornava, il sospetto entr nel loro cuore, e dopo inutili ricerche decisero tornare a Parigi, ove speravano ritrovarlo o almeno averne notizie, ma giunte col rimasero deluse, n poterono averne novella. Lo aspettarono indarno due mesi, al termine dei quali giunse un messo da Montalbano che present a Bradamante e a Marfisia il bel cavallo Frontino e disse esser giunto al castello senza il padrone.
Tal cosa insospett e addolor maggiormente le due dame che corsero per molto tempo tutta la Francia e l'Italia per aver novella dell'amato consorte e fratello, ma ogni ricerca riesc infruttuosa. Giunte a Verona, Bradamante fu assalita dai dolori del parto e di alla luce un bel fanciullo che fu chiamato Guidone. In quella citt doverono dimorare fino a che la sposa di Ruggiero non fu in grado di rimettersi in viaggio.
Percorsero ancora molte altre citt e castelli, fino a che stanche e oppresse da immenso dolore, tornarono a Montalbano. Bradamante non sapeva darsi pace e ricusava tutti i conforti dei parenti e amici. Una notte che un poco di sonno era sceso sulle sue palpebre, stanche per lungo pianto, le apparve in sogno Ruggiero che grondante sangue da mille ferite, cos le parl:
- Indarno tu mi cerchi, o cara sposa, io non son pi tra i viventi. Nel castello di Pontiere fui da Gano a tradimento ucciso, ed il mio corpo fu gettato nel fondo del fiume Oreste.
"Una sola consolazione ti resta, o mia adorata, ed  il nostro figlio; abbine cura e allevalo per la patria e per l'imperatore.
Ci detto disparve. Bradamante smarrita e credendo il sogno realt, stese le braccia per trattenere il caro sposo ed un urlo mand dall'affannato petto, ma destandosi completamente, tosto si accorse dell'illusione.
Marfisia che dormiva presso alla sua stanza, corse a quel grido e chiese cosa fosse avvenuto; al che Bradamante tutta convulsa rispose:
- Sorella, Ruggiero  morto; Gano a tradimento lo uccise al castello di Pontiere.
Narr minutamente quanto in sogno aveva udito, e senza frapporre indugio volle armarsi e correre al castello. La cognata non volle abbandonarla in quella impresa ed ambedue giurarono uccidere l'infame Gano e bruciare il castello.
Giunte le due guerriere al fiume Oreste dopo non lieve fatica, riescirono a trarne il cadavere di Ruggiero.
Il dolore di Bradamante fu immenso e mosse a piet coloro che assistevano alla triste scena, ma rasciugando le lacrime e gridando vendetta, si diresse con Marfisia alla volta del castello. Gano per, per tempo avvisato da segrete spie, era gi fuggito verso l'Egitto. In breve ora gli abitanti del castello furono tutti massacrati e questo distrutto dalle fiamme. Sfogata alquanto l'ira, le due donne composero in una ricca bara l'estinto, lo mandarono in Francia e pensando che col si fosse rifugiato l'infame traditore, vi tornarono anche esse; ma ogni ricerca fu vana.
Quando Carlo, Rinaldo e Orlando intesero la triste fine del valoroso, ebbero lacrime di rimpianto e giurarono vendicarne la morte.
La fredda salma di Ruggiero fu posta entro un'urna dorata e sopra un carro condotta nel tempio di S. Dionigi, ove furono fatte con pompa le esequie. Sulla pietra sepolcrale, dal magno imperatore furono fatte incidere in oro queste brevi parole:
Qui giace un eroe.
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CAPITOLO DECIMOQUARTO.
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Angelica ritrova Medoro che viene ucciso da Ferra. - Morte di Sacripante, di Angelica e di Ferra.
...
Terminato il tempo assegnato da Alcinia all'incanto in cui teneva avvinta Angelica, questa si trov libera e corse subito col ove lasciato aveva il suo Medoro.
L'infelice e fedele amante non si era mosso da quel posto e pascendosi di frutta e di erbe, aveva per pi mesi aspettato l'amata sposa.
Caldi e affettuosi furono gli abbracciamenti, ma il destino, che molte volte si fa beffe dell'altrui felicit, fece capitare in quel luogo Ferra che sempre innamorato di Angelica, aveva girato mezzo mondo per trovarla. Il pagano come vide la bella fanciulla fra le braccia di Medoro, rivoltosi al giovane con grande ira esclam:
- Chiunque tu sii, rinunzia a questa donna per la quale ho corso piani e monti e non patisco che altri la possegga. Ella  mia ed io solo la voglio amare.
Medoro allora trasse la spada e sfid lo spagnuolo a mortale tenzone, dicendo:
- Se Macone difende il buon diritto, mi dar forza di punire il tuo orgoglio.
Ferra caldo d'ira, senza portar rispetto alla donna che pregavalo caldamente a non volere ucciderle l'amato sposo, attacc vigorosamente l'africano e con un colpo di spada alla fronte lo gett morto al suolo.
Qual fosse la disperazione d'Angelica nel vedere estinto Medoro  facile pensarlo. Corse ad abbracciarlo e colmando di baci il freddo volto diede in dirottissimo pianto, quindi, furente, raccolta la spada del suo fido volea immergersela nel petto, ma Ferra che stava a mirarla, invidiando l'estinto e troppo amato giovane, giunse in tempo ad opporsi e confortandola come meglio potea e presala in braccio, forzatamente la condusse al cavallo e si part da quel luogo.
Se il lettore ben si ricorda, abbiamo lasciato Sacripante, preso anche esso dai vezzi della bella Angelica, in traccia di lei. Dopo essersi recato al Cattai, per averne notizie, se ne tornava mestamente indietro, allorch incontrossi con Ferra che tenea in braccio la fanciulla, cercando reprimere le grida d'ajuto che la misera di quando in quando gettava. Riconoscere la donna del suo cuore e correre in sua difesa fu un lampo; ma Ferra era forte e gagliardo, incantata avea l'armatura e il desiderio di non perdere la donna amata ne raddoppiava le forze; breve fu la pugna, ma mortale; le spade n'andarono in mille pezzi, ma il pugnale di Ferra, facendosi strada fra le maglie della corazza nemica, trov il petto di Sacripante e penetrando nel cuore, tolse ai viventi l'unico protettore di Angelica.
La infelice perd la speranza di qualunque difesa, e per sottrarsi ai brutali furori del pagano, fe' finta di accondiscendere ai suoi desideri, col patto che prima la conducesse al Cattai dal padre.
Ferra, che tutti i desideri della sua donna far volea paghi, accondiscese e tosto si misero in cammino. Un messo fu innanzi spedito ad avvisare il re Galafrone, che inteso l'arrivo di sua figlia, prepar grandi feste per riceverla.
Ma Angelica non aveva abbandonata l'idea di uccidersi. Giunta alla porta della citt, colto il momento in cui Ferra scendea da cavallo, ghermitogli con destrezza il pugnale, ripetutamente se lo conficc nel cuore e cadde morta al suolo. Galafrone che era venuto incontro alla figlia, non ne raccolse che il cadavere. Ferra inorridito fugg. Pazzo di dolore per la tragica fine dell'amato bene, and alla ventura per pi giorni, finch giunse a Parigi ove seppe che trovavasi Orlando che molto amato avea Angelica.
L'antico odio e gelosia si risvegliarono nel pagano e sped un servo alla Corte per sfidare il paladino. Il conte non fu tardo all'invito e i due primi campioni del mondo trovaronsi di fronte. Eguale era la forza, eguale l'ardire. Ferra teneasi sicuro e combatteva coraggiosamente. Non meno di lui comportavasi Orlando, il quale senza temere la ferocia dell'avversario, tendea a superarne il valore. Ferra menando un gran colpo, sper dar fine alla pugna, ma il figlio di Milone, con un terribile fendente della sua Durlindana, tramort il pagano, e lo avrebbe ucciso se l'armatura non era incantata; ma non a lungo valse l'incanto, ch il paladino replicando i colpi, con uno di questi tagli i lacci dell'elmo, e la spada penetrando nel collo, all'inferno mand l'anima del superbo pagano.
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CAPITOLO DECIMOQUINTO.
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Morte di Bradamante. - Carlo perdona a Gano. - Gandellino sposa Bellaura. - Marfisia sposa Guidone. - Giostra in Gerusalemme per Leandra di cui Rinaldo s'innamora. - Rinaldo ucciso Paraninfo, abbatte vari cavalieri ed  proclamato vincitore della giostra.
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Bradamante non potendo dimenticare il suo Ruggiero n vendicarlo, essendole ignoto il luogo ove erasi rifugiato l'infame Gano, stabili di por fine ai suoi giorni, ed una notte, lasciando la Corte, si rec nel bosco di Ardenna e senza togliere pi cibo, si mise in una grotta a piangere la sventurata sorte dell'amato sposo.
La mattina appresso Marfisia non vedendo la cognata, dubit di qualche sciagura, e abbracciato il nipotino e affidatolo alla moglie del governatore, si mise in cerca di Bradamante.
Dopo aver girato per tre giorni senza resultato alcuno, giunse finalmente in Ardenna e pot scoprire la grotta ove erasi ritirata la infelice sposa di suo fratello. Ma ogni soccorso fu vano; la misera a mala pena pot riconoscere Marfisia, a cui raccomand il figlio, e quindi rese la bell'anima a Dio.
La nostra eroina, abbracciando la fredda salma, non sapeva darsi pace e sparse calde lacrime di cordoglio.
Sfogato il primo impeto di dolore, and in cerca di gente, fe' chiudere il cadavere in un'urna e lo fe' portare a Parigi. La triste notizia preced l'arrivo di Marfisia e allorch giunse nella gran citt, tutti i paladini con a capo il re Carlo, addolorati per tanta perdita, andarono incontro al funebre convoglio. Rinaldo voleva uccidersi sulla salma dell'amata sorella, ma dagli amici fu allontanato e distolto dall'insano proposito. Carlo ebbe il gentile pensiero di riunire in una stessa tomba i due sposi che tanto eransi amati in vita.
Terminato il lutto, e la pace sembrando ornai assicurata in Francia, Rinaldo and al suo castello di Montalbano e Orlando recossi alla sua contea; Guidone Selvaggio innamorato dell'alto valore e del bel sembiante di Marfisia, cercava ogni occasione di trovarsi con l'invitta guerriera, che non disprezzava gli omaggi del gentil cavaliero, e bene spesso lo sceglieva per suo compagno nelle escursioni che faceva negli stati a lei soggetti. Gandellino guarito dalle sue ferite, aveva sposata Bellaura ed ereditato il regno di Scozia. Cladinoro e Carinda trovavansi in Biserta.
Gano sicuro che i principali paladini erano lungi da Parigi, si rec incognito a Marsiglia e di l inizi lungo carteggio con Berta sua moglie e sorella di Carlo, perch gli ottenesse da questi il perdono dei suoi tradimenti.
Berta tanto seppe pregare il re suo fratello, che questi perdon a Gano e lo rimise nel primiero suo rango senza consultare il consiglio dei suoi ministri. Marfisia sdegnata di ci, ma non volendo imbrattare le mani nel sangue d'un traditore, si stabil definitivamente nel suo regno in Persia, di cui divise le cure con Guidone, facendolo suo sposo.
Rinaldo, Orlando e Oliviero venuti a cognizione del perdono elargito dall'imperatore Carlo a suo cognato Gano, mal soffrendo tanta debolezza nel loro re, ma non volendo mettersi in aperta ribellione con esso, decisero abbandonarlo e recarsi in Gerusalemme.
Prima di giungere col vollero cambiare le loro insegne per non esser riconosciuti come cavalieri di Cristo e a tal uopo si internarono in un bosco. Presso quel luogo teneva dimora il savio Malagigi che, dopo le guerre di Agramante, faceva vita di penitenza, e di ritorno dal Santo Sepolcro aveva scelta per stanza una grotta. La fortuna men il buon negromante al posto ove trovavansi i paladini, i quali, riconosciutolo, ebbero per esso infinite carezze e ne riceverono assennati consigli. Fatta ivi breve dimora, sotto la divisa di Egiziani, entrarono in Gerusalemme ove trovarono grandi feste, perch il Soldano aveva bandita una giostra, dando per sposa sua figlia Leandra in premio al vincitore.
I nostri paladini si recarono in un'osteria e dall'oste intesero che la figlia del Soldano era bellissima e che la giostra doveva durare tre d.
Rinaldo inform i compagni di volere anche esso provarsi alla giostra il secondo giorno e guadagnare la donzella; intanto impaziente di vederla, si port al reale palazzo, ove Leandra stando ad un verone, accoglieva i cavalieri che andavano ad inscriversi al torneo.
Il paladino rimase estatico nel mirare s fulgida stella. Pareva che la natura nulla avesse negato a quell'angelica creatura. Le labbra aveva di cinabro, i denti sottili e di bianco avorio, neri gli occhi che tramandavano dolci sguardi. Il collo di cigno si nascondeva alla sua origine sotto un velo che lasciava immaginare le forme ben proporzionate d'un petto degno di Venere. La sua bellezza era tale che le donne Saracene l'appellavano figlia del sole.
- Oh fortunato - gridava ogni guerriero - colui che sar vincitore e potr possederla! ella vale pi di tutto l'impero. Rinaldo rimase lungamente estatico a mirarla e rivolto ai compagni disse sospirando:
-- Io voglio con Leandra accrescere il numero dei paladini di Carlo.
Il d segnato al gran torneo apparve splendido: infiniti cavalieri bene armati, al sorgere del giorno, andavano vagando per la citt, impazienti di venire alle prove.
Il popolo abbigliato a festa, si affrettava per avere i migliori posti.
Due grandi palchi ergevansi a dritta del torneo: nell'uno vi and il Soldano con la figlia, scortata dai grandi dell'impero, nell'altro si posero i giudici.
Il Soldano, quando tutto fu pronto, diede il segnale per cominciare.
Leandra il giorno innanzi aveva veduto un nobile cavaliero chiamato Paraninfo, che per esser bello, gentile e all'apparenza valoroso, divenne il preferito della bella fanciulla.
A sua istanza, fu eletto dal Soldano tenitore della giostra, suscitando in tutti gli altri cavalieri smania gelosa.
Paraninfo adunque sfid chiunque bramava Leandra. Partito che aveva caldo il cuore d'amorosa passione, con grande ardire spron il suo cavallo. Fu nel parlare orgoglioso, ma non pronto alla difesa, per cui in breve tempo scavalcato, dovette ritirarsi. Febo fu il secondo e pur esso venne abbattuto; un gran conte si present per il terzo e and a far compagnia agli altri due.
Leandra andava altera del suo campione, e quando Paraninfo portava lo sguardo al suo palchetto, la damigella, con incantevoli sorrisi, faceva pi superbo quel pagano e Rinaldo che fra gli spettatori tutto mirava, si sentiva struggere dalla gelosia.
Il prode Paraninfo abbatt tutti i pretendenti che si presentarono; il Soldano dimostr la sua soddisfazione per quel valoroso, e quando si appress al palco, il buon monarca gli strinse la destra, assicurandolo che nessun altro avrebbe potuto vincerlo e che poteva fin d'allora reputarsi sposo di Leandra.
Gli strumenti musicali diedero il segno che la giostra era terminata per quel giorno, e la vaga donzella, a fianco del suo campione, se ne torn alla Corte, ove una lauta cena era pronta.
Rinaldo mordendosi le dita pel dispetto, si ritir con i suoi compagni nell'osteria, giurando in cuor suo di abbattere al nuovo d il superbo pagano.
Giunse, sfolgorante di sole, il novello giorno ed all'ora stabilita, Rinaldo diede di sproni a Bajardo e si diresse nella gran piazza ove il popolo stavasi radunato. Nessuno aveva ancora visto un cavaliero stare cos saldo in sella come il principe; giunto presso allo steccato, Bajardo salt, lieve come una piuma, la barriera, e dimostr tanta agilit che fe' impallidire il volto a Paraninfo.
Rinaldo prima dette un amoroso sguardo a Leandra quindi rivolto al giovane pagano, gli disse:
- Amico, abbandona il pensiero di possedere s angelica belt, poich non ne sei degno.
Paraninfo, offeso per tali parole e pieno di rabbia, rispose che con la lancia e non con vani discorsi gli avrebbe provato chi pi degno ne fosse.
Volsero i destrieri per prendere la distanza e misero la lancia in resta.
Leandra seguendo ansiosa i movimenti dei due guerrieri, rossa per l'emozione, sembrava pi bella. Ma ecco che le due lance giungono agli scudi: quella di Paraninfo si ruppe, l'altra for il petto al giovane, e morto lo fece cadere di sella. Il terribile colpo fe' palese il possente braccio del paladino: un sussurro di ammirazione si lev tra la folla.
Leandra, divenendo pallida, tutta in lagrime, si gett fra le braccia paterne.
- Figlia mia - disse il Soldano - costui, senz'altro, far te e me felici; egli  certo il fiore della cavalleria, e a te si deve per sposo il campione pi prode.
Rinaldo intanto gridava ai giostranti:
- Colui che vuole Leandra, venga a guadagnarsela sotto la mia lancia.
Paratito, che amava ciecamente la donzella, non scoraggito dalla prima sconfitta, volle ancora provarsi col novello campione, e si fece innanzi. Presa la distanza voluta, i due andaronsi ad incontrare furiosamente. Rinaldo colp alla testa del pagano e tutte le cervella gli fece schizzare per aria.
Orlando rest meravigliato a tal colpo, e voltosi ad Oliviero, disse:
- Se seguita cos, il principe vuoter la Corte del Soldano dei suoi migliori cavalieri.
Il paladino intanto gridava:
- Avanti chi vuol provare la sorte; con l'ozio non si acquista una bella dama.
Febo volle affrontarlo, ma trov anch'esso la morte. Il conte d'Europa si fece avanti per vendicare la fine dei suoi compagni ed assicurarsi il possesso della bella fanciulla, ma al secondo colpo rovesci esanime al suolo.
Il Soldano gioiva mirando la leggiadria ed il valore del nuovo vincitore, ed il popolo plaudente lo acclamava il forte dei forti.
Tutti gli altri cavalieri che si erano inscritti al torneo, preferendo di abbandonare la dama e l'impero, anzich perdere la vita, si ritirarono; e Rinaldo, cui il calore della pugna dava novello vigore, andava loro gridando:
- Forse credevate che la bella Leandra dovesse sposare chi non sa difenderla tra i nemici? Oppure sognavate che la giostra per si angelica fanciulla dovesse essere uno scherzo?
Un turco, molto valoroso, non pot soffrire tanta ingiuria e sfid il paladino. Le lance si ruppero al primo incontro e si venne alle spade. Il turco, bestemmiando Macone, men all'elmo di Rinaldo, ma questi con la Frusberta rispose s degnamente, che il pagano, diviso in due, cadde al suolo.
Leandra con l'ammirare il gran valore del suo incognito campione, che sembrava Marte in terra, dimenticando affatto Paraninfo, si compiaceva nel pensare che sarebbe sposa del pi grande eroe che avesse conosciuto.
Il paladino, poich pi nessuno osava affrontarlo, diresse il destriero al palco del Soldano, e salutata gentilmente la donzella, voltosi al re, gli disse:
- Sire, nessuno osa pi venire meco al paragone, per cui credo, a buon dritto, potermi proclamare vincitore della giostra.
Il Soldano, abbracciando il paladino, rispose:
- Io mi terr fortunato di avere s valoroso figliuolo e spero che, per la tua virt, potr esser vendicato di Rinaldo il quale mi uccise un fratello ed il mio unigenito che pugnavano nell'esercito di Agramante, sotto le mura di Parigi.
- Padre! - soggiunse il principe. - Quando saranno fatte le nozze, prometto recarmi in Francia, uccidere Carlo e tutti i paladini.
Il Soldano torn ad abbracciarlo, e ponendogli la figlia al fianco, lo condusse alla Corte, invitando anche Orlando e Oliviero a fargli compagnia.
Passarono vari giorni in feste, durante le quali il Soldano andava disponendo il tutto per le nozze. Rinaldo era incerto se doveva correre all'ara o alla spada, e palesando l'esser suo condurre quei pagani alla vera credenza.
Orlando gli dava buoni consigli, per non trovarsi egli e i suoi compagni in qualche brutto cimento.
Leandra, felice dell'amore che andava manifestandole il paladino, contava i giorni che dovevano ancora passare, per giungere a quello tanto bramato dell'imeneo.
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CAPITOLO DECIMOSESTO.
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Tradimento di Gano. - Leandra, Rinaldo, Orlando e Oliviero si ritirano in una fortezza, ove vengono assediati dalla gente del Soldano. - Presa del forte. - Morte di Leandra. - Assedio di Montalbano. - Conquista di Gerusalemme per parte dei cristiani.
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Stando cos le cose in oriente, in Francia si congiurava ai danni di Rinaldo. Gano, riescito con la sua astuzia a persuadere il credulo Carlo della propria innocenza, e venuto a cognizione che i tre paladini trovavansi in Gerusalemme, mand una staffetta al Soldano avvertendolo che i tre cavalieri, che aveva ospitati nella sua Corte, altri non erano che Rinaldo, Orlando e Oliviero, tre suoi pi fieri nemici.
Il Soldano a quell'annunzio divenne pallido come un morto, ma non volendo credere a quanto gli veniva detto, fece nascondere il messo in una stanza da cui dovevano passare i paladini ed allorquando colui lo ebbe assicurato esser dessi, fece chiamare Leandra e le disse:
- Figlia mia, noi siamo traditi: il vincitore del torneo, quegli che volevo darti in sposo, altri non  che Rinaldo di Montalbano, l'uccisore di tuo fratello. Ti guarda, o figlia, di dedicare il tuo amore al pi terribile nemico della nostra corona, ma nello stesso tempo non fargli comprendere che sappiamo tutto. Il tuo contegno presso loro dovr esser lusinghiero, io ritarder le nozze fino a che potr, con sicurezza, arrestarli e fare giusta vendetta.
Amore per aveva posto la benda agli occhi dell'incauta fanciulla, e sebbene rimanesse smarrita a tal novella, non volle credere a quanto il genitore le aveva svelato e condottasi nelle stanze di Rinaldo tutto gli pales.
Il principe narr al cugino e ad Oliviero quanto Leandra gli aveva detto, quindi mostr la lettera di Gano, che la fanciulla si era fatta dare dal padre suo. Ognuno di loro maled quel traditore, poscia si misero a riflettere cosa convenisse fare per sottrarsi al furore del Soldano e fu convenuto di partir subito, ma seppero che le porte erano ben costudite. Allora Rinaldo si port da Leandra e cos le disse:
- O mia adorata sposa, sarebbe nostro desiderio ricorrere alle armi per aprirci un varco e fuggire da questa citt e se non lo facciamo  per riguardo vostro. L'amore che nutro per voi mi far sopportare qualunque sciagura, poich per me la pi grande sarebbe quella di non pi vedervi ed esser costretto ad abbandonarvi.
Leandra non pot resistere a si tenere parole, e piangendo rispose:
- Qualora mi crediate degna d'essere vostra sposa, io vi seguir dovunque, il vostro Dio sar il mio e ad ogni vostro cenno chiner la fronte. Mi porter da mio padre e con la scusa d'una partita di caccia, mi far aprire le porte.
Infatti Leandra recatasi dal Soldano gli disse che per giungere pi presto alla vendetta voluta, aveva pensato di condurre i tre paladini alla caccia, ed ivi farli dagli amici suoi assassinare, e che desse perci ordine di lasciarli passare liberamente.
Al Soldano piacque lo strattagemma e ne elogi la figlia, ma non la lasci partire senza una scorta di fidi cavalieri.
Tutto and a seconda dei loro desideri, e quando i tre paladini con la donzella giunsero fuori della porta, ad un dato segno di Rinaldo, misero i cavalli a gran carriera. La scorta non potendo raggiungere i fuggitivi, torn alla Corte, asserendo al Soldano che la figlia, d'accordo con i paladini, l'aveva tradito.
Questi giunsero in una fortezza e fattisi aprire, messo in carcere il capitano ed i guardiani, vi si rinchiusero cercando fortificarne la porta.
Il Soldano furente pel tradimento di sua figlia e l'ardire dei paladini, non tard a giungervi e porvi l'assedio. Mand avviso per tutto il regno facendo sapere che Rinaldo e Orlando trovavansi assediati e ordinando a tutti coloro che vestivano armi, di formare un grande esercito.
Riuniti intanto i suoi capitani, si consultava con essi sul modo di poter prendere i tre valorosi, quando il pi vecchio dei consiglieri alzandosi in piedi cos parl:
- Signore, finch la rocca sar in loro potere essendo provvista di viveri per tre anni almeno, ogni speranza di affamarli  vana, e per essere le prime spade del mondo, eglino con le loro sortite ci colmeranno di danno e di vergogna. Io ho un consiglio a darvi ed  questo.
"Sappiate che passai venti anni della mia giovent in quella fortezza, di cui conosco i pi reconditi nascondigli e segreti. Un sotterraneo da molti secoli costruito, ignoto certamente ai nostri nemici, e di cui io solo so trovare l'ingresso, potr farci padroni della situazione. Entrando per questo sotterraneo nel castello, potremo sorprendere i paladini, i quali chiusi per ogni parte dal nostro esercito, mancher loro la forza e l'ardire e dovranno cadere o morti o vivi.
Piacque il consiglio al Soldano e volle che subito fosse eseguito.
Diede incarico al suo vecchio consigliere che conducesse seco cinquemila uomini, ed alla prima sortita che facessero i paladini, entrasse nella fortezza e se ne rendesse padrone.
Orlando, Rinaldo e Oliviero poscia che con buoni cibi si furono confortati, pensarono far conoscere l'immenso loro valore ai nemici con l'uscire dal castello. Leandra cerc dissuaderli, ma viste inutili le sue preghiere, con un sospiro accompagn Rinaldo all'uscita, dicendogli:
- Signore, non mi duole tanto la mia sventura, quanto il periglio a cui andate incontro per cagion mia.
Il principe la confort asserendo che il Soldano un d si sarebbe pentito di averlo perseguitato.
Appena gli assedianti si avvidero dei tre eroi, cominciarono a gridare:
- Morte ai cristiani! 
E con lance e spade assalirono paladini. Il primo incontro fu fatale ai pagani, poich pi di trenta rimasero uccisi.
Cultibrando, che cos appellavasi il vecchio comandante la squadra dei cinquemila, si diresse allora verso il bosco, ove il sotterraneo si apriva, ed entr coi suoi nella rocca.
Leandra al rumore che si faceva, si avanz per conoscere cosa ne fosse la causa, e vedendo la gente del suo genitore entrare per una porta segreta nella rocca, smarrita e confusa, si pose a correre, urlando come una spiritata. Giunta sulla terrazza e da essa osservando il pericolo in cui trovavansi gli unici suoi protettori, accerchiati da un gran numero di nemici, senza speranza di potersi pi salvare nel forte, ormai in balia dei suoi persecutori e temendo ancora l'ira del padre suo, si slanci nel vuoto pronunziando, per l'ultima volta, l'amato nome.
Rinaldo che da lungi vide il triste spettacolo, fu per morirne dal dolore e strettamente unito agli amici suoi, si avvicin all'ingresso del forte ove la bella fanciulla giaceva esanime. Una scarica di dardi e di proiettili accolse i paladini, che non dubitarono essere il castello caduto in balia dei nemici.
L'ira allora prevalse al dolore, e roteando le spade si posero a caricare quella ciurma pagana di orribili colpi.
Ma non avrebbero potuto difendersi lungamente dal furore del Soldano, se Iddio che aiuta sempre i difensori della santa religione, non avesse fatto comparire in cielo densissime nubi, unite a tuoni e fulmini da metter paura a quei pagani. La notte si avanzava nerissima ed una pioggia dirotta, mise in scompiglio tutta quella gente, per cui Orlando, Rinaldo e Oliviero poterono, col favore delle tenebre, allontanarsi dal campo nemico e rifugiarsi in una torre assai distante. Col decisero rimanersi fino a che il Soldano fosse tornato in Gerusalemme.
Gano nella fiducia d'essersi liberato finalmente dall'abborrito Rinaldo, all'insaputa di tutti, riun i suoi Magonzesi e messovi a capo un suo parente, diede loro incarico di assediare Montalbano, che trovavasi sfornito di tutto per la lunga assenza del suo signore.
I fratelli di Rinaldo, Riccardo e Ricciardetto, uniti al vecchio genitore, si prepararono ad una valida difesa, ritenendo che gli assedianti fossero una compagnia di ladroni che scorazzavano per quei dintorni, e incolpando Carlo di quell'attentato o almeno credendolo consenziente.
Astolfo, saputo il pericolo in cui trovavansi i suoi cugini, si part dal suo reame per portare soccorsi, e al tempo stesso sped messi in tutte le parti del mondo per far ricerca di Rinaldo.
Due di questi messi, giunti a Gerusalemme, seppero quanto era avvenuto in quella citt e non dubitarono punto che l'eroe di tale avventura fosse il principe di Montalbano. Intanto il Soldano furioso per la fuga dei paladini, andava scorrendo tutti i paesi per ritrovarli, e finalmente scoperta la torre ove si erano rifugiati, dal suo esercito, la fe' tosto assediare.
I due messi, che per scoprire il luogo ove trovavasi Rinaldo, tenevano dietro all'esercito del Soldano, come conobbero ove il paladino erasi rifugiato, pi velocemente che poterono tornarono a Montalbano per avvertire Astolfo, il quale ne avvis l'imperatore Carlo. Questi, riunito subito l'esercito, si rec con esso a Gerusalemme, e mosse guerra al Soldano il quale, per difendere la capitale del suo regno, fu obbligato lasciare la rocca. I nostri tre paladini, liberi in tal modo dall'assedio, si riunirono subito all'esercito del loro imperatore.
Si sparse molto sangue dall'una e dall'altra parte, ma i cristiani alla fine vinsero, e la citt santa cadde nelle loro mani, recando grande allegrezza a tutta la cristianit.
Tanta e s splendida vittoria fece tornare la pace per molti anni in Francia.
La gente di Gano che aveva posto l'assedio a Montalbano, messa in fuga da Astolfo, dov abbandonare l'impresa.
Parigi fu rallegrata per pi giorni da sontuose feste e i paladini tutti tornarono in perfetta amist col magno imperatore; ciascuno quindi si rec alle proprie terre a godersi un ben meritato riposo, in seno alla famiglia.
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CAPITOLO DECIMOSETTIMO.
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Storia di Feraba. - Suoi primi fatti d'arme. - Assedio e presa di Roma. - Il papa prigioniero viene liberato da Ottavio di Costantinopoli e rimesso in trono. - Feraba assedia Montalbano. - ...
Sue primo vittorie, sua sconfitta e sua conversione al cristianesimo.
I miei lettori si ricorderanno di quanto fu narrato nella prima parte di questa storia, ove trattavasi di Malaguerra e dell'amore che ebbe luogo tra questi e la maga Sordinella presso la famosa citt di Trabisonda.
Da questo amore nacque un figlio che la tradita maga appell Feraba.
Costui allevato ed istruito nelle pi difficili imprese, crebbe molto valoroso. Nel suo petto non albergava timore. Esercitato nella caccia di leoni, pantere ed altre bestie feroci, presto si acquist fama di coraggioso.
Un d giunsero molti pirati per assalire la fortezza di sua madre. Feraba coperto di maglia e di scudo, affront quei ladroni che disperse in poco tempo, facendone molti cadere al suolo privi di vita.
Sordinella memore del valore del padre, era orgogliosa del proprio figlio, pensando che se fosse cristiano sarebbe degno della stima di Carlo Magno e dei paladini di Francia.
Sebbene maga, non volle mai interrogare l'arte, che le avrebbe svelato la sorte riserbata al figlio suo, sapendo benissimo che propenso per le guerresche imprese e d'indole battagliera, la sua fine sarebbe stata di morire in guerra.
Il giovanetto non aveva mai chiesto alla madre la sua origine, e pago di sapersi figlio d'un castellano, non ricercava di pi, ma Sordinella timorosa che, prima o poi, sarebbe venuto a cognizione di chi era figliuolo, non volle altrimenti tenerlo in errore e chiamato a s Feraba abbracciandolo, cos gli disse:
- Figlio mio,  giunto il tempo ormai di svelarti il segreto della tua nascita. Sappi che un d sulla spiaggia del mare, gettato dalla tempesta, fu trovato quegli che fu tuo padre; io ed altre due mie sorelle corremmo a soccorrerlo, gli ridonammo la vita e si ebbe per esso tutte le cure. Egli era bello come tu sei e ci innamorammo perdutamente di lui, ma io fui la preferita e tu fosti il frutto del nostro amore. Egli per adorava Cristo ed era uno dei pi forti paladini di Francia; il suo nome era Malaguerra.
"Sebbene dimostrasse molto amore per me, non so per qual motivo fui abbandonata nel colmo della mia felicit. Seppi in seguito che nel re di Trabisonda aveva riconosciuto il proprio padre, dopo averlo ucciso in un impeto di giusto sdegno. Salito al trono spos altra donna e dopo breve tempo seppi la sua morte e ne restai afflitta e dolente, sebbene il suo abbandono mi avesse ferito acerbamente il cuore.
Molte avventure di lui narr al giovanetto che, orgoglioso di esser figlio di tanto guerriero, ma pensando altres che se suo padre non fosse stato spinto ad abiurare la propria religione forse poteva essere sempre in vita e fedele alla madre sua, attribu la colpa di tal conversione a Carlo e giur di vendicarsene con l'andare in Francia, sfidare i paladini, impiccare il loro imperatore sulla pubblica piazza e convertire tutti alla fede di Macone.
- Figliuol mio - disse Sordinella piangendo - non ti cimentare in tanto periglio, n farmi infelice con l'abbandonarmi, che io lungi da te diverr mesta e sconsolata. Sappi che i paladini di Francia, fra cui trovansi i valorosi Rinaldo e Orlando, sono i pi terribili guerrieri del mondo; io temo che giunto in Francia, sarai vinto da uno dei due che ti ho nominati.
- Non temere, madre mia - rispose il giovanetto - io, con l'aiuto di Macone, mi acquister gloria e onore e vendicher il glorioso mio padre.
Inutili furono i consigli materni, ch Feraba volle a forza partire, e baciando la madre, che tutti gli sforzi faceva per trattenerlo, abbandon il castello.
Inesperto del cammino, err alla ventura per vari giorni, fino a che una mattina, scendendo da una collinetta, vide in mezzo ad una pianura un certo numero di cavalieri che conducevano seco una donzella di rara bellezza.
Desideroso Feraba di porre a prova il proprio valore, spron il cavallo a quella volta, ma prima di giungervi, osserv che la donna si era assisa sotto un faggio e che i cavalieri tutti si apparecchiavano per fare una giostra.
Appena fu loro vicino, uno di essi gli si fe' incontro proibendogli di appressarsi pi oltre, pena la vita.
- Noi - soggiunse il cavaliere - amiamo tutti questa donna e abbiamo deciso che essa sar il premio di colui che si mostrer pi valoroso nella giostra che si sta preparando; tu sei un estraneo, non entri nel nostro trattato e ti comandiamo di allontanarti.
- Io - rispose Feraba - sono un cavaliero la cui lancia non credo sia inferiore alla vostra e qualora la dama me lo accordi, voglio prender parte al torneo.
Non rispose l'altro, ma tratta la spada, percosse Feraba, il quale non pot comportare l'insulto e ne nacque una zuffa. Al primo colpo il figlio di Malaguerra mand al suolo il cavaliero, e quindi ferendo ed uccidendo gli altri, che erano accorsi in suo ajuto, in breve ora rest libero padrone del campo e raggiunta la dama, che impaurita si era data alla fuga, seppe che chiamavasi Filidora e che era figlia dell'infelice Abiseo, re di tutta Zogo e da Ascalione ucciso, per usurparne il regno.
Feraba fu preso d'amore per costei, e interessandosi alle sue disgrazie, promise di vendicarla.
L'accompagn nella sua citt, ed unitosi ai sudditi che le erano rimasti fedeli, discacci l'usurpatore e la fece acclamare regina, ed egli per qualche tempo si godette il regno e la dama.
Ma il desiderio di vendicare suo padre ritorn vivo in lui, per cui arm un forte esercito per passare in Francia. Giunto in Italia assedi Roma che, dopo una disperata difesa, dov arrendersi e il papa coi cardinali e molti cavalieri cristiani furono fatti prigionieri.
Filidora, che aveva seguito Feraba in Italia, ebbe a custodia i prigionieri e si fu nel visitarli che, vinta dal venerabile aspetto del capo della chiesa cristiana e pi dalle sue parole piene di fede e di carit, volle in segreto esser battezzata e rinunziare a Macone falso e bugiardo.
Fu per mezzo di essa che i prigionieri poterono mandar messi in Parigi a re Carlo.
Appena l'imperatore intese la triste novella, la comunic ai paladini, e radunato il suo esercito s'incammin alla volta di Roma, per salvarla dall'invasione dei pagani.
Ma l'imperatore Ottavio di Costantinopoli, unitamente alla sua bella e valorosa sposa Bellisaria, saputo della presa di Roma, era gi corso con forte esercito a liberarla dalle mani dei barbari, e cacciatone Feraba, aveva rimesso in trono il sommo pontefice.
Il figlio di Malaguerra, suo malgrado, aveva dovuto cedere, e non tard ad accorgersi per l'assenza di Filidora, d'essere stato da essa tradito. Ma l'amore in lui gi potente seppe trovarle scuse e si persuase che la fanciulla, vinta dalle insinuazioni dei vili cristiani, si era lasciata indurre a tradirlo, ma che prima o poi, pentita, sarebbe corsa a chiedergli perdono.
Intanto bestemmiando Macone e Trivigante, pass in Francia ed and ad accamparsi nelle pianure presso Montalbano, onde farsi padrone di quella fortezza, mentre Filidora, dolente in cuor suo del fatto tradimento e non osando presentarsi a Feraba, stavasi presso Bellisaria, che amandola come sorella, la tenne caramente con s.
In questo frattempo, Carlo aveva saputo da alcune spie la liberazione di Roma e le mosse dell'esercito di Feraba verso il castello di Montalbano, quindi sforz la marcia per raggiungere il nemico.
Rinaldo coi fratelli, formando l'avanguardia, si diresse verso il castello, onde renderlo affatto inespugnabile, prima che fosse assediato dal nemico, che erasi accampato un miglio distante.
Il buon principe trov la sua famiglia in grande costernazione, e la schiera disposta alla difesa, che, sapendo il nemico vicino, d e notte stava vigilante.
L'arrivo dei paladini cacci dai loro cuori ogni paura e fece rinascere la speranza.
Clarice non si saziava di abbracciare il suo Rinaldo, che la sorte della guerra teneva per tanto tempo lontano da lei.
Carlo col suo esercito non volle subito attaccare la zuffa, senza prima spiare le forze del nemico, e si accamp un miglio lungi dai pagani, mandando attorno emissari per conoscere i movimenti.
Feraba non ignorava l'arte della guerra, e malgrado la sua giovinezza, pure ne sapeva da quanto un esperto capitano.
A non farsi cogliere alla sprovvista, e non fidandosi che di s stesso, andava in persona spiando il terreno dei cristiani.
Una notte gli si offerse una buona avventura.
Essendo i quattro fratelli Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri usciti con una pattuglia in perlustrazione, vennero ad incontrarsi con Feraba. Costui non si perse di coraggio: assalt i nemici, giunse a disfare il piccolo drappello dei cristiani e malgrado una disperata difesa, i quattro fratelli rimasero prigionieri.
Feraba, lieto per la vittoria, torn al campo, ove tutti non dubitarono che ad una decisiva battaglia, l'esercito dei cristiani sarebbe sconfitto. 
Carlo rimase dolente del primo insuccesso e la notte ventura sped altri due esperti guerrieri, Tiburzio e il danese Uggiero.
Costoro, fidando nel proprio valore, ardirono inoltrarsi e vennero a trovarsi con Feraba.
Tiburzio fu il primo ad assalire, ma dopo pochi colpi cadde stordito al suolo.
Uggiero allora si fece avanti per vendicare Tiburzio e la pugna fu lunga e terribile.
Durante una breve pausa, Feraba volle sapere il nome dell'avversario, ed udito che era il quarto paladino di Francia, argoment quanto dovevano valere i primi tre, e quasi si pent di non aver dato retta ai consigli della madre e di esser venuto a tentare un'impresa ardua e difficile.
Ripreso l'assalto, Uggiero due volte super l'avversario che disperato gett via lo scudo, e prendendo a due mani la spada, colpi il danese nell'elmo e stordito lo rovesci al suolo.
Feraba si tenne lieto della vittoria e condusse i prigionieri al suo campo.
Questa seconda sconfitta fe' aprire gli occhi all'imperatore. Sarebbe stato suo desiderio assalire il nemico, ma volle prima aspettare la venuta dei Greci che si trovavano sempre a Roma, sotto il comando di Ottavio e del papa.
Sopraggiunta la notte, ordin che Orlando e Oliviero facessero la pattuglia.
Questi due campioni sentivansi tanto ardire da affrontare tutti gli Arabi.
Feraba, adescato dalle due prime vittorie, si fe' contro coraggiosamente ai due paladini e sfid Oliviero a battaglia.
I due guerrieri si corsero addosso con le lance, ma queste subito, per il grande urto si ruppero, per cui fu messo mano alle spade. Oliviero schermiva i colpi, ma Feraba dandogli un terribile fendente fer alla gamba destra il paladino, il quale stizzito men alla testa del pagano, che indarno oppose lo scudo. La fina spada gli tagli le armi a scendendo sulla spalla vi apri un'ampia ferita.
Fu chiesta ed accordata una tregua di mezz'ora, durante la quale Feraba narr ad Oliviero la sua origine.
Orlando, che ascoltava, rivolto si al pagano disse:
- O Feraba! Tu fai gran torto a tuo padre Malaguerra, che fu allevato a Montalbano e tenuto da Carlo nel numero dei suoi paladini. Tutti noi l'amammo come fratello e lo difendemmo in Trabisonda dove, senza il nostro aiuto, sarebbe stato vittima dei suoi nemici. Tu, suo figlio, impieghi la tua spada contro i cristiani. Arrenditi e il seggio del tuo genitore sar tuo.
"Io sono Orlando, primo paladino della Corte di Francia e nipote dell'imperatore. A nome suo ti prometto perdono ed amicizia.
Cos disse il conte, ma Feraba, indifferente alle sue parole, fece cenno ad Oliviero di riprendere l'assalto.
Questo ultimo combattimento fu ancora pi feroce. Feraba con un terribile colpo stord il paladino che, riavutosi tosto, tir alla testa del pagano, ma la spada, deviando, lo colp al fianco.
Ambedue i campioni erano feriti in pi parti e tingevano il suolo del proprio sangue; malgrado ci il combattimento diveniva sempre pi accanito. Finalmente Oliviero con l'elsa della spada, unica arma rimastagli, seppe con destrezza ferire il pagano alla testa e farlo cadere privo affatto di sensi.
Orlando allora ordin alla sua gente di condurre Feraba al campo, ed Oliviero, che appena poteva reggersi in piedi, fu dal conte sorretto e accompagnato. Carlo, dai medici, fe' apprestare rimedi ai due feriti.
Quando Feraba ritorn ai sensi, comprese che la mano di Dio lo aveva colpito e non quella dell'avversario, resa quasi impotente. Dalle parole del magno imperatore persuaso che la vera fede era quella cristiana, volle esser battezzato, facendo promettere che, se campava dalle ferite, Filidora, a cui aveva gi perdonato il tradimento, sarebbe sua sposa. Carlo promise parlarne a Ottavio appena giungesse, ed esort Feraba a star quieto e tranquillo in letto. I pi bravi medici furono a lui dintorno per curargli le ferite e, contrariamente a quanto avviene ai nostri giorni, in poco tempo lo risanarono affatto.
Non stette molto a giungere Ottavio col suo esercito, Bellisaria e Filidora.
Questa, appena saputo la conversione di Feraba ne fu oltremodo lieta, e recatasi nelle di lui stanze, lo colm di carezze, e appena il giovanetto pot alzarsi da letto, furono fatte con solenne pompa le nozze, a cui Carlo volle assistere in persona.
La gente di Feraba volle farsi cristiana, seguendo l'esempio del suo re e della regina.
Ottavio e la sua sposa vedendo tutti in pace tornarono a Costantinopoli.
Feraba e Filidora, accomiatatisi con grandi abbracciamenti dall'imperatore e da tutti i paladini, si misero in viaggio per il loro regno, ove giunti felicemente, riescirono a portare quei popoli alla fede di Cristo.
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CAPITOLO DECIMOTTAVO.
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Partenza di Carlo e dei paladini per la Mecca. - Burrasca di mare. - Rinaldo, Ricciardetto e Astolfo approdano presso il tempio di Delfo. - Burla di Rinaldo ai sacerdoti del tempio. - Conversione dei pagani alla vera credenza. - Rinaldo uccide il Minotauro.
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Carlo dopo molti giorni di riposo, fatto nel castello di Montalbano, riuniti i suoi capitani e alla presenza dell'esercito, propose correre a nuove vittorie col sottomettere la Mecca, volendo che anche col non si adorasse altro Dio che quello della nostra redenzione.
Tutti approvarono, ed unanimi mostrarono desiderio di porsi subito in marcia.
Carlo mirando un solo pensiero, un solo desio nei cristiani, ordin che le navi fossero poste in bell'ordine per il d seguente.
Rinaldo, Ricciardetto ed Astolfo scelsero una piccola nave su cui salirono coi soli uomini di equipaggio.
La giornata era propizia e facea presagire un lieto e fortunato viaggio, ma verso sera il cielo si vest a bruno, si ruppe in pioggia e fulmini; le acque, assalite da borea ed aquilone, cominciarono a sconvolgersi talmente, che non rimase agli arditi cristiani speranza di salvezza.
Quando il cielo torn sereno la piccola nave ove stavano i tre paladini non era pi a vista.
Il dubbio d'una disgrazia fece dolenti gli animi di Carlo e di tutti gli altri capitani che, in legni pi solidi, avevano potuto far fronte alla bufera.
Qual sorte poteva esser toccata a Rinaldo e ai suoi due compagni? Ognuno facea voti per la loro salvezza.
Ma lasciamo il grosso dell'esercito e segniamo le traccie della debole navicella che, sconquassata dai venti, dopo essere stata in procinto mille volte di sfracellarsi, fu gettata in un lido presso il tempio di Delfo.
Rinaldo fu il primo a saltare a terra, Astolfo e Ricciardetto ne seguirono l'esempio.
Fu loro prima cura ringraziare Dio dello scampato pericolo, quindi, fatti scendere i cavalli, diedero commiato al capitano della nave e si avviarono al tempio.
Era il giorno della festa che solevano fare i pagani in onore di Macone, e il popolo numeroso accorreva da tutte le parti.
Vista tal cosa, venne in mente a Rinaldo di condurre quei miscredent alla vera fede; ne fe' consapevole i compagni, quindi entr nel gran tempio.
Il principe non aveva mai visto tanta magnificenza; l'oro e l'argento vi erano a profusione ed adornavano gli idoli minori che i sacerdoti pagani tenevano esposti al volgo.
Venne l'ora di scoprire l'idolo maggiore, e Rinaldo nel vederlo, esclam:
- Oh! beato Dio di questa terra, tu solo basti a pagare
la mia povera schiera di Montalbano per un paio d'anni ed io non sar contento se non ti adatti a venir meco nel mio castello.
Ricciardetto ed Astolfo che udirono l'originale preghiera, non poterono trattenere le risa e da quella gente furono tenuti per insolenti e minacciati di morte se non chiedevano perdono all'idolo, andando fino all'altare genuflessi e col volto a terra.
Rinaldo vi si sottomise, trovando per tal modo un mezzo di mettere in opera il suo ideato e ardito disegno.
La folla si apri in due ali, ed il paladino, mostrandosi pentito, si port fino all'altare ove il bugiardo idolo emanava i suoi prognostici a coloro che li chiedevano.
Giunto col disse:
- Figliuoli amatissimi, sappiate che non mi sono affatto pentito del mio gran delitto; la sola ragione per cui sono venuto presso questo idolo, fu per assicurarmi che fosse veramente d'oro; ora che ne sono certo, mi permetterete di portarmelo a casa ove lo cambier in buona moneta e cos sar assolto da ogni mio debito.
S dicendo con la Frusberta tagli il cavo all'idolo e con altro colpo divise il busto a met.
Ciascuno pu immaginarsi il tumulto che suscit tale atto. Tutti si diedero a gridare:
- Ammazza! Morte al traditore, al sacrilego!
Il capo del sacerdoti presa una picca, corse per darla sulla testa al paladino, ma fu raggiunto da Ricciardetto, che con un colpo gli fece lasciare la vita.
Il tempio, in breve ora, si vide sparso di sangue e di cadaveri.
Rinaldo dimostrava con la spada alla mano che quello che aveva abbattuto non era un verace Dio.
- Io - diceva il paladino - adoro un Dio maggiore assai a quello che voi difendete, e che ora vi mena a morire sotto la mia spada.
Infinito popolo minacciava il paladino, ma costui che non temeva affatto quella gentaglia, andava tagliando teste, braccia e gambe, tanto che il popolo dovette cedere, ragionando in tal modo:
- Noi siamo accorsi per difendere l'idolo, ma perch vogliamo insistere mentre se egli fosse il vero potente, come da pi secoli abbiamo creduto, non dovrebbe cedere ad un sol cavaliero? Dunque poich egli  caduto in pezzi bisogna concludere che colui che lo atterr sia pi potente.
Queste voci che venivano sussurrate tra un popolo credulo, indussero tutti a gridare:
- Viva il vincitore!
Cessata la strage, Rinaldo cominci a persuadere quella gente con si belle parole, che la indusse alla vera credenza.
Il paladino fece quindi trasportare l'idolo sulla soglia del tempio, lo ridusse in pezzi e volle che fosse conservato con altre ricchezze che ivi trovavansi.
Un vecchio, persuaso della veracit della nuova credenza, si present a Rinaldo consigliandolo di prepararsi ad una nuova guerra, poich la citt vicina da molto tempo era governata da un sovrano, che presto avrebbe armate le truppe per vendicare il suo idolo.
- Tu non potrai resistere - diceva il vecchio - alle forze che condurr Adriano. Non sappiamo quanti del popolo restano tuttora fedeli all'antico padrone. Bisogna tu rifletta che un terzo del paese  corrotto; i sacerdoti, che con la fuga sono scampati alla strage, solleveranno il popolo contro di te e la marmaglia, seguendo l'esempio, grider: "Morte all'usurpatore" sebbene poc'anzi ti abbia esaltato.
Rinaldo ringrazi il vecchio dei suoi assennati consigli, e riunito il popolo, promise condurlo ad imprese magnanime, qualora avesse giurato di conservarsi sempre fedele alla nuova religione.
Tutti applaudirono alle parole del principe e persino le donne e i fanciulli si offersero a fare quanto egli avesse loro comandato.
In breve il vasto tempio fu ridotto una vera fortezza.
Giunse l'esercito di Adriano che gi tutti erano pronti alla difesa. I tre paladini fecero prodigi di valore e coloro che dalla sommit del tempio osservavano il combattimento, ebbero a crederli invulnerabili.
Una strage di morti e feriti si era fatta attorno a loro, tanto che Adriano ne rest avvilito, vedendo altres che molti lo abbandonavano per riunirsi alle file nemiche.
Sopraggiunta la notte, fu fatta tregua e Adriano disperando ormai di poter vincere i tre valorosi, ordin ai pi fidi dei suoi capitani di andare in citt a prendere il Minotauro.
Questa possente bestia aveva la met del corpo superiore simile all'uomo, dal petto in gi era a guisa di cavallo e come esso aveva quattro gambe. Era tutto armato come conviensi ad un cavaliere e sopra l'armatura portava spuntoni ferrati.
La mattina seguente, Adriano si rec fuori della tenda, e fatto suonare il corno sfid Rinaldo.
Questi non si fece ripetere due volte l'invito e presa la debita distanza, i due guerrieri si corsero addosso a tutta furia.
Adriano percosse Rinaldo che stette saldo in sella, ma la lancia del paladino fu cosi potente, che l'avversario dovette suo malgrado baciare la polvere.
Il principe corse allora per privarlo di vita, ma non pot eseguire il suo disegno perch, secondo il convenuto, i capitani di Adriano sciolsero il Minotauro.
Non si sbigott Rinaldo all'apparire di quel mostro,ma con la spada sguainata aspett d'essere assalito.
Il Minotauro, con un'agilit superiore a quella dell'uomo, percosse col suo nodoso bastone il paladino e lo colse sull'elmo in guisa tale, che stordito dovette abbandonarsi sul collo del cavallo il quale, comprendendo il pericolo del padrone, si diede a sfrenata corsa, inseguito dal mostro.
Ricciardetto e Astolfo erano in gran pena per l'esito della pugna e dubitando molto che Rinaldo avesse a cader vittima di quel fiero nemico, stavano per slanciarsi contro di esso, allorch Rinaldo torn in s e veduto il pericolo, con grande ardire assal il mostro, deciso a combattere a tutta oltranza, per far pagare caro quel momentaneo vantaggio su lui riportato.
Quella bestia con una agilit straordinaria evitava i colpi del paladino, ma pure non pot scansarne uno che lo fer in mezzo al petto. Parve non avvertire la ferita e saltando sul fianco, col braccio ferrato men altro colpo a Rinaldo, che pel dolore dov piegarsi sulla groppa del cavallo.
Non stette per molto a riprendere l'antica energia, e vedendo il grave pericolo a cui era esposta la sua vita, si di al partito dei disperati. Simul una fuga e quindi fermatosi ad un tratto, lasci che il mostro lo sorpassasse e prima che questo avesse tempo di voltarsi, con un salto gli fu sopra alla groppa e cavalc l'animale, a cui, stringendo fortemente le braccia, tolse ogni mezzo di offendere. Con le gambe premendogli a tutta forza i fianchi gli imped il respiro, tanto che il mostro, dopo inauditi sforzi, dovette cadere al suolo.
Allora il paladino colse il momento opportuno e col pugnale ferendolo replicatamente alla fronte, lo uccise.
Morto il mostro, temette di non arrivare vivo fra i suoi, poich sentivasi sfinito di forze; pure riusc a trovare Bajardo, ma non pot salirvi sopra perch cadde svenuto al suolo.
Ma Ricciardetto e Astolfo, che mai avevano abbandonato di vista il paladino, corsero in suo ajuto.
Lo stesso fecero quei del tempio che recando liquori spiritosi restituirono all'eroe i perduti sensi.
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CAPITOLO DECIMONONO.
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Carlo Magno sbarca a Costantinopoli o la trova occupata dai Saraceni. - Loro sconfitta. - Liberazione di Ottavio e Bellisaria. - Adriano si fa cristiano e si sottomette a Carlo. - Rinaldo libera un leone e uccide un drago. - D morte ad un gigante.
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Ma torniamo a Carlo che abbiamo lasciato sulle sue navi, sbalzate dalla tempesta.
Il mare, dopo un lungo imperversare, ritorn alla sua calma e Carlo e il suo esercito si trovarono poco lungi dal lido di Costantinopoli.
Fu dispiacente l'imperatore dell'esito di quel viaggio, e stanco dei disagi sofferti, volle avvicinarsi alla citt, per ivi far riposare la sua armata.
Appena la nave ammiraglia pot scorgere la bandiera che sventolava sulle mura di Costantinopoli, comprese che qualche disgrazia di guerra doveva esser seguita all'imperatore Ottavio, poich non era una bandiera cristiana ma bens quella con lo stemma cornuto dei Saraceni.
Carlo allora con molta precauzione e col favore della notte, prese terra molto lungi dalla citt e si accamp in una vasta pianura.
Venuto il giorno, per mezzo di spie seppe che a tradimento un'armata saracena aveva assalito la citt durante il sonno e sorpresi nel letto l'imperatore Ottavio e Bellisaria, non si sapeva pi alcuna notizia di loro.
Tale sciagura aument in Carlo e nei paladini il dolore gi forte, per la perdita di Rinaldo, di Ricciardetto e Astolfo, ed attribuendo a quei miscredenti pagani la causa di tutto ci, l'imperatore ordin che il d seguente si dasse l'assalto alla citt e si passassero a fil di spada gli invasori.
Tiburzio, valoroso capitano ai servizi di Carlo, conobbe la difficolt di impadronirsi di Costantinopoli, essendo l'esercito sprovvisto di macchine da guerra; propose adunque all'imperatore di prorogare per qualche giorno l'assalto, fino a che fosse costruita una gran torre di legno, sopra la quale vi potessero stare molti cavalieri e per mezzo di quella entrare nella citt ed aprirne le porte.
Piacque a tutti il consiglio; molti operai s'internarono
nella selva e in pochi d ebbero costruita la torre.
Orlando, Oliviero e molti altri paladini vi presero posto, e mentre la maggior parte dell'esercito assal da un lato la citt per tenere a bada in quel punto i Saraceni, la torre si mosse ed avvicinandosi verso l'estremo opposto, pot, trovando debole resistenza, far passare i paladini sulle mura della citt.
Di l Orlando, Oliviero e Uggiero con le loro invitte spade percotendo a dritta e a sinistra, poterono raggiungere le porte della citt, aprirle e farvi penetrare l'esercito.
I Saraceni furono tutti massacrati e nemmeno uno scamp all'eccidio.
Quando il tumulto ed il fragore delle armi fu cessato, Carlo e i paladini si diedero ogni cura per trovare il buon Ottavio, ma per due d furono inutili le loro ricerche, talmente che crederono che i soldati pagani lo avessero ucciso.
Finalmente fu scoperta nel fondo di una cantina ove erasi rifugiata per salvarsi, una donna saracena con due figli. Costei interrogata e adescata da promesse si offr indicare il luogo ove si trovava Ottavio e la moglie.
Infatti condusse Orlando e Oliviero in una caverna il cui ingresso era a tutti occulto ed in fondo alla quale fu trovato Ottavio pallido e muto, che appena vide la luce cadde tramortito.
Bellisaria, presso a lui distesa in terra, appena dava segni di vita. Furono i due infelici condotti fuori di quel luogo e ristorati con buoni cibi e bevande, in breve i colori della vita riapparvero sui loro sembianti.
Furono fatte grandi feste in loro onore, ed il fuggiasco popolo scacciato dai Saraceni, fu lieto ritornare nella propria citt sotto l'antico signore.
Carlo coi paladini si trattenne poco in Costantinopoli. Dopo aver rimesso sul trono Ottavio e Bellisaria, sempre addolorato per la perdita di Rinaldo e non potendo darsi pace, torn in Francia. Al suo arrivo trov messi che il gran paladino aveva col spediti per dar notizie a Carlo della sua salute e della conversione di Adriano, re e signore di Delfo.
Infatti dopo la morte del Minotauro, Adriano non pot pi dubitare che Rinaldo era invincibile e sent nascere in cuor suo la fede per il Dio dei cristiani a cui attribuiva la potenza del paladino.
Senz'armi si rec dal principe e cos gli disse:
- Io bramavo esperimentare il poter tuo e quello del tuo Dio. Da quanto  seguito debbo arguire che tu sei il pi valoroso fra gli uomini e il tuo Dio il solo vero e infallibile. Bramo seguire la tua fede e con me lo bramano i miei soldati.
Rinaldo obliando il tradimento, abbracci Adriano, il quale alla presenza del popolo fu battezzato, giurando di tenersi sotto l'obbedienza di Carlo Magno.
I messi apportatori in Francia di s fauste notizie, furono accolti con immenso gaudio dall'imperatore, che pianse di contentezza e volle che per tre d fossero fatte feste in loro onore e con tutti i paladini si port al tempio per render grazie a Dio di aver conservato un tanto eroe alla Francia.
Rinaldo, Ricciardetto e Astolfo dopo qualche giorno di riposo si accomiatarono da Adriano per far ritorno in Francia.
Avevano gi per molti d camminato senza incontrare avventure, quando un bel giorno, traversando un bosco, parve a tutti e tre sentire un gran rumore, e dubitando d'essere assaliti da bestie feroci, si posero in difesa; fattisi per pi avanti, videro che un drago combatteva con un fiero leone, il quale strettamente attorniato dalle spire del nemico, era per restare soffocato.
Rinaldo commosso dallo stato di quella nobile bestia si dispose ad aiutarla, e trasse il brando per uccidere il drago, ma i cavalli spaventati, si misero a fuggire, n valse la perizia dei paladini per arrestarne il corso.
Per Rinaldo, che cavalcava Bajardo, con le parole e con la forza riesc ricondurlo verso il drago che colp, con la Frusberta, sulla schiena. Ma la pelle del mostro era s dura che parve appena sentire il colpo.
Allora gir intorno al gruppo che facevano le due bestie avviticchiate, e mirando alla testa del drago con altro colpo glie la recise di netto. Il leone, come volendo dimostrare gratitudine per il servizio resogli dal cavaliero, si pose blandamente a leccare ora il padrone ora il cavallo, seguendo i passi di Rinaldo che in breve raggiunse i suoi compagni. Questi dimostrarono qualche timore nel vedere la bestia, ma il principe li rassicur e insieme proseguirono il viaggio.
Non camminarono molto che videro su di un poggetto un gran fuoco acceso ed un fiero gigante all'ingresso di una grotta che arrostiva un cervio.
Quell'uomo bestiale, udendo il rumore che facevano i paladini nell'appressarsi, prese un forte bastone, and loro incontro e diresse a tradimento un colpo tale alla testa di Astolfo, che questi cadde a terra tramortito.
Rinaldo, credendolo morto, trasse la spada per farne aspra vendetta, ed evitando con agilit il bastone del gigante, attacc con esso fiera zuffa. Non fu molto lunga la battaglia, poich il paladino cogliendo l'istante in cui il nemico erasi lasciato scoperto, gli diede la Frusberta sul la testa e lo divise in due parti.
Morto costui, Rinaldo corse subito ad Astolfo, ma questi, con l'aiuto di Ricciardetto, erasi gi alzato ed assicur i compagni d'essere restato stordito, ma non ferito dal colpo.
- Allegri dunque - concluse il principe -  morto colui che ti offese a tradimento e noi adesso anderemo alla sua abitazione, ove spero troveremo da saziare il nostro appetito.
Giunti alla grotta, videro infatti un bellissimo cervio posto sullo spiedo e gi mezzo arrostito.
- Lo mangeremo - disse Ricciardetto - alla barba di quel fellone che tent di offenderci.
S dicendo cominciarono a frugare in quell'abituro e trovarono tre pani e un boccale di vino, per cui lieti si sedettero, aspettando che l'arrosto fosse in ordine.
Soddisfatto che ebbero il loro appetito, rimontarono a cavallo, e abbandonando il morto gigante alla voracit dei corvi, continuarono il loro cammino.
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CAPITOLO VENTESIMO.
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Rinaldo libera il regno di Corbonte da una mostruosa vipera e salva Forisena di cui Astolfo s'innamora. - Partenza dei paladini e morte della bolla Forisena. - Conversione di Corbonte alla fede cristiana. - Arrivo dei paladini a Parigi.
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Il nuovo giorno era sorto lieto e ridente, e i paladini, con l'aiuto del leone che innanzi a loro ne guidava i passi, poterono uscire dalla selva.
Dopo aver camminato tutta la giornata, verso il tramonto scoprirono un villaggio. Prima di giungervi per udirono venire da quella parte orrende grida e pianti di donne, per cui stettero pronti a difendersi, senza per arrestare i loro passi, non conoscendo affatto tutti e tre cosa fosse paura.
Giunti presso al villaggio videro uno stormo di villani fuggenti, ai quali domandarono cosa era seguito.
Coloro, senza rispondere alla domanda, dissero:
- Signori, prendete altro sentiero, perch quello che cavalcate mena diritto alla morte.
- Grazie dell'avviso - rispose Astolfo - ma diteci in cortesia qual' la causa delle grida e dei pianti che si sentono nel paese.
Allora un vecchio di quella turba, fattosi avanti, cos disse:
- Sappiate, o signori, che, non  ancora passato un lustro, apparve nelle nostre terre una vipera di straordinaria grossezza. Essa da prima cominci a divorarsi il nostro bestiame e quindi anche noi andammo soggetti alla stessa sorte. Perseguitati dalla morte, con la nostra roba e ricchezze trovammo scampo nella vicina citt, e Corbonte re di questa regione, sebbene illegittimamente e con prepotenza ne possieda lo scettro, fattosi umano al nostro miserabile stato, ci accolse benignamente e propose premi a chi uccidesse l'orribile vipera.
"Non mancarono sulle prime cavalieri e giovani di ardimento a provarsi con l'animale, ma quanti ne andarono pi non tornarono, il che rec molto sgomento a noi e a tutti quelli della citt.
"La belva fatta pi ardita e non trovando altrimenti di che cibarsi nelle campagne, prese la volta della citt. Se ne chiuse allora le porte e le guardie furono raddoppiate, ma la vipera apparve sulle mura a minacciare di morte l'intera popolazione.
"Quale fosse la paura e lo scompiglio non  a dire; il re, riuniti i suoi ministri per consigliarsi con essi, stabil dare met del suo regno a chi uccidesse la bestia.
"Pi di cento cavalieri si offersero e rimasero vittime del mostro; ed il re, non trovando altro mezzo per salvarci, ha fatta una legge, per cui ogni d, quando l'animale viene sulle mura, gli si deve presentare una donzella onde sfamarlo. I nomi di tutte le fanciulle vengono chiusi in un'urna ed estratti a sorte. Oggi  caduta tanta sventura su Forisena, la figlia stessa del re.
Qui il vecchio contadino si tacque, abbassando il capo, immerso in profondi pensieri.
-  bella la figlia del re? - chiese Astolfo.
E quello alzando nuovamente la testa soggiunse:
- Tanto bella da fare invidia a Venere stessa, adorna di tanta virt, che un angelo sembra sceso in terra a sollievo dei mortali.
- Assicurati - riprese Rinaldo - che tal donna non sar boccone di s schifosa bestia, perocch noi arrecheremo alla vipera quel cibo che pi le si conviene.
- Signore, - disse il villano, - voi per magnanimit anderete a morire: come vi ho detto gran numero di cavalieri si son provati per acquistare la donna ed il regno ed in cambio di fortuna hanno trovato la morte.
- Il nostro Dio ci aiuter, - rispose Rinaldo - noi vogliamo avere la dama, ed uccidere la vipera.
-  molto lungi da noi la citt?
- Voi non dovete - rispose il villano - che passare la collinetta che vi sta a fronte.
I paladini ringraziarono e si diressero al luogo indicato.
Prima che Febo, terminando il suo corso, s'immergesse nello squallido occidente, i nostri tre eroi si trovarono alla porta della citt, che subito fu loro aperta.
Giunti alla Corte, trovarono il dolente Corbonte che li ricevette con grandissimo onore.
- Siate i benvenuti, - esclam - e sappiate che Macone vi offre una delle pi grandi fortune. Mia figlia, che qui vedete,  destinata in cibo ad un'orrida bestia. Se cavalieri siete di gran valore, come il vostro sembiante dimostra, potrete guadagnare la dama e met del mio regno.
Astolfo mir l'angelico sembiante della donzella e si sent incendiare il cuore d'amoroso fuoco, ed appressandosi a lei si pose a confortarla, dicendo:
- Voi non subirete s cruda sorte, la vostra bellezza mi spinge ad affrontare mille volte la morte, pure di salvarvi.
Astolfo era un bel giovane ed i suoi dolci e confortanti accenti fecero scendere nel petto della donzella speranza e amore.
Il re intanto, che molta fiducia avea posta sui tre campioni ordin lauto banchetto, durante il quale Astolfo pot sempre meglio corteggiare la vezzosa fanciulla e porsi nelle di lei grazie, tanto che suscit le gelosie dei suoi due compagni.
Sopraggiunse la notte e i nostri tre paladini furono accompagnati in bellissime e vaste camere, ove su morbidi letti, poterono riposare le stanche membra.
Era appena spuntato il nuovo giorno, quando il re fu avvisato che la vipera trovavasi sulle mura della citt.
Allora si rec alle stanze dei paladini, dicendo loro:
-  giunto il tempo di provare se i fatti corrispondono alle parole, ma se l'ardir vostro vien meno, ora che si avvicina il pericolo, lasciate pure l'impresa in cui i pi valorosi cavalieri trovarono la morte e abbandonate mia figlia al suo destino.
Rinaldo, con animo risoluto, rispose che loro erano sotto la protezione d'un Dio che non li lascerebbe morire in un'impresa giusta quanto quella.
Detto ci presero commiato dal re e dalla donzella, e montati sui loro destrieri si fecero aprire la porta ed uscirono dalla citt.
Il popolo come seppe la novella, corse alle mura a mirare la battaglia; il re e Forisena vollero essi pure essere spettatori.
Come Astolfo si avvide dell'orribile bestia si volse a Rinaldo e gli disse:
- Tu, principe, avevi a dispetto che io ieri parlassi con la dama, ma adesso ne ho una dinanzi che volentieri ti cederei.
- A quel che sembra, - soggiunse Ricciardetto, - questa bestia ci far costar caro quel diletto che provammo ieri stando presso quella splendida creatura.
Rinaldo non rispose, ma seguendo l'esempio dei compagni scese da Bajardo, temendo non stasse fermo contro la belva.
La vipera si avvent contro Ricciardetto e gli di tal morso che gli stritol tutta l'armatura.
- Aiutami, Astolfo, - pot solamente dire il giovanetto e cadde come morto.
Astolfo non fu lento a percotere la belva, ma questa lo afferr alla gamba, e gli acuti denti, forando il ferro, giunsero alla carne producendo ampia ferita.
Il paladino, non curando il dolore, percoteva alla testa della vipera col guanto di ferro, ma indarno.
Rinaldo allora corse con la spada, e prima che la bestia potesse districare i denti dalla gamba di Astolfo, seppe con ammirabile sangue freddo a coraggio, colpirla replicatamente al collo e dividerle la testa dal rimanente del corpo.
Ricciardetto intanto erasi alzato, e porse aiuto a Rinaldo per estrarre la gamba d'Astolfo dalla bocca della estinta bestia che tenacemente l'aveva afferrata.
Il popolo dalle mura, esultando per l'ottenuta vittoria, gridava:
- Viva il cavaliero dal leone!
Cos Rinaldo erasi fatto chiamare.
Quando quegli della citt seppero la morte della vipera, corsero incontro ai paladini insieme a Corbante e alla bella sua figlia, la quale vedendo Astolfo steso in terra come morto, sparse amare lacrime ed abbracciandolo teneramente, svel l'immenso amore che gi nutriva per il giovane.
Questi alla fine, per mezzo di spiriti ed altri opportuni rimedi, si riebbe, ed udita la morte della vipera, ne fu oltremodo lieto e guardando con languidi occhi Forisena, dimostrava tutto il contento per saperla libera affatto da ogni pericolo.
Il re abbracciando i paladini offerse loro met del regno e la figlia, ma questi ricusarono le ricchezze e tutti uniti tornarono in citt.
Giunti alla Corte, Astolfo, le cui ferite davano a temere, fu posto in letto e da bravi medici assistito e medicato.
L'innamorata Forisena non sapea allontanarsi dal letto del giovane, e Cupido andava tutto disponendo per ottenere una completa vittoria.
In breve le ferite si rimarginarono, aprendosene nel cuore dei due amanti una pi forte assai, e che non pot essere risanata che dal completo possesso della bella persona.
Venere accennando ad Amore i due giovani, sorrideva, mentre la castit ed il pudore abbracciati, mestamente allontanavansi.
Giunse finalmente il giorno della partenza e Astolfo non pot trovare altre scuse per protrarla.
Rinaldo, preso a parte l'innamorato giovane, gli disse:
- Sembrami, mio caro, che amore ti renda poltrone e ti faccia dimenticare il giuramento fatto al nostro sovrano, di dedicare la vita alla guerra e all'onore. Ricordati che se una belt ci fa deviare dal retto sentiero, bisogna starsene lontani e allora amore va scemando il suo fuoco, in breve si addormenta e ci lascia in pace. Noi non siamo partiti di Francia per vagheggiare le dame, ma sibbene per acquistare gloria e fama; virt che non si acquistano certo stando attaccati alle gonnelle delle donne.
Ricciardetto conferm quanto aveva detto Rinaldo, ed Astolfo, sebbene a malincuore, promise di seguire i compagni.
Allora si condussero dal re a trovandolo solo, il principe cos disse:
- Sire, noi siamo risoluti lasciarti perch ormai  tempo di ritornare alla nostra patria; tu intanto non dei ignorare i nomi di coloro che ti hanno salvata la vita ed il regno. Sappi adunque che io sono Rinaldo paladino di Francia e questi che mi seguono, il conte Astolfo d'Inghilterra e Ricciardetto mio fratello.
"Pensa, o Corbante, quanto saresti pi felice se lasciando la fede di Macone, ti ponessi sotto la protezione d'un vero Iddio quale  il nostro.  a lui che noi dobbiamo il nostro valore e le nostre vittorie; esso mai abbandona chi con fedelt lo serve, e se il mostro che per s lungo tempo molest il tuo regno fu ucciso, si deve alla sua potenza e alla sua volont che guid i nostri passi verso di te per salvarti.
Queste ed altre cose disse il principe, tanto che Corbante convinto, abbracci teneramente i tre paladini e promise distruggere gli idoli ed inalzare altari al vero Dio.
Forisena, dopo uno straziante addio dato al suo amato bene, and al balcone per rivederlo ancora una volta e quando lo ebbe perduto di vista, pel gran dolore cadde a terra svenuta.
Fu condotta, dalle sue cameriere, nella propria camera ove una febbre cerebrale l'assalse, conducendola in pochi giorni al sepolcro.
Il vecchio genitore, inconsolabile per la perdita della sua amata figlia, preso dalla disperazione voleva uccidersi, e solo i dogmi della nuova religione, che si era dato a studiare, lo trattennero dall'effettuare l'insano proposito.
Fece chiudere la salma della bella Forisena in una tomba ad uso dei cristiani e vi fe' porre una lapide che narrava al viandante il destino toccato alla fanciulla, e come i tre paladini avevanla liberata da un'orrida bestia; ed infine per troppo amore aveva lasciata la vita, andando in Cielo ad aumentare la schiera degli angeli.
I tre paladini, ignari del cammino che dovevano tenere, si lasciarono guidare dal leone e questo gli condusse fino ai confini della Francia, dopo di che si dilegu internandosi in un folto bosco.
Ma omai i nostri tre eroi, senza dovere affrontare altri pericoli, si trovavano in luoghi conosciuti. In pochi giorni giunsero a Parigi, ove da Carlo e da tutti i paladini furono ricevuti con grandi onori e somma allegrezza.
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CAPITOLO VENTESIMOPRIMO.
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Storia di Guidone figlio di Bradamante e Ruggiero. - Tradimento ordito da Gano di Magonza per uccider Guidone. - Partenza di Guidone per Parigi. - Il tradimento di Gano viene scoperto e Giulio da Pontiere impiccato. - Guidone, invitato da quattro donzelle, entra in una fortezza di ladroni. - Gli uccide e incendia il castello. - Suo arrivo alla Corte di Francia.
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Ci conviene ora lasciare i nostri amici alla Corte di Francia a godere un ben meritato riposo, e condurremo il lettore a far conoscenza con un altro personaggio, figlio di una delle eroine della nostra storia.
Bradamante, prima di morire, aveva lasciato il suo figliuolo raccomandato ad un ottimo principe che governava in Este; quel buon signore cui la dama affidava il figlio, dopo qualche tempo cess di vivere.
Gano di Magonza, che sempre mirava a tradire la Francia e il suo re, non lasciava mai di tenersi informato sui progressi del giovanetto Guidone, temendo da esso una giusta vendetta per la morte del padre.
Guidone aveva bene imparato a maneggiare la lancia e la spada; la caccia era il suo diletto ed aveva gi dato prova del suo coraggio, col fare sparire da quelle vaste pianure gli orsi e le altre bestie feroci che spesso vi si aggiravano in cerca di preda.
Ora per era mesto per la morte del suo protettore. Lo stato attendeva un nuovo governatore, che Carlo presto doveva eleggere.
Gano adoprava tutta la sua influenza verso il cognato onde ottenere che quel governo fosse affidato ad un suo cugino.
- Tu sai - diceva il traditore a Carlo - che la mia famiglia  sempre stata devota alla tua persona e tu non hai data finora nessuna ricompensa o dignit ad alcuno di casa mia; ti se ne porge adesso l'occasione col conferire il titolo di governatore a qualcuno de' miei congiunti.
Carlo che per disgrazia. della Francia fidava troppo nei consigli di Gano, elesse governatore d'Este Giulio da Pontiere.
Costui, lieto per tanto onore, si apparecchi alla partenza ringraziando il cugino e l'imperatore.
Gano, prima che il congiunto lasciasse Parigi, si port nella sua stanza, gli parl dell'antico odio con la famiglia di Montalbano e tanto fece che lo condusse a promettergli di uccidere, o per ferro o per veleno, il giovanetto Guidone, unico figlio di Bradamante e di Ruggiero.
La balia di Guidone, che teneramente amava colui che aveva nutrito col proprio latte, come seppe l'arrivo del nuovo governatore e che era uno della famiglia di Magonza, sospettando di qualche tradimento, port ad abitare il suo allievo in un villaggio distante due leghe dalla citt.
Dispiacque a Giulio tal partenza, poich sperava col veleno disfarsi di Guidone, e andata a vuoto tale speranza, ricorse ad altro mezzo. Cominci a fare frequenti visite alla balia dimostrando molta affezione al giovanetto. A poco a poco, descrivendogli la grandezza di Carlo, gli eroi della Francia, le imprese di Rinaldo suo zio, fece entrare nell'animo del giovane il desiderio di recarsi a Parigi per conoscere Carlo, la Corte, i suoi parenti e perfezionarsi nell'esercizio delle armi.
La balia, che abbastanza conosceva l'odio dei Magonzesi verso Montalbano, non vedeva di buon occhio le frequenti visite del traditore.
Giulio, per scusare le sue troppo assidue cure, diceva alla balia che partendo da Parigi aveva ricevute raccomandazioni da Carlo e da tutti i paladini pel giovanetto, ma quella, malgrado ci, gli prestava poca fede.
Un d Giulio si port da Guidone e al solito si pose a narrare imprese e fatti d'armi dei paladini, e s bene trov l'animo del giovane disposto, che preg il governatore dargli licenza di andare a vedere Carlo e i suoi congiunti.
Esult l'animo del traditore a tal domanda e per non destare alcun sospetto, pens negare sul principio e poscia accondiscese ai desideri del giovanetto.
Fu deciso che egli partirebbe scortato da quattro cavalieri, e Guidone, tutto lieto e con l'animo suo ingenuo, non pensando che contro lui si macchinasse nero tradimento, salutato il governatore, corse dalla sua balia per narrarle la presa decisione.
- Cosa hai fatto, sconsigliato giovane? - grid essa. - Sai tu a chi hai affidato la tua vita? Sappi che Giulio  magonzese, i suoi congiunti uccisero il padre tuo a tradimento. Gano ha pi volte tentato di trre la vita a tuo zio Rinaldo ed a tua madre... Adesso, oh Dio! temo che si pensi da quel Giuda di disfarsi di te con l'ucciderti a tradimento!
Qui la balia interruppe col pianto il suo dire, e Guidone esclam:
- Viva Dio! Gano e Giulio mi privarono del mio genitore? Ed io lo vendicher. A me le armi, e giuro che quel vile traditore dovr scontare la pena del suo peccato!
- Calma, calma, o signore - riprese la balia asciugandosi le lacrime. - Giulio finora ti si  mostrato amico e non bisogna far conoscere che noi sospettiamo di lui.
Ti ha promesso quattro cavalieri di scorta: guardati da costoro. Io ti fornir da vivere tanto che basti per il tuo viaggio. Nulla tu accetterai da coloro, perch potrebbero avvelenarti come fecero col padre tuo. Non andrai mai ad albergare ove essi ti additeranno, ma altrove, e la notte farai la guardia.
"Quello che pi importa  di non mostrarti nemico loro, ma fingi di amarli, e se ti condurranno fedelmente alla Corte di Carlo, dai loro buona ricompensa. L'occasione non ti mancher di vendicare tuo padre. Se poi lungo la strada facessero palesi le loro prave intenzioni, sappi che la virtuosa tua madre nell'affidarti a me, mi consegn le armi di tuo padre che fedelmente ho tenute celate; di queste adornerai il tuo corpo e con la spada sua difenderai la tua persona.
Guidone, che le parole della buona donna aveva religiosamente ascoltate, rispose:
- Voi, madre mia, che fino ad ora mi siete stata provvida di salutari consigli e che mi avete aperto il cuore esponendomi la verit, non avrete a dolervi di me, che sempre mi condurr da degno figlio di Ruggiero.
Il governatore, giunto in citt, si di a pensare a chi poteva affidare l'incarico di scortare il giovane Guidone; finalmente, dopo lungo meditare, si fe' venire innanzi tre Magonzesi, i pi fidi, a cui confid quanto era duopo fare, e soggiunse:
- Io sar con voi; badate a non scoprirmi finch non sia spento Guidone; io non ho bisogno di valore, ma di fedelt per parte vostra: un giovane inesperto nella guerra che mai si  trovato ad essere assalito da pi persone, non potr difendersi lungamente e soccomber anche se saremo costretti ricorrere al ferro; ma spero che, lungo il viaggio, troveremo modo di ucciderlo col veleno.
Nessuno replic alle parole del governatore, ma inchinatisi innanzi ad esso, i tre congiurati andarono ad armarsi per la partenza.
Giulio ricorse ad una divisa diversa da quella che era solito portare, per non esser riconosciuto da Guidone e dalla balia.
Ben presto il giorno si vest di nero manto, ed ecclissandosi ai mortali di posto ad una notte placida e stellata.
Guidone non pot prender sonno, ma ripensando alle parole della balia, si convinceva sempre pi che un perfido tradimento minacciava la sua vita, ed impaziente numerava le ore per trovarsi di fronte al pericolo.
Anche Giulio pass una notte insonne. Con l'animo conturbato per la presa risoluzione, non pot chiudere occhio. Sapendo quanto Ruggiero fosse stato valoroso e vedendo il figlio tanto somigliante al padre, dubitava della intrapresa e quasi si pentiva aver promessa a Gano la morte del giovanetto.
Con l'approssimarsi del giorno per torn in lui il coraggio, e balzato dal letto corse a chiamare i compagni che gi erano pronti, ed essi, bene armati, lasciarono la citt ed affrettarono i passi verso il villaggio ove Guidone gi pronto li attendeva. Appena pot scorgerli da lungi, mand un grido, dicendo:
- Se essi sono venuti per tradirmi, pagheranno con la loro vita il sangue versato dal mio genitore.
Giulio, giunto alla dimora di Guidone, mand a dire che i quattro cavalieri erano ai comandi del piccolo re di Bulgaria e che il lor signore gli aveva incaricati di fargli scorta fino a Parigi.
- Son qui - rispose Guidone, e si present tutto armato, con fare disinvolto e cavalleresco, quale si conviene ad esperto guerriero.
Giulio nel mirare il nuovo eroe gli parve vedere il formidabile Ruggiero, e tremando di paura non seppe trovar parole per riceverlo.
Il giovanetto si avvide dello smarrimento di lui, ma fedele ai consigli della vecchia balia, non dandosene per accorto e simulando amicizia, soggiunse:
- Cavalieri, voi sarete miei amici e fratelli durante tutto il viaggio, e giunti alla Corte di Francia sapr ricompensare la vostra fedelt. Ditemi adesso: siete voi tutti e quattro di Magonza?
Giulio, affettando un animo tranquillo e sereno, rispose che s, ed il giovane allora riprese:
- Siete di una nazione amica. Io amo e rispetto il vostro signore, come mio padre. Debbo a lui l'esser tolto da questa solitudine e potere andare alla Corte di Carlo ove potr mostrare il mio valore.
Ci detto abbracci teneramente la balia, che all'orecchio gli raccomand di star sempre in guardia, e con sorprendente agilit salito sul suo bianco destriero, tutta la comitiva si messe in viaggio.
Giulio, lungo la strada, andava contemplando il giovanetto, e se non fosse stato certo della morte di Ruggiero, lo avrebbe creduto esso stesso, tanto nelle movenze e nel volto somigliava suo padre.
Il traditore tenevasi la visiera calata e non aveva coraggio di far parola per tema d'esser riconosciuto; il timore invase l'animo suo, e sebbene avesse quattro compagni, cominci a dubitare di poter con le armi vincere il giovanetto.
La notte era per sopraggiungere, e Giulio propose di entrare nel pi prossimo albergo, ove poter ristorarsi e riposare le membra stanche per il lungo viaggio.
- Voi non parlate da senno - rispose Guidone. - Chi esercita il mestiere della guerra, deve sempre tenersi lungi dalle agiatezze. La nuda terra sar l'albergo per la prossima notte; io vi far la guardia e voi dormirete tranquilli.
Giulio fu contrariato da tale risposta, e dal sorriso schernitore del giovanetto, arguendo che il suo tradimento fosse stato scoperto, risolse finirla col venir subito alle mani; per cui fattosi animo, grid:
- Muori, scellerato!
E col brando, all'improvviso, men alla testa di Guidone.
Questi, che stava sugli attenti, ripar il colpo, n parve in ci un ragazzo, ma il pi forte guerriero del mondo; con in pugno la spada alzata, grid:
- Questo ferro che fu di mio padre, far nelle mani del figlio la sua vendetta.
E menando una stoccata, pass parte a parte il primo che ebbe la sfortuna farglisi innanzi.
Rimase la lotta di tre contro uno.
Con un colpo ammirabile, il giovanetto divise in due il secondo nemico, che per la paura non tent nemmeno difendersi.
A s terribile colpo Giulio conobbe la propria rovina, e per evitarla, tent fuggire, ma incontratosi col terzo cavaliero, questi gli grid:
- S presto fuggi dinanzi ad un fanciullo? Ove  il tuo valore?
Giulio, a quei detti, arrest il corso del suo cavallo e fidando nella forza del compagno, torn sui propri passi per assalire Guidone; questi per aveva gettato lo scudo, ed alzando con ambe le mani la spada, la di s forte sul capo dell'amico di Giulio, che sebbene opponesse energica difesa, fu diviso sino al petto.
Il governatore, sbalordito alla vista di tal colpo, e omai disperando poter vincere l'avversario, si arrese ponendo la spada nelle mani del vincitore; ma Guidone lo prese per i capelli, e ponendogli un laccio al collo, lo impicc ad una quercia che trovavasi l presso.
Rimasto solo, il giovane fu alquanto incerto cosa dovesse fare, poich ignorava la via da tenere per recarsi in Francia.
A scacciare ogni molesto pensiero, trasse dalle sua sacca qualche provvigione, di cui la balia lo aveva fornito, e si pose a fare una parca cena.
Aveva appena terminato di mangiare che ud il suono d'una campana. Si alz, inforc il suo destriero e si diresse alla volta di quel suono, con speranza di trovare una guida che potesse indicargli la via per la Francia.
Non and molto che scorse da lungi una fortezza e si avvide che pi di cento ladroni vi entravano, chi portando sacchi di denari e chi oggetti rubati.
Infatti la campana aveva suonato per avvertire quei manigoldi che era giunta l'ora di ritirarsi a mangiare.
Guidone aveva tutto osservato, senza esser veduto, e stava in dubbio se dovesse o no appressarsi al castello e chiedervi la guida; ma poi ricordandosi del valore di suo padre, da s stesso si chiam vile se lasciava impunita quella gente cattiva senza provarsi almeno di sbaragliarla.
Era gi notte, ed il giovanetto tutto solo, giunse alla porta del castello e squill la tromba per indicare a quei di dentro che chiedeva ospitalit.
Prov grande meraviglia allorch quattro bellissime donzelle, con affabile volto, si fecero al verone per chiedere cosa volesse.
Guidone allora domand alloggio per quella notte.
- Ben volentieri - rispose una di esse.
E tosto fu calato il ponte ed il giovanetto entr nel forte.
Una delle dame si prese subito cura di menare il cavallo alla scuderia, le altre condussero il cavaliere in una bellissima camera.
Durante il tragitto, Guidone non s'incontr con nessuno. Sembrava che il castello fosse solo abitato dalle quattro donzelle. Ci lo mise in sospetto, pensando che i ladroni, al suo arrivo, si fossero nascosti per giocargli qualche brutto tiro durante la notte. Decise di stare in guardia, non far parola di quanto aveva visto e aspettare gli eventi.
Interrogato dalla pi bella delle quattro dame se voleva disarmarsi, rispose di no e domand gentilmente a chi appartenesse quella fortezza.
- Signore - disse una di loro - sono scorsi or molti anni che un cavallero appellato Rodomonte, conquist questa terra e ne uccise il vero padrone; poscia dal villaggio vicino rap le donzelle pi vaghe che obblig servirlo come spose; dopo alquanti mesi dov partire e disse alle donne di tenere quella fortezza con tutte le ricchezze che conteneva, a patto per che facessero giuramento che chiunque si abbattesse a questa volta e chiedesse ospitalit in questo castello, se cavaliero, dovesse esser servito come la sua persona; per non doveva dimorarvi che soli tre giorni, durante i quali avrebbe dovuto appagare le brame delle donne, e se il cavallero fosse stato insufficiente a soddisfarle tutte, era in loro facolt di ucciderlo.
"Da prima le donne erano trenta, e pi d'un cavaliero rimase ucciso da esse; ma adesso siamo quattro solamente, sicch la legge pu con facilit eseguirsi.
"Sono io la prima che debbo servirvi, ma se dopo la mezzanotte volete cambiare, verr Deliana, che cos chiamasi quest'altra mia compagna, e dopo di essa le altre due.
- Sono ben contento di ci - rispose il giovanetto - ed io sar ossequiente alla legge con vantaggio; ma essendo affaticato per il lungo cammino, per questa notte bramo dormir solo, domani poi sar a vostra disposizione.
- Ci non pu essere - riprese Deliana - se siete affaticato, noi vi rinfrancheremo con ottimi cibi e buoni vini, che la nostra cantina possiede in quantit.
Il giovanetto tosto comprese che il rifiutare sarebbe stato un destar sospetto, e che importava altres scoprire il tradimento che sotto quella donna si nascondeva, per cui simulando accondiscendere ai suoi desideri, cos rispose:
- A mostrarvi che non sono un poltrone e che mi trovo abbastanza forte da potervi soddisfare tutte, ecco quella che io scelgo a mia prima compagna per questa notte.
Cos dicendo trasse a s la bella Deliana.
Costei mostrandosi innamorata e baciando pi volte il giovane, lo invitava a spogliarsi, ma esso rispose che un giuramento fatto impedivagli di togliersi le armi fino a che non avesse ucciso un suo mortale nemico.
Fu da Deliana invitato a ristorarsi, ma a ci pure si rifiut con la scusa di avere gi soddisfatto il suo appetito nella selva coi cibi che avea seco.
Fallito tal colpo (poich quelle donne solevano avvelenare tutti i cavalieri che giungevano col) fu duopo che Deliana andasse a chiudersi nella stanza con Guidone; ma come furono soli, il giovane trasse un pugnale e con quello intim alla donna il pi assoluto silenzio; legatala poscia bene stretta, trasse la spada e si tenne pronto ad una valida difesa, nel caso fosse stato assalito.
Le altre tre donne intanto davano avviso ai ladroni, di cui erano concubine, dicendo che il cavaliero non aveva n mangiato n bevuto, ma con sommo piacere aveva accettato di dilettarsi con Deliana.
- Ci basta - rispose il capo degli assassini - ella sapr legarlo, quando spossato dalla stanchezza, dormir al suo fianco.
Tutti bene armati andarono a desinare, aspettando che Deliana desse loro avviso di potere entrare nella camera, e perch la notte si avanzava e quella non compariva, supposero che si fosse addormentata insieme al cavaliero, per cui si avvicinarono alla stanza con le armi in mano e bussarono lievemente alla porta.
Guidone minacciando la donna col pugnale le imped di gridare.
Nessuno dubit che i due giovani fossero immersi in profondo sonno, per cui due di questi assassini aprirono la porta e entrarono nella stanza.
Guidone, poich se li vide innanzi, con due colpi di spada li trafisse.
Allora cominci una terribile battaglia. Quella gente mal poteva difendersi perch ebra.
In breve ora, Guidone pi di venti ne uccise e gli altri si arresero, e da lui furono strettamente legati; quindi voltosi alle donne, che tremanti di paura non ardivano muoversi, le forz a dire la verit.
Una di esse fattasi animo cosi prese a parlare.
- Sappiate, o signore, che quanto vi  stato detto era vero, solo vi abbiamo tenuto nascosto che adesso l'uso  cambiato, ed ecco come.
"Un d fummo assalite da cento Magonzesi fuggiti da Parigi a causa dei loro tradimenti fatti alla Corte; di ventisei che eravamo, noi sole trovammo misericordia, ma dovemmo giurare di cedere loro la fortezza e fare quanto ci imponevano; noi giurammo, ed essi esercitando la professione di ladri e assassini, ci hanno obbligato di avvelenare tutti i cavalieri che qui giungono, e quando ci non si pu effettuare, ci obbligano sedurre il cavaliere, stancarlo con amorose lotte, e quando esso riposa in placido sonno, dar loro avviso che tosto lo derubano e uccidono.
- Benissimo - esclam Guidone - ed essendo costoro tutti Magonzesi, morranno come ad assassini si conviene, e voi, degne loro compagne, subirete la stessa sorte.
Ci detto appicc il fuoco a vari punti della fortezza, ed uscitone col suo cavallo, si pose a mirare l'incendio, e non part finch tutto fu distrutto.
Dopo lungo viaggio, Guidone giunse a Parigi senza altri incidenti. Si di a conoscere all'imperatore e fu da esso e dai parenti suoi e da tutti i paladini grandemente festeggiato.
Il traditore Gano, saputo il suo arrivo, e temendo l'ira e la vendetta del giovane, si allontan da Parigi.
Guidone avrebbe voluto inseguirlo per ucciderlo, ma ne fu distolto dai consigli dei suoi amici, che lo pregarono desistere per riguardo a Carlo, promettendogli che presto sarebbe giunta l'ora della vendetta.
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CAPITOLO VENTESIMOSECONDO.
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L'imperatore Carlo s'innamora di Bellisarta figlia del re di Napoli. - Orlando e Rinaldo s'impegnano di condurla in Corte. - Uccidono il re di Napoli e rapiscono la fanciulla di cui Rinaldo s'invaghisce. - Morte di Bellisarta.
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Un d Carlo standosi a banchetto, fu avvertito che un giullare di molto grido chiedeva d'essere introdotto alla sua presenza. Il re tanto per passare il tempo che la lontananza dei suoi paladini gli rendeva noioso, di libero accesso al giullare, che giunto alla reale presenza, dopo aver cantato sul suo liuto varie e burlesche canzoni, trasse da una borsa un centinaio di ritratti che, a suo dire, erano le effigie delle pi belle principesse del mondo. Carlo si pose a contemplarli attentamente ed uno form l'oggetto della sua ammirazione.
Era una donzella di rara bellezza, figlia del re di Napoli, per nome Bellisarta, il cui padre, gelosissimo, la tenea costudita da sei giganti e dodici cavalieri fra i pi valorosi del suo regno. Carlo volle comprare quel ritratto che il giullare gli vend a caro prezzo. Partito questi, il re a tutto suo agio si mise a contemplare le sovrumane bellezze dipinte su quell'avorio, e quantunque vecchio, fu preso da irresistibile amore per Bellisarta, tanto che la notte pi non dormiva, e gli affari di stato ponea in oblio. La deperente salute del re, mise in grande apprensione il suo maggiordomo, il quale scrisse subito ad Orlando che venisse a confortare lo zio, ed a scoprire la causa dell'angoscia che lo tormentava.
Giunse Orlando e d'intesa col maggiordomo, chiusosi nella camera del re, all'insaputa di questi con molta meraviglia, ascolt tali parole che il vecchio diceva contemplando il ritratto:
- Oh! perch fortuna crudele lasci disperare un re che ha vinto regni c battaglie? Se per la mia inoltrata et  ridicolo chiedere s giovane sposa, perch rendermi innamorato?
Questi e simili discorsi mormorava il vecchio, mentre calde lacrime scendevangli sulla canuta barba. Orlando accortosi che amore era quel che tormentava lo zio, ebbe la speranza di salvarlo, e scopertosi si di a fargli animo e promettergli che le sue brame sarebbero state appagate, e che l'oggetto del suo amore sarebbe ben contento divenir moglie d'un tanto re e imperatrice di Francia.
Tali ragioni persuasero lo zio (facil cosa  persuadere un vecchio innamorato) e abbracciando e baciando il nipote, di ad esso l'incarico di farlo felice.
Orlando non ignaro delle difficolt che avrebbe dovuto superare e non troppo pratico delle cose d'amore, pens rivolgersi a Rinaldo, che di questi affari era sommo maestro e preso commiato dal re, dopo avergli promesso di occuparsi della sua felicit, si rec a Montalbano.
Rinaldo avvertito dell'arrivo del conte, gli and incontro facendogli tutte quelle accoglienze degne del primo paladino di Francia. Dopo un gran pranzo, dato in suo onore, Orlando baciata la mano a madonna Clarice, chiese licenza di ritirarsi con Rinaldo nella sala d'armi, ed ivi esposto lo scopo della sua visita, chiese consiglio sul da farsi.
Rise il principe dei pazzi amori del re, ma sapendo che difficile  vincere tale passione in cuore senile, promise assisterlo, e fatti i preparativi di partenza e salutata la moglie e i figli, si rec col conte a Parigi, e giunto alla presenza dell'imperatore cos favell:
- Sire, sarebbe follia tentare di rapire una dama da un paese straniero, n vale arte umana per farla innamorare d'un vecchio; per cui l'unico mezzo per ottenere il nostro scopo  l'inganno secondato dalla forza. Se vostra maest brama possedere Bellisarta chiedo primieramente che Orlando mio cugino debba seguirmi e obbedirmi in tutto quanto sar per disporre; mi abbisogna quindi una nave montata con gran lusso e bene equipaggiata, e finalmente chiedo tutte le gioie imperiali che la defunta vostra sposa possedeva.
L'imperatore consent a quanto volle il paladino, e diede ordine perch una delle migliori navi fosse pronta a seconda dei suoi desideri.
Terminati i preparativi del viaggio, i due paladini vestiti da mercanti di gioie si posero in mare e giunsero felicemente in Napoli, ove al popolo meravigliato cominciarono a vendere gioie di poco valore, asserendo d'averne altre bellissime e di gran pregio.
La voce giunse fino al re che, pregato dalla figlia, fe' chiamare i mercanti a mostrare le loro rarit. I superbi brillanti, i topazi e altre pietre preziose che possedeva la corona di Francia, furono schierate in bell'ordine avanti agli occhi della fanciulla che ne rimase sorpresa, come sorpresi rimasero i due paladini alle angeliche forme e alla pi che rara belt di Bellisarta.
Rinaldo disse:
- Sire noi abbiamo sulla nave due gioie di cui eguali al mondo non esistono; tutti i principi che le hanno viste hanno confessato il loro stupore.
Bellisarta mostr desiderio di vederle e il re pure, e con dieci cavalieri di scorta si recarono sulla nave. Il popolo plaudente fe' loro corteggio fino al porto.
Il monarca e sua figlia furono introdotti in una elegante e bella cabina, nel tempo che Rinaldo dava ordini segreti perch la nave prendesse il largo.
Quando Bellisarta e suo padre credevano ammirare le tanto vantate gioie, i due paladini toltisi i loro finti abiti, comparvero vestiti da guerrieri e Rinaldo disse:
- Sire, chi ha una figlia bella non ne deve esser geloso, altrimenti  meritevole di morte!
E con la spada gli recise il capo. La donzella cadde svenuta e fu chiusa in una cabina, nel tempo che i due paladini con pochi colpi si liberarono dei cavalieri di scorta.
Il popolo di Napoli che attendeva il ritorno del Re, vedendo allontanare la nave, suppose che il monarca avesse voluto fare con essa un breve tragitto, e quando si accorse del tradimento, era troppo tardi per arrecare soccorsi.
Allorch la bella fanciulla torn in sentimento si pose a piangere la morte del padre, appellando ladroni i due mercanti.
- Madonna, - diceva Orlando, - noi siamo i primi paladini di Francia. Carlo nostro signore, essendo vedovo, brama sposarvi; egli sospira per voi, e tra non molto sarete nostra imperatrice. Per sottrarvi alla gelosia di vostro padre, non vi era altro espediente che rapirvi.
A tali parole la fanciulla parve un poco rasserenarsi, tanto  potente l'ambizione nelle donne. Ma i begli occhi e le celestiali sembianze di Bellisarta avevano acceso amoroso fuoco nel cuore di Rinaldo.
La nave intanto toccava il porto di Marsiglia e i paladini bene armati montarono a cavallo per andare fino a Parigi per terra. Due strade vi conducevano: l'una andava diretta, l'altra, facendo pi lungo giro, passava da Montalbano.
Rinaldo, arrestando il cavallo, si volse al conte dicendo:
- Cugino, credi tu che io abbia s bene lavorato per condurre tanta bellezza a Carlo?... Cosa dir di noi quest'angelo, quando sar baciata da un labbro cadente e vecchio come quello del nostro re? Lascia, amico, che essa gusti un po' di diletto, e a questo penso io; poscia la daremo a Carlo.
- Tu sei un infame, - grid il conte, - ma la Durlindana ti far metter giudizio.
Rinaldo senza rispondere depose al suolo la dama, che stava in groppa allo stesso suo cavallo, e incroci la sua spada con quella del conte. Dopo fiero combattimento, Orlando stordito per un colpo alla testa, si pieg sulla sella. Il principe colse il destro e riprendendosi la donzella and verso Montalbano.
Orlando tornato in s, fu dispiacente del caso occorso e animato da giusto rancore si mosse per raggiungere Rinaldo e punirlo della sua audacia, ma riflettendo che andava contro un suo cugino con cui mille perigli insieme aveva affrontato, e d'altra parte trovando scusabile se si era invaghito di tanta belt, mentre un vecchio come Carlo ne andava pazzo senza averla vista, pens meglio recarsi direttamente a Parigi e narrare tutto all'imperatore.
Carlo ne fu irato quanto mai e mille angoscie gelose lo assalirono. Maledisse il traditore Rinaldo e deliber recarsi a Montalbano e, ove Rinaldo fosse stato tanto ardito da aver osato violentare Bellisarta, punirlo dell'atto suo indegno ed iniquo.
Il principe intanto aveva condotto la donzella alla sua fortezza e presentata a Clarice come futura sposa di Carlo.
Bellisarta vistasi in bala del paladino e disperando perci di divenire imperatrice di Francia, ne prov tanto rammarico, che la mattina fu trovata morta di crepacuore nel proprio letto.
Rinaldo, avvedutosi troppo tardi dell'errore commesso, per attenuare il proprio fallo, ordin che la chiesa del castello fosse addobbata a lutto, e sopra un ricco catafalco fece deporre la morta fanciulla che sembrava un angelo addormentato.
Nel tempo che si eseguivano le funebri esequie, giunse Carlo a cui Rinaldo con mesto sembiante, narr che Bellisarta, trovandosi indisposta per il lungo viaggio, aveva voluto riposarsi in Montalbano e la mattina era stata trovata morta.
- Infame, - rispose Carlo, - tu sei la cagione della sua morte. Dovevi condurre la fanciulla a Parigi e non a Montalbano.
E pieno di cordoglio, dopo aver baciato in fronte l'estinta, abbandon il castello e si restitu alla sua Corte.
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CAPITOLO VENTESIMOTERZO.
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Gano consiglia Carlo far prigione a tradimento Rinaldo. - Il mago Malagigi lo salva dalla morte. - Carlo assedia Montalbano. - Rinaldo e la sua famiglia fuggono per un sotterraneo e trovano asilo presso il re di Tremogna. - Il castello viene distrutto. - Rinaldo, pentito, si arrende a Carlo da cui viene condannato a perpetuo esilio.
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Carlo non poteva dimenticare Bellisarta; per molti giorni la pianse incolpando Rinaldo di tanta sventura; quindi recatosi da Gano, volle che gli indicasse il modo di vendicarsi del paladino.
- Il suo delitto  degno di morte, - rispose Gano, che godeva in cuor suo gli si porgesse modo di disfarsi di chi tanto odiava. - Voi, sire, non ignorate che la Corte e tutta la Francia tiene in grande stima quell'infame ladrone, per cui dovrete fingere di porre in oblio l'affronto ricevuto e credere a quanto Rinaldo vi ha detto sulla morte di Bellisarta. Onde solennizzare e proclamare inalterabile la vostra amicizia, scrivetegli di proprio pugno che venga a Parigi, ma passate prima a me la lettera, che io vi aggiunger, imitandole, anche le firme di Orlando e di altri paladini. Rinaldo accorrer al vostro invito, e noi la notte lo porremo in prigione per farlo poi morire sulle forche.
Piacque al re, tanto era cieco di furore, l'odioso piano di Gano e fu subito eseguito.
Un ambasciatore fu spedito con gran pompa a portare la lettera del re, e Rinaldo, grato dell'amicizia che Carlo gli offriva ad onta del suo misfatto, si port a Parigi.
Fu festeggiatissimo il suo arrivo, ma giunta la notte, nel tempo che il paladino placidamente dormiva in una camera del palazzo, Gano con molti de' suoi Magonzesi mise tra i ceppi il principe e lo condusse alla presenza dell'imperatore, che sfogando tutta l'ira sua, lo condann a morte.
La domane per tutta Parigi si seppe l'arresto del paladino.
Orlando, pieno d'indignazione, corse dallo zio, rimproverandolo d'aver usato il tradimento per punire un suo suddito, accettando i consigli di quell'infame Gano. Il re addusse a sua scusa la morte di Bellisarta, causata dalla condotta di Rinaldo. Vennero altri paladini per interceder grazia a favore del principe, ma Carlo fu irremovibile.
Gano si offerse esecutore di giustizia, e stando a decidere qual genere di morte dovevasi dare al prigioniero, si present ad essi un frate col suo cherico, ed in tal modo parl all'imperatore:
- Sire, se il principe  reo, ricordatevi che  sempre un cristiano, ed  dover vostro far si che prima di morire si penta dei peccati commessi e ne sia assolto, per potersi presentare a quel Dio che deve giudicarlo.
-  giusto - rispose Carlo.
E tosto i due frati furono condotti nella prigione, liberi di trattenersi tutta la notte col prigioniero.
Il giorno dopo, il delinquente, ben custodito dai Magonzesi, fu condotto al luogo del supplizio, e nel momento che un padre assistente presentava il crocifisso a Rinaldo, questi in fumo disparve, lasciando stupefatti Gano e tutti i Magonzesi.
Ci non far meraviglia ai nostri lettori, quando si avr detto loro, che il frate confessore altri non era che Malagigi e il cherico il diavolo Nucalone condotto dal mago per sostituirlo a Rinaldo.
Quello che provasse Carlo nell'udire la miracolosa fuga del paladino, ognuno se lo potr immaginare. Fu dato subito ordine di porre l'assedio a Montalbano, e Orlando ebbe l'incarico di sfidare il principe, se col trovavasi, a singolar tenzone.
Il conte subito si rifiut, ma costretto finalmente da severi ordini del re e riflettendo d'avergli giurata fedelt eterna, stracciata l'insegna che portava ed indossatane una verde, si rec con questa sotto le mura di Montalbano e fece squillare la tromba di sfida.
Rinaldo esc fuori dalle mura disarmato e presentandosi a Orlando, cosi disse:
- Cugino, sebbene tu abbia vestita altra insegna, pur riconosco in te il mio compagno, l'amico mio, il mio parente pi caro. Sai bene che in me non alberga timore e se fo atto di sottomissione non  per vilt. Io mi ti arrendo, e piuttosto che pugnare contro di te, uccidimi, che la vita non curo pi nulla, in odio al mio re ed abbandonato dagli amici miei. Fai di me ci che vuoi, ma non mi dare nelle mani di quell'infame Gano.
Orlando, a tali parole intenerito, abbracci Rinaldo e tornato al campo, disse al re:
- Sire, io mai pi prender il brando centro mio cugino. Egli  pronto a qualunque punizione vogliate sottoporlo, purch questa non sia ignominiosa e soggetta ai capricci di Gano,
- Tu vaneggi - rispose Carlo. - Io voglio distruggere quel covo di assassini, e tu dovrai aiutarmi.
- Questo non sar mai, - soggiunse Orlando. - Rinunzio agli onori e al grado che vostra maest mi ha compartito, ma non tradir mai l'amicizia.
Lungo fu l'assedio e disastroso per la famiglia di Rinaldo. Giunse il tempo in cui mancarono i viveri, e gli assediati si trovarono nella necessit di mangiare perfino i cavalli. Fu fatta eccezione solo per Bajardo.
Un giorno che mesti e desolati si aggiravano nel cortile del castello, venne fatto a Rinaldo di scoprire una botola. Provvisto di una fiaccola vi entr, e percorrendo un lungo sotterraneo, dopo due leghe di cammino, trov la luce.
Per tale scoperta fu salva tutta la famiglia, che pot uscire dal castello e recarsi presso il re di Tremogna stretto parente di Clarice, che udendo tutte le sciagure sofferte, accord ospitale asilo.
Carlo Magno, stanco omai di s lungo assedio e consigliato da Gano, che credeva Rinaldo e tutti i suoi estinti per fame, decise prendere la fortezza d'assalto. I paladini si rifiutarono, non volendo aver parte alla strage del loro pi valoroso compagno. Allora Gano coi suoi Magonzesi, per mezzo di scale, penetr nella fortezza e con sua somma meraviglia la trov vuota.
L'imperatore, quando seppe che Rinaldo gli era sfuggito di nuovo, sal su tutte le furie e diede ordine che fosse spianato il castello, lo che in meno di due giorni fu eseguito,
Gano non fu contento per la distruzione di Montalbano, voleva la morte del principe e di tutta la sua famiglia.
Per mezzo di spie seppe che esso trovavasi in Tremogna, la qual cosa udita da Carlo, ordin che l'armata si avanzasse alla volta di quella citt e vi ponesse l'assedio. Mand poscia ambasciatori al re, minacciandolo, qualora non consegnasse Rinaldo con la famiglia.
Il principe allora, addolorato per la morte del vecchio padre, che i digiuni sofferti ed il dolore di vedere il proprio figlio perseguitato, avevano condotto al sepolcro, riunito consiglio coi fratelli e col re di Tremogna, cos prese a parlare:
- Signore e fratelli, non voglio per cagion mia compromettere ancora di pi le vostre persone presso Carlo. Domani ander da lui, gli offrir la mia vita a patto che cessi ogni persecuzione contro di voi.
Il re di Tremogna, i fratelli e la moglie del paladino, si opposero gagliardamente a questa risoluzione, ma Rinaldo fu sordo a tutte le preghiere, a tutti i consigli, e attese con impazienza il nuovo giorno per udire dal labbro di Carlo quale doveva esser la fine di colui che mille volte lo aveva salvato da potenti nemici.
Alla novella aurora, Rinaldo armatosi, chiam a s i fratelli e la moglie, e dopo averli stretti lungamente al petto, disse:
- Sar questo l'ultimo giorno che io vi vedo, l'ultimo amplesso che vi do; son sicuro che vi ricorderete sempre di me ed io penser a voi fino all'ultimo respiro; parto, vado a porre la mia vita nelle mani dell'imperatore. Una sola cosa bramo da voi, ed  che se sarete chiamati al campo, non rifiutate di venire. Mi promettete ci?
Tutti col volto bagnato di lacrime, promisero obbedienza e rassegnazione, e Rinaldo part. Entr nel campo di Carlo cavalcando Bajardo, e nessuno, mirando il paladino quieto e tranquillo, ard offenderlo. Giunse alla tenda dell'imperatore senza esser molestato. Carlo appena lo vide, divenne pallido in viso, ma Rinaldo gli si gett ai piedi chiedendo perdono. Carlo irato, interrogollo perch fosse venuto, a cui rispose:
- Tu, signore, mi eleggesti cavaliero ed a te solo consegno il brando.
L'imperatore prese la spada e la diede ad Orlando, quindi soggiunse:
- Dimmi, sciagurato, posso io usare della mia autorit per punirti come meriti?
- S - rispose il principe - ogni tuo cenno sar da me obbedito.
Carlo gl'impose che si spogliasse delle armi, e queste furono date a Gano, che in tutta la sua persona mostrava esser lieto.
Ordin quindi che fosse legato e condotto al capestro.
- Sire! - esclam Orlando pieno di sdegno - tenti invano condurre Rinaldo alla morte, finch noi tutti siamo vivi. Se non revochi s odioso comando, questo d sar la gioia dei traditori e dei pagani, perch tu e Gano caderete entrambi!
Tutti i paladini alzandosi con la spada sguainata, confermarono i detti di Orlando, il quale prosegu:
- Al reo pentito si perdona; lo fa Cristo in Cielo, lo farai tu in terra; Rinaldo, volendo, avrebbe potuto distruggere il tuo campo e senza lunga contesa privarti di quella vita che a lui togliere vuoi.
Carlo costretto dalle minacce dei suoi paladini, forzatamente rispose:
- Poich dovr perdonare la vita a costui, voglio che in abito di pellegrino, scalzo e tutto solo, vada a piangere su quella terra ove Cristo mor: dovr far solenne giuramento di non farmi guerra, n tornare al mio reame, se prima da me non sar chiamato; per mia sicurezza dovr consegnarmi la sua famiglia, che terr in ostaggio finch a me piacer e far morire al primo suo fallo.
Rinaldo allora rispose:
- Accetto tutto, o sire, ci che mi hai imposto, ma dovrai per tua clemenza perdonare al mio parente re di Tremogna, che mi accolse ramingo e senza asilo.
Carlo acconsent, e fatta venire la famiglia di Rinaldo, fu tenuta come prigioniera; questi poi, vestito da pellegrino, fe' solenne giuramento alla presenza dell'arcivescovo Turpino, d'obbedire in tutto quanto aveva ordinato re Carlo, e dopo di avere abbracciato la moglie, i figli, i fratelli, raccomandando tutti al conte e ai paladini, si pose in viaggio.
Orlando di nascosto pot consegnargli la spada Frusberta che l'esiliato paladino cotanto amava.
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CAPITOLO VENTESIMOQUARTO.
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Rinaldo abbandona Parigi in veste da pellegrino e si reca in Gerusalemme; quindi in Damasco, ove viene riconosciuto dal gran Can e accolto in Corte ove assume la carica di gran penitenziere. - Giostra in Damasco. - Rinaldo vince la giostra, ma rinunzia alla figlia del gran Can.
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Rinaldo, il volto scarno, il corpo curvato, da mille sciagure conquiso, accattando di porta in porta, giunse finalmente a Gerusalemme, e niuno al certo avrebbe potuto riconoscere in esso il pi fiero paladino di Francia.
Un d si present ad un'osteria e non avendo che pochi soldi per fare una parca merenda, ordinava all'oste di portargli un poco di pane e un po' di vino, quando giunse un messo straniero, che egli riconobbe per un gran signore della Corte del gran Can.
Il nuovo arrivato ordin un lauto pranzo, ed avuto riguardo al pellegrino, volle che seco lui sedesse alla mensa, ove Rinaldo pot sfamarsi a piacere.
Stando a parlare, il principe chiese in grazia che gli dicesse ove fosse diretto, a cui il messo cos rispose:
- Il gran Can, mio caro, ha bandito una giostra; il premio ne  una sua figlia con met del suo reame. Qualunque cavaliero pu intervenirvi, poich il mio signore pi apprezza il valore che le ricchezze. Solamente  vietato il prendervi parte ai cristiani, e ci il gran Can fa per scorno a re Carlo, che band dalla sua Corte il pi bravo guerriero del mondo. Io sono incaricato di fare gli inviti ai principali signori pagani.
Il messo, terminato il pranzo, prese commiato e pagato l'oste, si allontan.
Rinaldo non pot trattenere le lacrime, pensando che un gran sovrano ricordavasi di lui, e stabil portarsi in Damasco ed assistere allo spettacolo della giostra senza punto scoprirsi.
Detto fatto, lasciata l'osteria, il principe acceler i passi verso la festosa citt, ove giunse di buon mattino. And vagando alla ventura, finch la fame cominci a farsi sentire, ma ovunque presentavasi per chiedere un poco di pane, era vilmente scacciato; alla fine ud che in Corte si dispensava abbondante cibo ai poveri, ed il principe vi accorse.
Era la dispensa piena di accattoni che questionavano fra loro per essere i primi a ricevere il cibo, talmentech Rinaldo si mise in disparte aspettando che tutta quella gente sgombrasse. Come fu restato solo si appress al credenziere e gli chiese per carit qualche cibo.
- Amico - disse quell'uomo - nulla  rimasto, sei giunto troppo tardi.
Il paladino dov tornarsene con le mani vuote e la fame in corpo. A pochi passi per si avvide che un accattone aveva tanta roba da poter mantenersi una settimana, allora gli si appress chiedendogli di che sfamarsi.
- Tu - rispose colui - non hai saputo o voluto urtare i compagni per farti posto; io ti ho veduto che stavi ad osservare gli altri che lavoravano di gomito per giungere al dispensiere. Dovevi fare come me che, a forza di spinte, vi son tornato pi volte. Chi non ha avuta la fatica non abbia il guadagno.
Rinaldo combatteva con la fame, ed a colui che con ostinazione ricusava di dargli qualcosa, tolse violentemente un pollo per mangiarlo. L'accattone, ritenendosi offeso, men un gran pugno al paladino; questi perd la pazienza e con un colpo di bastone lo gett in terra. Le guardie del palazzo accorsero al rumore; Rinaldo fu arrestato dall'ufficiale di guardia e menato in prigione.
Il fatto fu raccontato al gran Can, che fece tosto condurre alla sua presenza il pellegrino. Non tard il re a riconoscerlo, e licenziati i suoi ministri, come fu solo con Rinaldo, lo abbracci caramente, quindi gli chiese perch fosse disarmato, e saputo dal paladino come la cosa era andata, ordin al capitano che gli riportasse il brando. Rinaldo per, sebbene riconoscente alle premure del gran Can, non volle vestire armi, e da questi fu eletto gran penitenziere. Nessuno seppe della sua presenza in Corte, ove non tardarono a giungere grandi signori pagani per prender parte alla giostra.
Il gran Can riceveva tutti con gentilezza, ed andava altero di avere presso di s tanti re e signori.
Prima che venisse il d stabilito al gran torneo, pi di mille pagani trovavansi nella citt.
La festa annunziata, aveva dato speranza ad un giovane valoroso, certo Costantino Selvaggio, figliuolo del re Palalisse, di poter riacquistare il suo regno, perduto dopo la morte del genitore.
Era Costantino un bellissimo giovane, valoroso in guerra e gentile di modi, e per le sue doti fisiche e morali, molto simpatico alla figlia del gran Can, che non lasciava occasione di manifestargli questi suoi sentimenti di simpatia e, possiamo anche dire, di amore.
Re Paitante, nero di volto e di maniere triviali, amava anch'esso la principessa, e s'indispettiva nel vederla spesso al fianco di Costantino, e ne' suoi impeti di gelosia diceva ad alta voce:
- Nello steccato vedremo chi sar pi degno d'impalmare la bella principessa.
Il d della gran giostra giunse, e il gran Can preg Rinaldo di prendervi parte, ma egli, omai alieno dalle cose mondane, recisamente rifiut.
Giunta tutta la signoria nei palchi ad essa assegnati, fu proclamato il premio, cio che il re si obbligava dare la figlia in isposa al vincitore, con una terza parte del regno in dote.
Paitante, perch signore di tre stati, fu eletto tenitore della giostra.
Il superbo entr col suo cavallo nello steccato, gridando che chiunque voleva possedere la figlia del re e parte del regno, doveva guadagnarsi al bel premio con la propria lancia.
Danibono fu il primo ad esporsi al cimento ma non seppe eguagliare il valore dell'avversario e cadde di sella; lo stesso fe' Africante e Isidoro. Pi di venti cavalieri erano caduti e l'orgoglioso re teneasi omai sicuro d'essere il vincitore della giostra, allorquando entr nello steccato Costantino Selvaggio, vestito di lucid'armi e tale nel sembiante, che parea Marte in terra.
Paitante, pieno di odio e rancore, si fe' innanzi al nuovo arrivato, che sapeva essergli rivale in amore.
Presa la dovuta distanza, i due campioni si vennero ad affrontare con orribile colpo, ma Costantino, superando in valore il re africano, lo costrinse a vuotare la sella.
Il gran Can e Rinaldo applaudirono il vincitore, che lieto s'inchin, avanti al palco reale da dove la principessa, con un adorabile sorriso, lo fe' colmo di gioia.
Rinaldo per a stento frenava il desiderio di provarsi con si valoroso giovane, e nei discorsi d'elogio che faceva col re a favore di Costantino, rivelavasi l'antico guerriero.
Il gran Can allora colse l'occasione per rinnuovare a Rinaldo l'invito di provarsi in giostra con s valoroso avversario, e il paladino, vinto dalle preghiere dell'amico e pi dalla smania di far risaltare il proprio valore, armatosi di tutto punto, scese nello steccato.
Costantino pi di trenta cavalieri avea levato d'arcione, quando giunse Rinaldo.
Un mormorio si lev fra tutti nel vedere il gran penitenziere che armato volea cimentarsi alla lotta.
Costantino cred facil cosa vincerlo, ma al secondo colpo di lancia, Rinaldo rest in sella, mentre fu forza all'altro cadere sull'arena.
A s bel colpo, gli astanti restarono maravigliati, n pi alcuno ard sfidare un tanto guerriero.
Le trombe annunziarono la fine della giostra e i giudici fecero bandire vincitore il gran penitenziere.
Giunti alla soglia della Corte, il gran Can disse:
- Signore, ecco che do a te la mia figliuola, poich al torneo la vincesti, per non potendo sposarla, per essere gran penitenziere,  giusto che tu stesso le scelga il marito che per valore e per meriti pu farla felice.
Rinaldo, dopo essere stato alquanto sopra pensiero (e forse l'idea che nessuno avrebbe potuto contrastargli il possesso di si bella fanciulla, ne faceva fremere gli assopiti sensi) si volse a Costantino che mesto tenevasi in disparte e congiungendo la di lui mano a quella della fanciulla, rivolto al re, cos disse:
- Voi, sire, non ricuserete la mia scelta; costui dopo me sarebbe il vincitore, a lui dunque si deve la dama.
Tutti approvarono. I due giovani abbracciarono colui che con tale atto veniva a formare la loro felicit, e il gran Can volle che si facessero subito le nozze.
Dopo che queste furono compiute, tutta la signoria si restitu alle proprie terre.
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CAPITOLO VENTESIMOQUINTO.
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L'Imperatore Carlo Magno invia Orlando e altri quattro paladini alla Corte del gran Can per chiedere tributo. - Riconoscimento di Rinaldo. - Carlo Magno vuole portar guerra e soggiogare la Spagna per farne signore Orlando. - Gano ordisce un tradimento e si reca a Saragozza, - Carlo e i paladini partono per Roncisvalle.
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L'imperatore Carlo, ripensando all'esilio imposto a Rinaldo, si sovvenne che durante l'emigrazione di questi, il gran Can non aveva pi pagato il tributo a cui si era sottoposto e ne parl a Gano.
Costui consigli l'imperatore a spedire quattro paladini, i migliori della sua Corte e i pi temuti, asserendo che la loro presenza incuterebbe timore al gran Can in modo, che pi facilmente s'indurrebbe a soddisfare gli obblighi suoi.
Piacque il consiglio al figlio di Pipino e tosto fu chiamato Orlando, il quale udito di che trattavasi, cos rispose:
- Sire, il gran Can fu da Rinaldo costretto ad esser vostro tributario; egli si obblig pagar tributo alla Francia finch il principe stava in Corte o in buona relazione con voi; adesso le cose sono cambiate. Rinaldo ha sofferto la distruzione dei suoi beni, la prigionia della sua famiglia, egli  bandito senza misericordia, la qual cosa scioglie ogni patto stabilito col gran Can.
Carlo non volle ascoltare le giuste ragioni del conte, impose anzi che ne andasse in Damasco con altri quattro di sua scelta e chiedesse il tributo.
Orlando dovette obbedire, e scelse a compagni Oliviero, Dudone, Astolfo e il danese Uggiero, e tutti insieme partirono per recarsi in Asia.
Giunti in Damasco si presentarono al gran Can, che ricevuti i messi con tutta l'etichetta ufficiale, preg lo seguissero nella stanza del gran penitenziere, ove con loro grande sorpresa trovarono Rinaldo che li accolse come fratelli, n si stancava di abbracciarli. Dopo che fu dato sfogo alle carezze, il principe chiese notizia della sua famiglia, e da Orlando fu assicurato che, sebbene si trovasse come prigioniera, era trattata assai bene nella Corte.
Dopo lunga discussione, relativa a Carlo ed alla famiglia di Rinaldo, Orlando comunic il volere dell'imperatore, dicendo:
- Carlo vuole il tributo che da vario tempo vostra maest non ha pi pagato.
Il gran Can rispose:
- Signori, a voi  noto il trattato tra Carlo e me; finch Rinaldo  stato alla Corte dell'imperatore e da esso ben veduto e onorato, io non sono mai venuto meno agli obblighi miei, ora per che viene scacciato dalla Francia e la sua famiglia  imprigionata, non mi sento pi in obbligo di pagare tributo alcuno, ed anzi, quando al principe piaccia, son pronto a far guerra all'imperatore, affinch renda al valoroso mio amico i beni distrutti, libera la famiglia e i tolti onori; e voi, o signori, che conoscete i meriti di colui che voglio difendere, sono sicuro ricuserete di pugnare contro di me.
- Signore - interruppe Rinaldo - ringrazio la tua magnanimit per la difesa che prendi d'un misero proscritto, e fin d'ora mi offro al tuo servizio, se brama  in te d'ingrandire il tuo impero, ma la mia spada mai offender un cristiano. Partii con giuramento di esser fedele all'imperatore, e se di me hai stima e desideri farmi onore, paga a Carlo quanto devi, cos renderai pi rispettata la mia famiglia e confermerai la mia lealt di soldato.
Il gran Can, sedotto da questi generosi sentimenti, accondiscese a pagare il tributo, e Orlando e tutti i paladini ringraziarono e lodarono il principe per il suo favorevole appoggio.
Dopo ci presero commiato, e Rinaldo li volle accompagnare fino alle navi, raccomandando loro la sua famiglia.
Gano in questo frattempo non stava in ozio, ma col suo perverso animo macchinava la rovina di Carlo e la distruzione dei paladini.
L'imperatore di Francia, radunato il suo consiglio, deliber di dare ad Orlando la corona di Spagna, quale attestato di stima per i buoni servigi prestati, sottomettendo quei popoli che adoravano falsi dei e facendoli seguaci di Cristo.
Furono molti i pareri; alcuni asserivano essere infamia far la guerra e togliere il regno a chi governava in pace, altri erano di parere doversi aspettare che quei regnanti pagani portassero la guerra in Francia, per quindi detronizzarli.
Uno dei pi vecchi ministri di Carlo, alzatosi dal seggio, cos parl:
- Signori, conviene che tutti i popoli osservino la vera religione e questa  la nostra; noi adoriamo Cristo, la maggior parte della Spagna adora Macone; ci  uno scandalo.  opera da cristiani bandire dal mondo Macone, falso e bugiardo e piantare la Croce, simbolo della nostra redenzione. La guerra adunque ha uno scopo giusto e deve farsi.
Molti altri ancora parlarono, finalmente alzossi Gano e cos disse:
- Sono anche io del parere che la nostra religione venga imposta a tutto l'universo, ma solo osservo che se Marsillo, Balugante e Falserone, fratelli e monarchi pagani della Spagna, vorranno di buon animo abdicare Macone e battezzarsi, allora non dovr farsi la guerra n far loro patire molestia alcuna.
Fu applaudito il traditore e tutti votarono perch fosse spedito come ambasciatore in Spagna, esporre il volere di Carlo ed attendere la risposta, secondo la quale si farebbe o no la guerra.
Gano, lieto di quella missione, part, e favorevoli venti condussero il traditore a Saragozza.
Saputa Marsilio la venuta di Gano, riun tutta la signoria per fargli onore.
Per tre d fu tenuto lauto banchetto, poscia ad udire l'ambasciata, i tre fratelli lo condussero nel giardino della reggia, sotto un vecchio carubbo, attorno al quale era disposta una vasta tavola.
Sedutisi, pregarono Gano di esporre liberamente la sua ambasciata.
Il traditore narr quanto erasi stabilito nel consiglio, descrisse la potente armata che possedeva Carlo, e concluse che la vittoria sarebbe di questi se venisse decisa la guerra.
Nacque nei pagani gran confusione e spavento, e inginocchiatisi davanti al traditore, lo pregarono volesse indicare un modo per non abdicare la loro religione e non perdere il regno.
L'infame Gano allora cos parl:
- Voi fingerete farvi cristiani, andrete a Roncisvalle, nelle cui caverne nasconderete un potentissimo esercito.
Mentre il traditore pronunciava tai detti, il cielo gi oscuro si squarci, ed un fulmine, scoppiando l presso, fece arrestare la parola sulle labbra dell'iniquo Gano.
Marsilio gli fece coraggio e tutti e tre lo pregarono continuasse.
- Io - continu Gano - dir a Carlo che voi abiurando il vostro Dio, volete farvi cristiani, desiderando esser battezzati a Roncisvalle dal vescovo Turpino e alla presenza di tutti i paladini.
Le parole anche questa volta gli morirono sulle labbra poich la folgore scoppi di nuovo.
Gano impressionato non volea pi parlare, temendo che Iddio, per punire il suo tradimento, volesse fulminarlo.
I tre fratelli lo incoraggiarono di nuovo, ma il terrore avea gi resa tremula la sua voce e con fiochi accenti cos continu:
- Dir a Carlo che dovr tenersi cinque miglia lungi da Roncisvalle; voi assalirete i paladini e la vostra vittoria sar completa.
Gano volea proseguire ancora, ma un altro e pi terribile fulmine cadendo, venne a colpire il carubbo sotto cui quei vili ordivano il fatale tradimento.
Ma Iddio non aveva ancora decretata la morte del traditore.
L'indomani Gano part raccomandando ai pagani di risparmiare coloro che portavano la divisa dei Magonza, poich fra essi sarebbesi trovato un suo figlio e molti nipoti che, per non destare sospetti, avrebbe mandati insieme ai paladn.
Marsilio, Balugante e Falserone spedirono messi in tutto il paganesimo per radunar gente, ed in poco tempo poterono formare una formidabile armata.
Gano, giunto a Parigi, fu ricevuto da Carlo e da tutti i paladini, ai quali espose che i monarchi pagani avevano acconsentito rinunziare ai falsi dei e battezzarsi con gran pompa, e a tale scopo invitavano l'imperatore e tutti i paladini a recarsi a Roncisvalle, tenendo l'esercito cinque miglia distante.
Astolfo allora, presa la parola, cosi disse:
- Anche se sotto al tuo dire non si nasconde tradimento, Orlando non otterr la corona della Spagna, poich questa, secondo i patti stabiliti, rester sempre a Marsilio e suoi fratelli.
Gano rispose al conte che quando i tre pagani avessero abbracciata la fede di Cristo, avrebbe potuto Carlo
cambiare il loro regno con quello di Granata, e cos Orlando avere la Spagna.
Il miserabile traditore in tal modo ordiva l'orrenda trama che dovea condurre a rovina Carlo e tutti i paladini.
L'imperatore lieto che l'ambasciata avesse conseguito l'intento che desiderava, apparecchi l'esercito alla partenza. I paladini per non erano lieti del pari e non si sapevano persuadere perch dovessero andar soli a Roncisvalle.
Il giorno della partenza presto spunt. Il popolo salut l'esercito con grandi evviva, ma tutti i cuori erano angustiati da un nero presentimento.
I paladini abbracciarono le loro spose e parenti, e tutti, con animo poco tranquillo, lasciarono Parigi.
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CAPITOLO VENTESIMOSESTO.
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Visione di Rinaldo. - Arrivo dei paladini a Roncisvalle. - Si scopre il tradimento. - Comincia l'eccidio. - Rinaldo giunge a Roncisvalle. - Morte di Sansonetto, Astolfo, Ottone, Oliviero e della maggior parte dei paladini.
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Ma lasciamo costoro incamminarsi alla volta di Roncisvalle e torniamo a Rinaldo che abbiamo lasciato alla Corte del gran Can.
La stessa notte che precedeva la partenza dell'esercito, il paladino ebbe una celestiale visione. Un angelo con auree armi ed in mezzo ad una vivissima luce comparve a lui davanti e cos parl:
- Rinaldo,  volere del sommo Iddio che tu riprenda il mestiere delle armi. Roncisvalle segner l'ultima tua impresa ed una corona di mirto ne sar la tua ricompensa. Ecco la tua armatura e la tua spada. Lungo la via troverai Bajardo che si far cavalcare da te per l'ultima volta.
Ci detto, e deposte le armi, disparve.
Cupo era il cielo e la giornata fredda e piovosa, quando l'esercito con Carlo e i paladini giunse al luogo ove dovea arrestarsi.
Tende e padiglioni furono inalzati in quella vasta pianura e dopo due giorni di riposo, l'imperatore diede incarico a Orlando di avanzarsi con i suoi compagni fino a Roncisvalle.
Trecento e pi erano i paladini, ormai dal fato e dal tradimento di Gano, condannati alla tremenda strage.
Carlo volle prima passarli in rivista e postosi in mezzo a loro cos parl:
- Valorosi paladini, a voi  serbata gloria immortale: voi caccerete da un vasto regno la fede di Macone, sostituendovi quella di Cristo.
"Io qui rimango inoperoso a custodia dell'esercito: andate con Dio, fiduciosi che lavorando per esso ne otterrete ricompensa e vantaggio.
L'eletta schiera, col vescovo Turpino e guidata da Orlando, giunse in breve tempo nelle anguste valli ove trovavasi Roncisvalle.
Il conte, temendo sempre di tradimento, rivoltosi ad Oliviero lo preg d'andare ad esplorare la situazione. Egli obbediente si port sopra un'altura da dove non tard molto a vedere numerose schiere pagane, armate di tutto punto, che si avvicinavano alla loro volta. Falserone innanzi a tutti le comandava.
Oliviero si sent gelare il sangue a tal vista, ed abbandonando subito il colle ove si trovava, corse dai paladini gridando:
- All'armi! noi siamo traditi.
Orlando non potea credere a tanta perfidia e non albergando nel suo cuore paura, volle da s solo vedere se il pericolo era tale da non potersi affrontare, ma i suoi occhi restarono abbagliati dalle lucide armi di un grande esercito che a veloci passi si avvicinava, gridando:
- Morte ai paladini di Carlo!
Ritirarsi era troppo tardi e poteva sembrare una fuga, ma che fare con tanti nemici alle spalle?
Il conte riun in fretta i paladini e domand loro se bramavano meglio morire combattendo, o fuggire.
Un grido unanime si elev.
- Vogliamo combattere e morire prima di mostrare le spalle al nemico!
L'arcivescovo Turpino allora fece loro una breve esortazione e li benedisse.
I nemici gi essendo a pochi passi, i nostri valorosi ebbero appena il tempo di salire a cavallo.
Roncisvalle  un castello situato al confine fra la Francia e la Spagna, nel regno di Navarra, e ai piedi dei Pirenei, altissimi monti che fanno corona e formano vallate profonde attorno ad esso.
Era l che erano stati invitati i paladini per dare il battesimo della fede a Marsilio, Balugante e Falserone ed  l che circondati dai nemici, lungi dall'esercito di Carlo, si preparavano a combattere fino alla morte.
L'aria era fosca e il tempo minacciava tempesta. La natura stessa, presaga dell'eccidio che si sarebbe svolto in quell'angusta valle, era squallida e muta.
Il primo a menare la lancia fu Arlotto re di Soria il quale rest subito ucciso da Oliviero; Angiolino di Baiona gli tenne dietro e quindi molti altri.
Orlando, Ricciardetto di Normandia, Quattabuoffi, il conte Anselmo, Avolio, Avino, Berlinghieri, Sansonetto, Egibardo, Dagoberto, il re di Polonia, andavano d'altra parte mietendo le orde pagane, tanto che Falserone fu compreso di timore vedendo il suo regno in periglio, ma vincendo la paura e preso da insano furore, abbass l'asta e si diresse contro Orlando. Il conte nel vederselo dinanzi grid:
- Traditore! Oggi il Cielo ha segnato la fine dei tuoi giorni - e correndogli addosso con la lancia gli di s nero colpo che, col cuore trafitto, lo fe' cader di sella.
La giustizia di Dio con la sua tremenda mano puniva uno dei traditori.
Morto Falserone, la gente pagana era per darsi alla fuga, se non sopraggiungeva tosto Marsilio con pi numeroso esercito, chiudendo in un cerchio di ferro quei valorosi campioni della fede cristiana.
Il crudele Finadusso si mosse per vendicare Falserone, ma Berlinghieri lo arrest a mezza corsa con un colpo di lancia. Gallerano e Fidetto, ci vedendo, con gran furore assaltarono i paladini e per essere valorosissimi, molto sangue versarono dei cristiani.
Oliviero, Gualtiero, Baldovino, Ottavio, Marco e Matteo del Monte S. Michele ed Angiolieri di Bard, andavano uniti e dove passavano portavano lo spavento e la morte.
In questo frattempo giungeva alle viste di Roncisvalle il principe Rinaldo sul suo Bajardo, e vista la situazione in cui trovavansi i paladini tutti, ne prov cordoglio vedendosi impotente a cambiarla.
Pure, l'arrivo del principe di Montalbano port grande spavento ai pagani, giacch Rinaldo sembrava l'angelo della vendetta e della distruzione; gi avea colla vindice spada gettato al suolo pi di mille cavalieri, allorch s'incontr con Orlando il quale, mirandolo da lungi, non potea credere ai suoi occhi, tanto era sorpreso e contento per la sua presenza nel campo.
I due cugini si abbracciarono con grande effusione e Orlando disse:
- Ora io muoio contento, a te affido la mia vendetta; io credo che Gano ci abbia traditi e con la scusa di battezzare i pagani spagnuoli, ha persuaso Carlo mandarci qui, ove resteremo sopraffatti ed uccisi dal gran numero dei nemici.
Altre parole non poterono scambiarsi fra loro perch una massa d armati venne a dividerli.
Astolfo sembrava in quel giorno un novello Marte; le sue prove di valore fecero tremare parecchi pagani; ove giungeva la sua spada era morte. Il suo coraggio si centuplicava col veder sempre crescere il numero dei nemici.
Rinaldo or qua, or l, infondeva a tutti speranza e coraggio, ed i suoi figli, da lui benedetti, mostravano al nemico quanto valesse il sangue di Montalbano.
Orlando fattosi presso alla gente che menava Marsilio, fu assalito da Buiaforte, ma il paladino gli di un tal fendente che gli fe' saltare l'elmo di testa, quindi prendendolo per i capelli, gli disse;
- Dimmi, pagano, prima che ti uccida, chi fu l'autore di questo tradimento?
- Tutto, o signore, ti narrer, ma prima devi sapere che io sono Buiaforte figlio d'un tuo amico, il Veglio, che Rinaldo am come fratello; dopo la morte di mio padre fui condotto, ancor fanciullo, in Spagna ed allevato da Marsilio qual figlio.
- Se quanto dici  vero, rispondimi perch oggi si sparge tanto sangue.
Allora il giovanetto narr estesamente il tradimento di Gano e giur che non avrebbe pi macchiato di sangue cristiano la sua spada se voleva concedergli la vita.
In ogni punto ferveva la battaglia e i paladini divisi in gruppi, davano inaudite prove di valore.
Baldovino scontrossi con Mazzarigi e l'uccise, ma contraria sorte si ebbe Sansonetto da Piccardia. che ricevette da Grandonio un fiero colpo alla testa, per il quale cadde esanime a terra.
Gualtiero di Molina voleva vendicare l'amico, ma Grandonio pi forte, con un colpo del suo nodoso bastone, gli fracass la testa.
Orlando che sempre correva ove maggiore era il pericolo e in pi gran numero trovavansi i nemici, si accorse che Sansonetto giaceva morto a terra, e tanto ne fu addolorato che di fiato alla tromba e ne fe' uscire uno squillo s lugubre e forte che i nemici ne tremarono e l'eco giunse fino alla tenda di Carlo che ne fu preso da terrore.
Oliviero combatteva disperatamente contro Marsilio, Grandonio ed altri pagani.
Astolfo contro Balsamino, Margheritone e Livione, finch grondante sangue per molte ferite, cadde per mai pi rialzarsi. Non molto distante, altri paladini terminavano la loro gloriosa esistenza.
Orlando intanto aveva ucciso il re Chiarello, Fieramonte e Grandonio.
Il giorno era a met del suo corso, una dirotta pioggia invadeva il campo e molti prodi giacevano estinti al suolo, senza che la carneficina accennasse a terminare.
Angiolino, Marco di S. Michele, furono uccisi da Margheritone, ma furono altres ben vendicati da Rinaldo che di morte al pagano.
Baldovino percosso a tradimento da pi nemici, fu coperto da tante ferite che cadde esanime al suolo.
Nella stessa maniera furono uccisi Berlinghieri ed Ottone.
Ogni regola di cavalleria fu in quel giorno dai pagani disprezzata, non bramando altro che l'esterminio di tutti i paladini.
Il buon Oliviero pure, preso in mezzo da quei vili pagani, fu crudelmente assassinato, ma prima di morire pot abbracciare Orlando e raccomandargli i propri figli.
Il conte non pot trattenere le lacrime per tanta perdita e perch amava suo cognato come fratello, fu compreso da tanto dolore che una seconda volta fe' scaturire suoni s tristi e acuti dalla sua tromba, che i pagani ne furono atterriti e, come le antiche cronache asseriscono, torme di uccelli fuggirono spaventati, e Carlo che giocava nel suo padiglione col vil cognato Gano, cadde tramortito al suolo.
Salardo, Riccardo, Aquilante e Giovone dopo aver fatto esterminio di nemici, doverono soccombere alla loro triste sorte.
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CAPITOLO VENTESIMOSETTIMO.
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Morte di Orlando. - Carlo Magno si reca a Roncisvalle. - Gano  condannato ad essere squartato. - Morte di Rinaldo. - Morte di Carlo Magno.
Tetra e oscura era la notte, e di tutti i paladini solo sei rimanevano, e pieni di tristezza e di affanno si riunirono attorno ad Orlando. Erano Giovonetto, Grifone, Turpino, Rinaldo e Ricciardetto.
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La valle, colma di morti e feriti, sembrava un vasto campo distrutto dalla tempesta.
Pi di duecentomila pagani giacevano al suolo.
Il conte pianse la triste fine degli amici suoi e dato fiato alla tromba, suon per tre volte di seguito e con tanta violenza che gli si ruppero le arterie; prov quindi a spezzare in due parti la Durlindana, ma la fina spada resist ad ogni forza, per cui Orlando ebbe ad esclamare:
- Oh! se ti avessi ben conosciuta, il mio braccio avrebbe fatto con te maggiori prodezze.
Pronunziate tali parole, fu preso da forte malore, ed assistito dai cugini, dal vescovo Turpino e dal suo fedele scudiero Tarigi, chiese di mettersi in ginocchio e domand perdono a Dio e a tutti delle sue colpe.
Allora le nubi si aprirono e lasciarono vedere una sfolgorante luce, in mezzo alla quale comparve un angelo, che cos parl:
- Orlando, vuoi tu vivere o morire?
- Morire - rispose il conte. - Sono stanco di combattere e voglio raggiungere i miei compagni.
Recit le preghiere dei morti e benedetto da Turpino e pianto dai superstiti amici, dopo avere raccomandato loro la sua Aldabella, spir nel bacio del Signore.
Rinaldo, alla vista della fredda salma del cugino, piangendo amaramente, esclam:
- Perch ne vai solo ad esser felice? Conducimi teco e poich sempre ti fui compagno nei perigli, la morte ci riunisca in Cielo.
Tarigi si strappava i capelli, disperato per la perdita del suo amato padrone, ma Turpino a lui rivolto, disse:
- O fido servitore, vanne a Carlo, digli che i paladini sono morti, e che Gano fu il miserabile a cui si deve la causa di tanta disgrazia.
All'ultimo squillo di tromba che mand Orlando, Carlo Magno si scosse e presag una sventura.
Rivolto a Gano, gli disse:
- Tu, uomo abietto e vile, avrai certo ordito un nero tradimento, perch i miei figliuoli domandano aiuto e forse si trovano in gran periglio.
Ordin che Gano fosse arrestato, e sul far del giorno l'esercito si movesse per Roncisvalle.
Infatti allo spuntare del d, Carlo, alla testa della sua armata, e seguito da tutti i capitani, si pose in marcia alla volta della valle fatale. A mezza strada incontr il fido servo d'Orlando, che inginocchiatosi ai piedi dell'imperatore, con gli occhi stralunati come un pazzo, guardandolo fissamente, disse:
- Signore, ove vai?  gi tardi. Orlando  morto. Oliviero, Astolfo, Grifone, sono morti... morti tutti i paladini. Rinaldo solo  vivo, e insieme a Ricciardetto rende gli ultimi tributi di affetto al suo cugino e tuo nipote. Sappi che Orlando, prima di spirare, fu visitato da un angelo. Io ho visto l'anima del gran paladino volare al Cielo.
Ci detto il buon Tarigi cadde a rovescio sulla nuda terra e spir. L'ultima sua parola fu un'imprecazione contro il traditore Gano,
Carlo, disperato e folle per dolore, voleva uccidersi, ma Balano che gli stava presso, lo incoraggi a correre a Roncisvalle per far vendetta degli estinti cavalieri.
Giunto alla infausta valle, Carlo seguito da tutti i suoi capitani, si diresse alla tenda ove giaceva estinto il prode Orlando. Benedisse l'amato nipote, ed ordin che subito fosse dato l'assalto alla citt di Saragozza, ma prima, voltosi all'esanime corpo di Orlando, con voce interrotta dalle frequenti lacrime, cos disse:
- Figlio mio carissimo, questa spada che io ti donai ad Aspromonte e con la quale tu facesti tante ed inaudite prove di valore, io non voglio riprenderla se te stesso non me la restituirai come ne facesti promessa.
Ah! prodigio! una luce celeste irradi la tenda; tutti, come spinti da una forza sovrumana, si inginocchiarono ed Orlando levandosi in piedi present la spada all'imperatore, quindi ricadde al suolo.
Dal vescovo Turpino fu raccontato a Carlo il tradimento di Gano.
Saragozza fu distrutta; Marsilio e Balugante presi vivi, furono impiccati all'albero stesso sotto cui avevano ordito la congiura. Altri ottennero grazia abbandonando i falsi dei.
L'imperatore Carlo, distrutta Saragozza, torn col suo esercito in Francia e diede onorata sepoltura a tutti i paladini che avevano perduta la vita per la fede e per la corona.
Splendidi funerali furono fatti, e Parigi tenne il lutto per sette giorni di seguito.
Aldabella reclam a s la salma dello sposo e lo seppell in Brava, ove fece costruire un monastero in cui visse il resto dei suoi giorni.
Rinaldo e Ricciardetto chiesero all'imperatore che Gano, in pena dei suoi misfatti, fosse squartato.
Carlo non si oppose, ed il traditore, legato con quattro corde ad altrettanti cavalli, fu diviso in brani, le sue carni bruciate e le ceneri sparse al vento.
Rinaldo fu pregato di prendere la corona di Trabisonda, ma egli non volle accettare. Don il famoso suo brando a Guidone, e indossate le umili vesti di pellegrino, abbandon la Corte, con sommo dispiacere di Carlo, e ritiratosi in un convento ivi men una vita di penitenza. Dopo la sua morte, avvenuta per la caduta di un ponte, fu santificato e venerato nella citt di Colonia, ove tutti gli anni se ne celebra la festa il sette di gennajo.
Il regno di Trabisonda, rifiutato da Rinaldo, fu dato a Ricciardetto che si spos con Clauriana figlia di Balano.
Luciana figlia di Marsilio, ricevuto il battesimo, fu data in sposa ad Aluigi che si ebbe la Spagna, la quale, in breve tempo, fu ridotta al cristianesimo.
Carlo era giunto al suo settantacinquesimo anno d'et. La forza e l'energia mancavagli per reggere un cos vasto impero. Le fatiche sofferte, l'ambascia per la morte dei suoi fedeli paladini, ne avevano prostrato l'animo e affievolito il coraggio. Pens dunque di riunire tutti i baroni del suo regno in Parigi, e presentando loro il suo figlio Aluigi, cos parl:
- Nobili signori, ho tenuta la corona di Francia per ben cinquant'anni, molte battaglie sono state fatte durante il mio regno, molte nazioni pagane vinte e convertite alla fede cristiana. Sento con animo tranquillo approssimarsi la fine dei miei giorni. La voce del Signore mi ha profetizzato che dovr morire il giorno di San Pietro. Prima di lasciare il regno nelle mani di mio figlio, v'invito a giurare fedelt al novello imperatore.
Tutti i baroni prestarono giuramento sul Santo Evangelo.
Il d ventinove giugno dell'anno ottocentoventisette, festa dell'Apostolo San Pietro, cessava di vivere il pi potente regnante di quell'epoca.
Immenso fu il dolore, il pianto, il lutto di tutti i cristiani, che persero in Carlo l'imperatore il pi magnanimo, il pi giusto, il pi nobile, sebbene in qualche occasione avesse dato prova d'animo debole.
Sempre amante dell'onore e della gloria, fu lume ed esempio di tutti i re cristiani che lo seguirono.
Al magnanimo imperatore furono resi splendidi onori e seppellito in Arles, secondo il suo desiderio lasciato scritto nel testamento.
Aluigi, in memoria del padre, fond un tempio, diversi ospedali, e elarg molte elemosine ai bisognosi.
Il nuovo imperatore rimpiazz con altri valorosi i posti dei paladini mancanti, e da lui ebbero origine i primi crociati.
...
FINE.